Con le canzoni di Fabrizio ho imparato, ormai
troppi anni fa, a suonare la chitarra. Come è successo a Francesco De Gregori, e a chissà
quanti altri, il suo esempio è stato per me uno stimolo a comporre "pezzi" miei. Come è
successo a molti, la sua poesia ha contribuito alla mia formazione sentimentale ed
etico-politica (al pari e forse più - tanto per fare qualche nome - di poeti come Leopardi
e Rimbaud, scrittori come Proust e Pasolini, filosofi come Voltaire e Russell).
Naturale, pertanto, il mio desiderio, coltivato per anni, di conoscerlo personalmente ma -
com'è accaduto allo stesso Fabrizio per l'amato Brassens - temevo sempre di restare deluso
dall'uomo: temevo, cioè, che l'immagine che di lui mi ero fatta si ridimensionasse o
dissolvesse. Invece, dalle testimonianze quotidiane d'affetto, dalle manifestazioni più o
meno ufficiali in suo onore, e soprattutto dai racconti di persone che lo hanno conosciuto
e frequentato, mi rendo sempre più conto di aver forse sbagliato a comportarmi così [E mi
domando se anche lui, in cuor suo, non si sia mai pentito del proprio atteggiamento nei
confronti di Brassens. Ma non siamo tutti uguali, si sa].
Posso quindi dire, limitatamente al rapporto umano e culturale che avrei potuto instaurare
con lui, di avere "rimpianti tanti, e nemmeno un ricordo".
Tuttavia non è per risolvere questo mio senso di colpa che ho iniziato questo sito: la mia
ignoranza nel campo dell'informatica mi ha impedito di realizzarlo "prima"... (prima della
sua scomparsa, insomma). Non è da quel malinconico 11 gennaio 1999 che è scattato in me
l'impulso a fare "qualcosa" per comunicare il mio interesse e la mia stima nei confronti
di Fabrizio.
Le prove?
Io sono un insegnante (se può interessarti, cerco di insegnare lettere e filosofia in un
mondo alle cui tre "I" berlusconiane ne aggiungerei e anteporrei una quarta: quella
dell'imbecillità) e nell'anno scolastico 2000/2001 ho tenuto un corso dal titolo
Fabrizio De André. Poesia in musica
in varie scuole della provincia di Novara, dove attualmente risiedo e lavoro, ottenendo
un consenso inatteso, gratificante e insieme imbarazzante. Ma lo stesso corso, ovviamente
meno elaborato e sine titulo, lo tenevo per le mie classi già da tre anni; e molte
canzoni di De André, al di fuori del fatidico e ineludibile "programma", le avevo già fatte
ascoltare ad alcuni alunni di dieci anni fa, a partire dalla mia immissione in ruolo [erano
ragazzi di prima superiore, dunque poco più che bambini, ma erano entusiasti e mi
richiedevano soprattutto i bis di Bocca di rosa e Via del campo]. Del resto
chi mi conosce più intimamente sa bene che io, pur apprezzando altri cantautori (Guccini,
Vecchioni, De Gregori, ad esempio), con la dovuta modestia e sincerità ho sempre e quasi
esclusivamente strimpellato canzoni di Fabrizio e mie, e più le sue che le mie.
Credo quindi, e non lo dico per giustificarmi né tantomeno per vantarmi, ma semplicemente
per fugare eventuali dubbi, di essere fuori (sebbene coinvolto) dal "coro generale (e un
po' sospetto) di rimpianto per la morte del cantautore più famoso in Italia".
Indubbiamente, il giudizio espresso da Paolo Finzi in Signora libertà, signorina
anarchia [Cfr. la Bibliografia] appare
giustissimo: "Siamo stati in tanti a renderci conto, pienamente, solo a morte avvenuta
di ciò che la sua opera ha rappresentato: non tanto per i momenti significativi della vita
di ciascuno di noi che le sue canzoni hanno accompagnato e segnato [...], quanto per
l'impronta socio-politica che la sua opera ha marchiato - in tante, tantissime persone e,
di conseguenza, nella società italiana di questi ultimi decenni" [idem]. Ma io mi
riconosco in queste parole (come, forse, lo stesso Finzi) grazie appunto all'avverbio
"pienamente".
D'altra parte, è proprio quando un amico si assenta che ne avvertiamo più intensamente la
mancanza e cerchiamo di recuperare e mettere maggiormente a fuoco quei tratti che - lui
presente - potevano apparirci scontati, trascurabili o addirittura insignificanti. Perciò,
per quanto mi riguarda, cancellerei quel "sospetto" che legittimamente può insinuarsi
quando si ode decantare e commemorare qualcuno, soprattutto se il tono dei "coristi" suona
retorico e il loro dire patetico.
La situazione non potrebbe, credo, essere diversa. La critica, in un certo senso, è una
contraddizione in termini. A pensarci bene, che senso ha parlare di (per) qualcuno quando
costui è ancora in grado di parlare da (per) sé? Il confronto è lecito ed anche necessario,
ma il commento e l'analisi iniziano (dovrebbero iniziare) davvero solo quando l'opera si
chiude nel senso che il suo autore, ineluttabilmente, non può più apportarvi modifiche o
aggiunte. Personalmente spiegherei così l'intensificarsi di voci e contributi attorno alla
figura e al ruolo di Fabrizio De André.
Certo, questo coro confuso e un po' (concettualmente) asincrono comporta il rischio di
trasformarsi in un cicaleccio fastidioso, in una chiacchiera vuota per il troppo clamore.
Ma a che titolo sentenziare su chi esprime le proprie idee e i propri sentimenti intorno a
qualcuno o qualcosa? Si può, al limite, misurare e valutare l'esito di un gesto o di una
parola, ma non giudicare e stigmatizzare l'intenzione che ad essi è sottesa. Il "sospetto"
è l'anticamera del pregiudizio. Ma comunque, un pregiudizio (per quanto vada combattuto) è
un segno della nostra umana fragilità. E va bene così...
Un altro modesto contributo alla conoscenza di Fabrizio ho cercato di renderlo pubblico
inviandolo alla rivista "A". Si trattava di alcune rapide riflessioni intitolate
L'etica scettica di Fabrizio De André.
Il tentativo è andato a vuoto. Anzi, dal fatto che non ho avuto il minimo cenno di riscontro,
deduco che tali riflessioni siano state considerate insignificanti.
Le pubblicizzo dunque a mio disdoro, per gli amici del sito.
Nell'anno del Signore 2004, dopo 25 anni di deliberata astinenza, avvinto dalla mia antica
passione per Fabrizio, ho avuto nuovamente l'ardire di "esibirmi" in pubblico.
A gennaio ho infatti partecipato, accanto a una ventina di cover band e artisti
singoli, a un tributo in suo onore tenutosi a Cantù, nel corso del quale ho eseguito
Via del campo, che [voglio infine confessarlo!] è sempre stata e resta la mia
canzone preferita, indipendentemente da ogni giudizio di valore, e cioè nella
consapevolezza che "non è bello ciò che piace, ma è bello ciò che è bello" (Se poi ciò che
piace è anche bello, tanto meglio).
Il 6 febbraio ho addirittura esagerato, sostenendo da solo (a conclusione di una mostra
discografica realizzata da Claudio Sassi) un concerto nel negozio "Mondo Musica" di Novara.
Ne è rimasta addirittura traccia scritta sul
"Corriere di Novara".
Il 28 agosto ho partecipato a un altro tributo a Castellanza, durante un concerto
davvero straordinario che si è protratto dalle 17,00 alle 23,30 coinvolgendo numerosi
gruppi e artisti singoli.
Durante l'estate ho raccolto alcune riflessioni sull'opera di Fabrizio nel libro
Il "primo" De André, finito di stampare il
20 ottobre e presentato a Novara l'11 novembre, cioè il giorno stesso della sua uscita
ufficiale, presso il negozio "Mondo Musica" di Rosy Catania.
Il 28 novembre, a conclusione di un "Omaggio a Fabrizio De André" organizzato dalla
Lega italiana per la lotta contro i tumori e svoltosi in più giornate, insieme ad altri
gruppi ho partecipato a un concerto
dedicato a Faber. In tale occasione, per la prima volta in vita mia, sono stato
accompagnato da una piccola ma magnifica band: Luca Quinti al violino, Francesco Marletta
al flauto, Marco Gaggini al pianoforte, Gianluca Rovelli alle tastiere e Alessia Bordi al
tamburello.
Il 3 dicembre, su invito del comune di Alassio,
ho presentato
Il "primo" De André all'interno della suggestiva ex Chiesa Anglicana di Via Adelasia.
Al termine della presentazione mi sono di nuovo lanciato sul palco, preceduto dall'amico
Raffaele Fiore dei "Pegaso" ed accompagnato al violino da Luca Quinti. Non so perché, ma
il pubblico era entusiasta ed io sono stato felicissimo tanto del coinvolgimento emotivo
quanto (lo dico in tutta modestia e in riferimento alle mie capacità) dell'esecuzione.
2005. Anno nuovo, sito nuovo. Mi spiego... Poiché è altamente improbabile che le mie
attuali gesta musicali possano interessare gli appassionati di Fabrizio, dal 12 gennaio ho
immesso in rete uno spazio interamente dedicato alla
Giuseppe Cirigliano Band, denominazione che potrebbe suscitare
forti sospetti su una mia sostanziale vanità o megalomania, ma che in realtà è stato
scelto in fretta e furia per evitare la solita citazione di un verso o di un titolo
deandreano (anche perché i più belli, secondo me, se li sono già accaparrati altre
bravissime band)... Se qualche sprovveduto visitatore, contrariamente alle mie aspettative
(ma non ai miei desideri, lo confesso), volesse interessarsi a questo mio nuovo impegno in onore
di Fabrizio, può cliccare sull'icona sottostante:
... Ma che strana la vita! Ho messo su la mia piccola band per divertirmi, solo per divertirmi. E a tre anni esatti dall'esordio, giorno più giorno meno, sulla rivista telematica "KULT Underground" è uscita una mia intervista, che i più masochisti fra i miei visitatori possono leggere cliccando sul link sottostante:
A scanso di equivoci, poiché le vie di Internet non sono infinite come quelle del Signore e a volte ci si smarrisce proprio perché alcune vie spariscono..., qualora il link (attualmente attivo) non dovesse più funzionare, chi proprio non può desistere dalla lettura del suddetto articolo può cliccare qui sotto: