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Nella lettura di questo brano, un po' ermetico al primo impatto, possiamo affidarci a quanto lo stesso De André ha detto in un concerto al Palasport di Treviglio (24 marzo 1997):
Può anche esistere uno stato di isolamento, di autoemarginazione involontariamente vissuti o volontariamente desiderati a seconda della lettura che si vuol fare di Dolcenera: in ognuno dei due casi l'innamorato e il tiranno (quando Dolcenera voglia essere intesa come metafora del potere) escludono ogni cosa che non si accordi alla loro passione, vivono in un sogno paranoico che elimina l'"altro", lo fanno apparire o scomparire secondo i misteriosi percorsi della propria follia, chiunque o qualunque cosa sia (la moglie di Anselmo o l'alluvione di Genova nel 1972). Quando l'"altro" è considerato come possibile ostacolo al conseguimento del proprio fine, viene rimosso. Perfino il "tumulto del cielo" o lo straripare di un torrente "sbagliano momento", e l'amore, che non può arrivare all'appuntamento perché coinvolto nello spettacolo dei vivi che si aiutano nella difficoltà del momento, viene vissuto come presenza reale, rimuovendone l'assenza. La solitudine o meglio l'autoemarginazione del protagonista di Dolcenera è in apparenza la più difficile da sostenere come sinonimo di libertà, eppure è opinione, non solo di chi scrive, che l'apice della libertà stessa sia raggiungibile proprio attraverso la follia e ciò al di là di ogni valutazione di natura etica.
Durante l'alluvione di Genova dell'ottobre 1972 si consuma un immaginario amore fra il protagonista e la moglie di un non meglio precisato Anselmo. Un coro fa da sfondo alla vicenda. Si esprime in genovese, con esclamazioni di stupore e allarme riferite alla pioggia ("amìala ch'â l'aria, amìa cum'â l'è, cum'â l'è"). La voce solista descrive il fenomeno atmosferico trasfigurandolo in una simbologia di sfortuna nera che non permette alla donna di raggiungere il protagonista.
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