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1D’altra parte, proprio quel corredo di pensieri, gesti, sentimenti, desideri… che caratterizzano un uomo, ci permette di oltrepassare questo livello scontato, lapalissiano. Di Fabrizio De André - per quello che si può dedurre dai suoi pensieri, dai suoi gesti, dai suoi sentimenti, dai suoi desideri - si può dire ad esempio che è stato un uomo coerente, e non ipocrita. Mi sento autorizzato a una simile affermazione (pur non avendolo conosciuto personalmente) da una sua profonda convinzione, che condivido pienamente: "Per conoscere un poeta basta leggerlo. Anzi, forse limitandoti a leggerlo finisci per conoscerlo nel modo migliore, perché ti esimi e soprattutto lo esenti dalla ginnastica delle moine e dei complimenti, dal desiderio troppo umano di toglierti curiosità superflue e ridurlo a personaggio. Del resto, un artista dà il meglio di sé con la sua arte". Ora, quantunque negli ultimi anni De André amasse definirsi "agricoltore genovese" (cfr. ad esempio il risvolto di copertina del romanzo Un destino ridicolo, scritto con Alessandro Gennari), egli era pur sempre un artista, e un artista dei "maggiori". E a questo proposito, come non richiamare un’altra sua affermazione? "Ho avuto modo di parlare di arti maggiori e arti minori (che è una stronzata). Uno che sceglie la canzone è un’arte minore: non è vero niente. Esistono artisti maggiori e artisti minori, non arti maggiori o minori". Quindi è attraverso la sua arte, la sua musica, le sue canzoni, che possiamo "valutare" (pessima parola) l’uomo De André. 2La prima considerazione da fare, in questa prospettiva, è la constatazione che De André rifiutava decisamente di "valutare" l’uomo, o meglio i suoi pensieri, i suoi comportamenti, sentimenti, desideri, perché essi variano da uomo a uomo, finendo a volte per coincidere ma spesso divergendo. E nulla testimonia questo suo rifiuto quanto la chiusa de La città vecchia, dove, a proposito di prostitute, ladri, assassini, afferma: se tu penserai e giudicherai da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese, / ma se capirai se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo". I "colpevoli" come "vittime" del sistema, dunque. Non si tratta di una trasvalutazione di valori in senso nietzscheano, anche se qualcuno ha giustamente notato che l’anarchismo di De André ha radici plurime. Si tratta di una lettura sociologica elementare (nel senso di essenziale, ovviamente). Una lettura cui lo stesso De André ha impresso un sigillo di trasparenza assoluta presentando appunto La città vecchia durante il tour del ’97: "Io credo che gli uomini agiscano certe volte indipendentemente dalla loro volontà. Certi atteggiamenti, certi comportamenti sono imperscrutabili. La psicologia ha fatto molto, la psichiatria forse ancora di più, però, dell’uomo, non ne sappiamo ancora nulla. Certe volte, insomma, ci sono dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e cosa sia l’errore". Nello stesso contesto, anzi proprio aprendo la presentazione, il cantautore dichiarava: La città vecchia è una canzone del 1962, dove precisavo già il mio pensiero. Avevo 22 anni… E il mio pensiero non è cambiato, perché un artista, a qualsiasi arte si dedichi, ha poche idee, ma fisse". In effetti, Fabrizio ha confermato e sostenuto tali idee lungo tutto l’arco della sua carriera e della sua vita, mostrando una profonda solidarietà e una grande comprensione per i suicidi in canzoni come La ballata del Miche’ (1961) e Preghiera in gennaio (1967), per i reietti in genere (drogati, assassini, prostitute) in Tutti morimmo a stento (1968), per i peccatori incalliti nello stupendo Il testamento di Tito (1970), per i pazzi e i malati in Un matto (dietro ogni scemo c'è un villaggio) e Un malato di cuore (1971), anche per la propria umanissima fragilità in Amico fragile (1974), per gli zingari e altri popoli oppressi in Sally (1978), Fiume Sand Creek (1981), Khorakhane (1996). Ancora nell’ultimo album, Anime salve (1996), ha intonato una Smisurata preghiera invocando il Signore (ci sarebbe molto da dire sulla religiosità laica di De André) affinché non dimentichi "questi servi disobbedienti / alle leggi del branco". 3Vorrei ripetere che questa comprensione non deriva da un’inversione di valori; non è adesione partecipe né moralistica giustificazione, ma "solo" una meditata sospensione di giudizio in un’epoca contrassegnata da quello che già Nietzsche riconosceva e designava come "il più inquietante degli ospiti": il nichilismo, cioè la frantumazione dei valori tradizionali e la conseguente assenza o mancanza di punti certi di riferimento. La crisi dell’uomo (del mondo) contemporaneo deriva essenzialmente da questa situazione di incertezza e di dubbio, di perplessità e di angoscia, dovuta all’assenza di fondamenti stabili per il proprio agire e, quindi, dalla mancanza di prospettive escatologiche. Da questa condizione esistenziale, percepita e vissuta senza autoinganni e ipocrisie, deriva lo scetticismo etico di De André, il quale tuttavia – se, ovviamente, non dà indicazioni in una dimensione costruttiva - da buon anarchico elude qualunque problematica di tipo trascendente e individua nel potere comunque inteso (politico, economico, religioso, culturale) il vero responsabile delle storture, delle ingiustizie, dei pregiudizi, dei soprusi che sempre più fortemente vanno connotando una società che deprime, reprime, distingue, giudica e condanna. Il finale di Un blasfemo (dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato) (1971), che fa parte dell'album Non al denaro non all’amore né al cielo, recita: è proprio qui sulla terra la mela proibita, / e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato, / ci costringe a sognare in un giardino incantato". Sono parole, versi, poesia di trent’anni fa, ma ancor più attuali di allora. Il sogno-inganno di un falso paradiso terrestre è infatti quello non dettato da un Dio cristiano o spinoziano (pur sempre identificabile, per il non credente, con la Natura), ma costruito e controllato dal potere (comunque inteso…) per ingannare e proibire. L’etica scettica, al di là dei suoi precedenti filosofici (da Pirrone a Montaigne, da Hume a Russell), ai nostri giorni si configura da un lato come conseguenza del nichilismo, dall’altro come il prodotto di un potere elitario e perverso. Nell’opera di De André questi due aspetti hanno una diversa evidenza: il primo è più implicito, il secondo è più chiaramente denunciato. Ciò perché in fondo il potere dell’uomo sull’uomo è assai più forte e vincolante del potere esercitato sull’uomo da Dio (o dal concetto di Dio): ne è prova il fatto che il potere si mantiene con tutte le sue prerogative, col suo "volto demoniaco", indipendentemente da ogni connotazione teocratica. Ma come i risvolti etici del nichilismo non si combattono con un ipocrita perbenismo, così le nefaste conseguenze del potere (comunque inteso…) non si eliminano con un opportunistico conformismo. Fabrizio De André lo sapeva, e ce lo ha fatto capire in mille modi, attraverso i suoi pensieri, i suoi gesti, i suoi sentimenti, i suoi desideri. Soprattutto con la sua fede anarchica (Perché l'etica scettica è un'etica anarchica). Per chi non ha avuto in dono dalla natura né ha conquistato con la propria esperienza la nobile disponibilità di De André a comprendere, rispettare ed accettare l’altro da sé; per chi non sa rapportarsi agli altri aprendosi alle loro esigenze ed ascoltando le loro ragioni; per chi è abituato a considerare la propria visione delle cose come ultima e definitiva, e giudica perciò in base a radicati pregiudizi; per chi insomma si ostina a definire "colpevoli" coloro che dopotutto sono indotti dalla propria condizione (che spesso da loro non dipende) ad assumere comportamenti illeciti o presunti tali - tra l’odio vendicativo camuffato da spirito di giustizia e l’istinto alla comprensione totale c’è pur sempre la possibilità di seguire (conoscendola, ovviamente) l’antica indicazione di Seneca: "Non è giusto odiare i colpevoli, perché l’errore li spinge al delitto, ed uno spirito assennato non può odiare chi sbaglia". fine
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