Due parole dedicate a Fabrizio *



          Dove finivano i carrugi
          della tua Genova
          e cominciavano i pavimenti lustri
          tu riuscivi a stare in bilico
          tra la linea d'ombra
          facendo sgorgare la tua voce
          a provocare l'otite ai potenti
          e a dar balsamo al cuore degli ultimi.
          Personaggi senza tempo
          e metafore universali
          impregnavano di magia filosofica
          ogni tuo pezzo,
          sussurrato con un timbro roco
          sussurrato con un timbro roco
          di tabacco
          e di alcool.
          E Andrea che si è perso,
          il giudice nano,
          bocca di rosa,
          e la Princesa di tempi non sospetti
          e poi su, in via del campo
          e giù, ne la creuza de ma
          fino ad "Amico fragile"
          in cui ti specchiavi
          e si specchiava la tua anima.
          Fine intellettuale,
          poeta che odiava il sentirselo dire,
          anarchico da sempre
          consideravi il nazzareno
          il più grande rivoluzionario
          e con grande coerenza porgesti l'altra guancia
          quando subisti la violenza e perdonasti.
          Passasti attimi di terrore
          quando vedesti la Nera Signora?
          Chissà, chi potrà dirlo.
          Ricordo però che solevi sempre ricordare
          questa atavica paura che di lei abbiamo.
          Nascoste tra le note della tua chitarra
          e tra le righe dei tuoi testi
          ci accorgiamo delle mille verità,
          ma siamo orbi del tuo occhio indagatore
          e muti delle tue parole precise e senza sbavatura,
          avanti qualche passo dall'orizzonte
          del più acuto osservatore.
          E intanto,come sempre, scivola il sole
          al di là delle dune a violentare altre notti
          e tu ci manchi,
          caro Faber.

          * di Roberto Minotto

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