La città vecchia
(Karim, 1964) [poi in "Tutto Fabrizio De André", Karim, 1966]

raffaelli: i bevitori di assenzio


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Presentando La città vecchia durante un'esibizione del '97, De André disse: "è una canzone del 1962, dove precisavo già il mio pensiero. Avevo 22 anni, adesso ne ho... E il mio pensiero non è cambiato, perché un artista, a qualsiasi arte si dedichi, ha poche idee, ma fisse. Io credo che gli uomini agiscano certe volte indipendentemente dalla loro volontà. Certi atteggiamenti, certi comportamenti sono imperscrutabili. La psicologia ha fatto molto, la psichiatria forse ancora di più, però dell'uomo non sappiamo ancora nulla. Certe volte, insomma, ci sono dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell'errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e cosa sia l'errore". Tale conclusione sostiene e giustifica le commosse parole finali di questa canzone, che già nel titolo richiama una celebre poesia di Umberto Saba, intitolata appunto Città vecchia.
Si tratta qui di una serie di "quadri" di vita di un quartiere genovese del centro storico, attraverso i quali, ancora una volta, De André rappresenta il mondo degli emarginati, a lui così cari ed invece così spesso dimenticati, persino dal buon Dio.
Prostitute e pensionati sono descritti con evidente simpatia, perché raffigurano la schiettezza contro l'ipocrisia del vecchio professore dall'ambiguo comportamento. Le ultime due strofe delineano con maggiori particolari la zona dell'angiporto e i personaggi che lo abitano: ladri, assassini, approfittatori senza scrupoli. Ed è proprio qui che De André chiede di non giudicare con il metro della legalità e della mentalità borghese, bensì di provare per quei poveri esseri un forte senso di pietà, poiché essi non sono null'altro che vittime della società e della storia.

Tra le figure retoriche segnaliamo almeno la metafora iniziale: "Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi", e una sinestesia ai vv. 51-52: "in quell'aria spessa carica di sale / gonfia di odori".

ASPETTI METRICI.
Il testo è costituito da otto strofe di otto versi di varia misura, che comunque si distendono sul ritmo cadenzato della mazurca.
Numerose le rime, spesso alternate, ma non regolarmente distribuite. Frequentissime anche le rime al mezzo.


CONFRONTO

Le canzoni di De André hanno spesso riferimenti colti, a parte ovviamente quelli che derivano dallo studio e dall'elaborazione di testi letterari veri e propri (come negli album La buona novella e Non al denaro, non all'amore né al cielo). Un caso esemplare ci è offerto, per questa canzone, da Città vecchia di Umberto Saba.

       Città vecchia (ed. 1948)

       Spesso, per ritornare alla mia casa
       prendo un'oscura via di città vecchia.
       Giallo in qualche pozzanghera si specchia
       qualche fanale, e affollata è la strada.

       Qui tra la gente che viene che va
       dall'osteria alla casa o al lupanare,
       dove son merci ed uomini il detrito
       di un gran porto di mare,
       io ritrovo, passando, l'infinito
       nell'umiltà.
       Qui prostituta e marinaio, il vecchio
       che bestemmia, la femmina che bega,
       il dragone che siede alla bottega
       del friggitore,
       la tumultuante giovane impazzita
       d'amore,
       sono tutte creature della vita
       e del dolore:
       s'agita in esse, come in me, il Signore.

       Qui degli umili sento in compagnia
       il mio pensiero farsi
       più puro dove più turpe è la via.

L'analogia del testo di De André con questa celebre poesia di Saba è evidente non solo nel titolo, ma anche in singole immagini: la "bimba che canta la canzone antica / della donnaccia" richiama la "prostituta"; i "quattro pensionati mezzo avvelenati / al tavolino" fondono le due immagini sabiante dell'"osteria" e del "vecchio / che bestemmia".
Tuttavia vi è anche una differenza ideologica sostanziale fra i due autori: mentre per Saba "il Signore" riscatta con la sua presenza i reietti della sua città, il "buon Dio" di De André "non dà i suoi raggi" ai poveri quartieri genovesi. Più forzato, inoltre, sembra l'atteggiamento di Saba, che vede il suo pensiero "farsi / più puro dove più turpe è la via", di fronte a quello di De André, che si limita a definire meno enfaticamente "vittime" gli umili abbandonati non solo da Dio, ma anche dalla società.

A livello metrico, anche perché svincolato da esigenze melodiche, il testo di Saba risulta più regolare: prevalgono infatti gli endecasillabi, intercalati da altri imparisillabi brevi: settenari (vv. 8 e 21), quinari (vv. 10, 14, 18) e un ternario (v. 16).
La quartina iniziale ha uno schema a rima incrociata ma con assonanza tonica ai vv. 1 e 4. La terzina di chiusura ha lo schema di una terzina dantesca. Sapiente è la distribuzione delle rime nella parte centrale, dove l'unico termine irrelato ("vecchio") è comunque in rapporto di rima imperfetta coi vv. 2-3.


analisi dei testi

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