Hanno detto di lui. L'anarchico



Le citazioni contenute in questa pagina mettono in evidenza la posizione anarchica di De André, che egli stesso faceva derivare (oltre che dalle letture giovanili di Bakunin e di Stirner) dall'insegnamento dell'amato Brassens.
"Brassens - dichiarò infatti nel 1993, durante un'intervista - era anche lui un libertario, le sue canzoni scavavano nel sociale. Brassens non è stato solo un maestro dal punto di vista didattico, per quello che può essere la tecnica per fare una canzone; è stato anche un maestro di pensiero e di vita. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti".

Un'altra dichiarazione, rilasciata nella medesima invervista, esalta la dimensione solidaristica dell'anarchismo di De André: "Ho sempre tentato di giustificare e di scusare socialmente certe azioni che manifestamente erano magari delinquenziali per il fatto che le persone che le commettevano non avevano avuto quell'opportunità di poter essere uguali agli altri, soprattutto dal punto di vista economico, ma anche per l'impossibilità di studiare".

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C'era di sicuro, in lui, una visione romantica dell'anarchia, identificata a volte tout court con la marginalità, con i reietti di questo pianeta. (...) Lontano dalle mode, profondo nella comprensione, con una densità culturale pari alla finezza del sentimento, De André ha contribuito a dar vita e dignità a persone, popoli, idee che grazie a lui - e ai collaboratori di grande spessore di cui ha saputo circondarsi - hanno potuto trovare nelle sue poesie in musica un avvocato difensore, un propagandista onesto, un vendicatore contro i torti della storia. Sardi, indiani d'America, tossici, puttane, poeti, anarchici, detenuti, sofferenti, ribelli, zingari: sono loro parte di quell'umanità soggiogata ma non doma, forte solo della propria dignità e coerenza, che attraversano a testa alta l'intera sua opera."
[Paolo Finzi, in Signora libertà, signorina anarchia]

Amava citare Malatesta, Stirner, Bakunin, Kropotkin, dei quali aveva letto tutto. Parlava a ruota libera della polemica tra comunisti autoritari e libertari, dello scontro Marx-Bakunin, delle persecuzioni dei bolscevichi in Russia dopo il 1917. Racconti che alternava alle storie di anarchici perfettamente sconosciuti come uno scrittore sardo o persone conosciute nelle trattorie di Genova. Da anarchico, per molti anni aveva rifiutato la scheda elettorale. [...] Citava tra i suoi scrittori "politici" preferiti Henry Thoureau, un classico del pensiero libertario: "Il miglior governo è quello che non governa affatto.
[Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, pp. 30-31]

Un anarchico che alla fine del 1989 si trovò a "difendere" persino Marx quando qualcuno citava la caduta del Muro di Berlino e sosteneva che il comunismo era morto. "È un insulto storico e culturale", non si stancava di ripetere Fabrizio, "Marx è un filosofo e un economista. Dire che c'è stato il crollo del marxismo è un'idiozia totale tanto più che certe teorie, come il plusvalore, non sono state superate.
[Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, p. 33]

Per la sua proverbiale discrezione pochi hanno saputo del sostegno anche materiale che Fabrizio diede a giornali (alla rivista A e ancora a Re Nudo) oltre che ai movimenti anarchici. Erano invece pubbliche le sue dichiarazioni di adesione: "Non so se in questa città ci sia un gruppo anarchico", disse più volte dal palco durante alcuni concerti, "ma se ci fosse invito i suoi componenti a venirmi a trovare in camerino".
[Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, p. 34]

Fabrizio aveva una speranza: che le nuove generazioni, più mature delle nostre, potessero vedere realizzata quell'assenza di Stato per la quale c'è sempre battuto. E aveva la speranza che le pulsioni economiche non condizionassero troppo i giovani: è facile cadere nell'errore di pensare che "la vita è solo di chi ha i soldi".
[Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, p. 87]

La varia umanità cantata da De André è così vera, così reale, perché Fabrizio è stato lì, con quell'umanità, con la quale si è confrontato, scontrato, ha riso e sofferto, in ogni caso si è sempre messo in gioco in prima persona.
[Romano Giuffrida / Bruno Bigoni, in Signora libertà, signorina anarchia]

Fabrizio se n'è andato, eppure c'è ancora. Il suo insegnamento lo possiamo vedere nell'ispirazione che fa muovere i passi di tanti artisti più giovani. Non ha lasciato testamento, ma una grande eredità. (...) Voglio ricordarlo ed immaginarlo ancora così: il suo sorriso sornione e lo sguardo strano, chitarra in mano a succhiare il fumo della marlboro tra una strofa e l'altra, i suoi occhi così grandi pieni del mare di Sardegna, di Liguria, di Rimini. La sua testa viaggiava lontano, nelle orecchie l'eco di cento lingue. E ancora viaggia Fabrizio, lontano: soprattutto lontano dai comunicati stampa chilometrici di chi ruba in suo nome un altro minuto alla televisione e alla radio, sottraendolo a una sua canzone. Lontano dalla sfilata dei berluschifi e melandrone, dai bertinotti e dalle cossutte improvvisamente ed ufficialmente attristate davanti ai microfoni e alle telecamere, processione lugubre in segreta celebrazione del tumore che ha fatto tacere la voce di un poeta anarchicoche non ha mai avuto paura di chiamarli col loro vero nome. E di mandarli affanculo, loro, i potenti e i padroni: senza possibilità di scampo.
[Marco Pandin, in Signora libertà, signorina anarchia]

De André legge la storia dell'umanità come perenne scontro dialettico fra il Potere - con tutti i suoi rappresentatnti - e la gente comune - che il potere deve subire. Uno scontro dialettico ben lontano dall'ottica marxista, non venendosi ad avere in lui nessuna sintesi (e d'altronde De André è ben più attratto da Bakunin e Stirner che non da Marx e Engels).
[Andrea Podestà, Fabrizio De André. In direzione ostinata e contraria, p. 8]

Fu tra i sedici e i diciassette anni che Fabrizio De André iniziò a documentarsi politicamente leggendo Bakunin. Aderì con tutto se stesso all'ideale anarchico che, evidentemente, garantiva alla sua inquietudine esistenziale il giusto orizzonte di libertà, l'affrancamento da ideologie, preconcetti, da tutto ciò che fosse sovrastruttura, falsità ipocrisia. In un certo senso si potrebbe dire che l'anarchia di De André si radica nelle sue insofferenze adolescenziali, al di qua delle letture e dalla compatibilità ideale con l'anarchia storica (...). Attraverso le letture De André capì che gli anarchici erano dei miserabili che aiutavano chi era più miserabile di loro. Ma scoprì anche che quei miserabili che vivevano ai margini della società, puttane, omosessuali, ladruncoli, ubriaconi sapevano essere più solidali e autentici di quelle piccole femmine agghindate che trovava nelle feste della Genova bene. Perché anarchico individualista? Perché anziché scegliere e cercare la gente con cui vivere certe idee, Fabrizio ha scelto di viversele da solo, cercando di farlo con una coerenza che passa anche attraverso le contraddizioni di un essere umano. Essere anarchici è una categoria dello spirito, della propria mente.
[Luigi Viva, Vita di Fabrizio De André, p. 62]

A diciannove anni, dopo aver affrontato alcuni classici dell'anarchia, Fabrizio De André legge L'unico e la sua proprietà, pubblicato nel 1845 da Johann Kaspar Schmidt, meglio noto come Max Stirner, da cui sarà profondamente influenzato, fino a definirsi anarchico individualista.
[Luigi Viva, Vita di Fabrizio De André, p. 62]


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