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Gli aforismi riportati in questa pagina sono tratti dal volume di Roberto Morpurgo Pregiudizi della libertà - I (Edizioni Joker, 2007), e sono pubblicati col consenso dell'autore, che ne detiene a tutti gli effetti la proprietà letteraria.
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Parlando molto si dicono cose stupide, ma parlando poco si dà prova di averle addirittura pensate.

Il principale difetto della speranza è la sua assoluta incapacità di ispirare azioni diverse da sé.

Il paradosso del dolore è che, pur non esistendo che in noi, in lui abbiamo l'unico indizio probabile che qualcosa esista fuori di noi.

La stupidità è tanto ovvia quanto sfuggente: perciò, contrastandola, si ha così spesso la sgradevole sensazione di favorirla.

La ferocia di chi abbandona la vita non sarà mai uguale a quella di chi addirittura la ama.

Come posso consolare chi deve morire se non fingendo di sapere che la vita eterna sarebbe noiosa?

Solo l'estraneità crea il fascino ma non solo la familiarità lo distrugge.

Una citazione è sufficiente a farci sapere che ogni discorso appartiene a un altro.

Il lavoro ci allontana dalla violenza ma ci avvicina però alla sua giustificazione.

Quasi tutto ciò che fa piangere potrebbe far ridere.

Scegli con cura il tuo corruttore. Sarà lui a riabilitarti.

L'arroganza è nutrita dal successo, la timidezza dal fallimento, l'equilibrio dalla buona sorte.

Ciò che può confrontarsi solo con il simile è noioso, solo con il diverso è eccentrico, solo con se stesso è unico.

Chi tace ha sempre in serbo l'ultima parola, mentre chi parla spende così il suo ultimo silenzio.

Il dogmatico pretende di persuaderti, laddove lo scettico cerca più onestamente di contagiarti.

Il dolore passa come il sentiero, la felicità come il viandante.

Ogni parola è il vuoto lasciato da tutte le altre.

Chi piange sulle pagine di un romanzo insegna a chi piange i suoi morti che il dolore non è meno reale della morte, né questa meno irreale di quello.

I credenti tacciono, i persuasori assordano, gli scettici conversano.

Nessuno sa se i giorni passano uno dopo l'altro o se invece non restino, uno dentro l'altro.

Non so se il celebre argomento epicureo (se c'è la morte non ci siamo noi, e viceversa) sia perspicuo al suicida (se c'è il suicida non c'è Epicuro, e viceversa), ma so per certo che non lo ha accontentato.

Fingere di essere quel che si è: non è forse il segreto di ogni autenticità?

La certezza riduce istantaneamente la realtà a quell'unica cosa di cui si è certi.

Di chi mai potrebbe dirsi che non fa progressi lungo il cammino che lo porterà alla morte?

Invecchiando, si perdonano nel giovane le debolezze tipiche e ricorrenti, ma si prendono in odio profondo quelle rare e rivelatrici.

Per i novantanove centesimi dell'umanità essere uccisi sarebbe la sola opportunità di essere notati.

Applicato al linguaggio, il celebre paradosso del sorite si riduce a decidere se una parola sia già una frase; ciò che si potrebbe frettolosamente dimostrare rispondendo: "".

Dare la vita è un gesto ben più avventato che non toglierla a se stessi: fra coloro che non commisero né l'una né l'altra imprudenza, ben pochi hanno il coraggio di riconoscerlo.

Il popolo che non parla più con i suoi morti è un popolo morto.

Cinque sensi per un solo significato! Questo io chiamo spreco.

Perché tante lingue? Non bastava un silenzio?

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