francesco guccini

 
francesco guccini


di campi, cortili e di strade
di enrico de angelis
[Comune di Carpi, 2003, pp. 9-17] *


Da che mondo è mondo i poeti si pongono dubbi e domande, parlano dell’amore e della caducità delle cose, di attese e di rimpianti, del tempo che passa e dei misteri della vita. Così abbiamo imparato a scuola, e così fa esattamente Francesco Guccini. Anche lui non sfugge a queste regole. Di solito non ci piace parlare di "poesia" quando si tratta di canzone, perché trattasi di materie molto diverse, ma Guccini è davvero un piccolo poeta, oltre che per l’ispirazione, proprio per la sua sapiente familiarità con l’uso letterario, direi classico, della parola. Certo non è la poesia carducciana della Leggenda di Teodorico che vecchio e triste al bagno sta, che una volta in concerto gli abbiamo sentito declamare improvvisandone un’esilarante esegesi che del glorioso testo smascherava ingenuità e cadute retoriche, l’aprico verde, i donzelli e il funere nefando. In parole povere, come in quell’occasione disse lui tra il serio e il faceto, "una puttanata".

La poesia di Guccini non è una puttanata, ma in un certo senso alla gente le cosiddette "sciocchezze" arrivano più facilmente che la poesia. Nel senso che, nel rapporto vivo col pubblico, nel continuo interrompersi, dialogare e improvvisare, la simpatia umana e la brillantissima capacità di intrattenimento di questo vecchio amico, grande e goffo, pungente ma bonario, prevalgono sul fascino letterario delle sue canzoni. Un po’ per il clima euforico che sa creare in concerto - anche tra i giovanissimi - e un po’ per i pessimi impianti fonici che accompagnano cronicamente le sue serate nei Palasport, sottigliezze, preziosismi e infinite fioriture dei testi finiscono sul momento per perdersi.

Ma qui subentra pur sempre lo specifico della canzone: ossia la valenza musicale, il canto, la magica metamorfosi della parola nell’incontro con gli andamenti ritmici, il suono di una band come la sua, che agisce ormai con la testa fra le nuvole, tanta è la collaudatissima e perfetta leggerezza con cui accompagna da sempre Guccini (i vari Flaco Biondini, Vince Tempera, Ares Tavolazzi, Ellade Bandini, Antonio Marangolo, Roberto Manuzzo). E poi quella voce che sembra un tronco d’albero, limitata e sporca, rugosa e montanara, ma carica di una bella enfasi rude e spessa, una voce dentro la quale sono ancora tutte contenute le "risse terrose di campi, di cortili e di strade" della sua infanzia.

Alla prova d’ascolto non possono certo fallire, perciò, gli irresistibili "segnali" collettivi che emanano titoli storici come Canzone per un’amica, Auschwitz, Dio è morto, La locomotiva, Il vecchio e il bambino, Canzone delle osterie di fuori porta, Eskimo, Autogrill, o L’avvelenata, che peraltro oggi ci sembra solo un allegro divertissement rispetto alla più recente invettiva di Cirano, così gonfia di indignazione, di aristocratica fierezza ma anche di dolente solitudine (è lì la fragilità di Cirano: nel privato, nell’amore, non nel rapporto con i potenti). Canzoni che sono tutte in egual modo patrimonio indiscusso di generazioni diverse, che vengono cantate dai genitori e dai loro figli adolescenti come fossero uscite tutte insieme in un unico disco senza tempo, destinato a chiunque. Basti osservare le code che a fine concerto si formano davanti al camerino di Francesco: intellettuali, giovani, giovanissimi, e magari vecchi amici ruspanti (lui è uno dei pochi artisti che semina amicizie sincere in ogni città in cui si ferma), tutti disciplinati da uno staff di gente gioviale e allegra come si conviene al "capo" (nulla dei gorilla che normalmente proteggono le popstar). A proposito, siete mai stati alla presentazione ufficiale di un disco di Guccini? Non è come le altre, ma non tanto perché al party vengono offerti grana e salame anziché caviale e salmone, bensì perché Francesco vi si aggira come se lui fosse lì per caso, a chiacchierare spiritoso e indolente con chi capita, e di tutto parla tranne che del disco. Guccini è infatti contemporaneamente un cantautore, un amico, un coetaneo di tutti, un compagno di ricordi e d’avventure mentali, un buffo esilarante, un conversatore sfrenato, un intellettuale sottile e un commensale da osteria.

C’è un momento in particolare, ai suoi concerti, in cui si avverte che il pubblico è extragenerazionale: è quando attacca Il vecchio e il bambino, e nell’aria si tende una profonda "genuina" solennità, realmente nobile, coinvolgente, emozionata. La canzone è di quelle che appartengono ormai a tutti, è monumento nazionale. Ma dal vivo funzionano comunque anche le canzoni meno "storicizzate", quelle degli anni più recenti, sia che si tratti di riconoscibili ballatone in perfetto stile gucciniano sia che si tratti di deviazioni più originali e anomale: per esempio la cueca boliviana dell’erotica Canzone delle colombe e del fiore; l’abbandono notturno e rarefatto di Stelle; gli articolati chiaroscuri musicali di Il caduto (firmati da Flaco); o la graziosa musica anni ‘50-60 di Il matto (questa firmata da Tavolazzi), che mescola curiosamente vecchi climi di jazz, night e cabaret, lo Jacques Loussier che arrangia Bach e le ballate satiriche di Jannacci, Tenco e i Cantacronache. Entrambe, queste ultime canzoni, sulla tragicommedia della guerra che uccide l’uomo separandolo dalla natura, sia la natura di un paesaggio sereno come quella di un animo libero; sui "caduti", appunto: caduti nel profondo di una fossa gelida e beffarda, caduti in basso loro malgrado.

Le canzoni non le fa per mestiere, lui. Non lancia messaggi, benché sia uno degli autori più concettosi che si ritrovano, ma semplicemente racconta se stesso, oltre tutto col basso quasi continuo dell’autoironia. La produzione artistica coincide con la personalità umana di questo passista della canzone, continuativo e tenace, montanaro colto, insieme pesante e ironico, saggio e tenero. Guccini è Modena, Bologna e Pavana messe insieme: la piccola provincia polverosa, la città pregna di fermenti culturali, ma poi "la montagna nel cuore". È l’euforia amichevole del vino, ma anche la logica lucida del vino; è la libertà delle notti ampliate a dismisura dalle chiacchiere seminate per le strade, è la voglia di vivere anche dopo tutti i fallimenti e le rinunce, dolci o tristi che siano. Probabilmente oggi il Guccini animale notturno che fa l’alba per smaltire le bottiglie col caffè della stazione ha trovato una dimensione nuova, più serena, come fosse passato dalla notte al mattino, rispetto per esempio alla fase meditativa e decadente di un disco come quello delle "Stanze di vita quotidiana". Là erano appunto le canzoni "della rinuncia", del sonno, del "viversi addosso", delle fatiche senza scopo, dei piccoli malanni, dei giorni sprecati, delle "ragazze che se ne vanno". Ma già allora, a dire il vero, Francesco si affrettava a spiegare che la rinuncia in fondo non era la sua, bensì quella degli altri ("Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta. Qualcuno è andato per età, qualcuno perché già dottore e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera, ed è una morte un po’ peggiore"). E già nel "morning blues" Via Paolo Fabbri 43, immediatamente successivo, Francesco non se ne va a letto dopo la nottata per le strade, ma affronta il giorno con una bellissima tronfia vitalità e un ampio arioso spiegarsi di voce.

A mente fredda (cioè, come dire? a concerto finito) va ribadito che a dare grande spessore al repertorio di Guccini è pur sempre la parola. Del resto, anche nei grandi raduni collettivi che sono i suoi spettacoli quasi tutti i fan celebrano il rito festoso del concerto dopo aver comunque già assimilato intimamente la bellezza del verso, dopo aver ben masticato la ricchezza dei contenuti. Presso il suo pubblico i suoi testi sono già acquisiti, sono già stati delibati e digeriti in altra sede, nel momento dell’ascolto meditato, in quel tempo del pensiero che egli riesce puntualmente a mettere in moto; mentre il tempo del concerto, dell’ascolto dal vivo, è più abbandonato al gusto dell’intrattenimento, al colloquio amichevole con lui che dal palco chiacchiera argutamente del più e del meno, stimola anche senza volerlo gli interventi del pubblico, scherza sui fatti del giorno, in modo così scanzonato da far passare in secondo piano quell’immagine di "vecchio saggio", paterno ed esteriormente orso, che spesso gli viene assegnata. Succede insomma che, se ad un’analisi attenta le sue canzoni rasentano la perfezione letteraria, una bellezza incandescente e persino compiaciuta, poi al momento dell’esecuzione dal vivo, del rito collettivo, esse conquistano come per miracolo un’improvvisa immediatezza, una credibilità, un’evidenza cinematografica e popolare che vengono innazitutto dal modo di porgerle, dalla persona globale che sta dietro, e poi naturalmente dalla fluente piacevolezza musicale. Bastano quei primi inconfondibili accordi di Canzone per un’amica ed è come il tintinnio del campanello da messa: tutti a raccolta, il rito comincia. Dopodiché il ritmo procede elastico, spedito, tenendo insieme digressioni musicali di vario genere che partono in continuazione, anche contrastandosi: sapori folk e country, attacchi alla Lou Reed, miniperformance da progressive anni Settanta, cambi di ritmo, l’uso del "crescendo", l’alternarsi degli assoli strumentali, le divagazioni dei sax, passaggi struggenti e malinconici che si alternano bruscamente alla ruvidezza del canto o alla veemenza di certi incisi strumentali. In certi brani il risultato è davvero di una perfetta compiutezza musicale: la melodia articolata della Bambina portoghese, l’appropriata milonga di Scirocco, il blues pieno della Canzone per Anna, che accompagna lentamente e mollemente lo scorrere della solitaria serata di Anna dalla penombra al buio, o l’appassionante maestoso verace Tango per due, dove la fusione fra parole e musica è davvero esemplare, specie in quel collage futurista di vocaboli fulminanti come formule chimiche.

Come si vede solo da questi pochi esempi, sono eterogenee le forme presenti nel suo background. Guccini compare discograficamente nel 1967, quando da poco è arrivata in Italia l’influenza della nuova musica americana, il folk–revival, il folk–rock, la canzone di protesta, Pete Seeger e Bob Dylan, Simon & Garfunkel e Joan Baez… Francesco diventa subito il caposcuola di quella che chiamiamo la seconda generazione di cantautori, che si rifà a questi modelli ma ha anche già ben conosciuto e assimilato influenze precedenti, ovvero la canzone francese (Brassens, Brel) e i Cantacronache (specie quell’epigono di Brassens che è Fausto Amodei). Lui segna il passaggio tra i due mondi, ma indubbiamente il "format" americano ha il sopravvento. Del resto, fin dagli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, in un momento in cui imperavano per esempio gli Everly Brothers, Guccini suonava (e ballava) il rock’n’roll nelle balere. Ora, a metà anni ’60, accoglie con interesse le strutture lineari e spoglie della ballad americana, i tipici arpeggi alla chitarra, l’apertura dichiarata ai temi sociali e politici (le battaglie per i diritti civili, l’attrazione per il movimento hippie). Per lui come per intere generazioni, l’America è un mito vasto e complesso, che si trasmette col cinema e la letteratura, da Steinbeck a Kerouac, da Hemingway a Paperino. Ed è anche esperienza vissuta: attraverso lo specchio dello zio emigrante, o direttamente attraverso un viaggio di quegli anni, permeato di odio–amore. La scelta della struttura folk americana trova poi corrispondenza in un’altra vocazione che lo contraddistingue, quella del raccontatore, quasi del cantastorie, con tutto ciò che questo implica nell’utilizzare la canzone come strumento narrativo–epico, nel ruolo della musica come appoggio, nell’uso del linguaggio, nella tecnica di versificazione, negli influssi del canto popolare, nella valorizzazione della cultura locale.

Forme e contenuti, per quanto di diversa origine e di diversa età, arrivano comunque come un tutto omogeneo, fresco di giornata, sempreverde, intatto, estraneo alle mode. Le canzoni di Guccini attraversano il tempo: in tutti i sensi, visto che che la maggioranza ha anche per argomento principe, per motivo ispiratore, lo scorrere dell’esistenza, il senso dell’essere e del non essere, il tempo inteso come percorso e passaggio impalpabile tra la vita e la morte. È di questo che parlano Il vecchio e il bambino e Per fare un uomo, Quello che non e Un altro giorno è andato, Amerigo e Canzone per un’amica, Signora Bovary e Canzone per Anna, Bisanzio e La bambina portoghese, e così via. C’è un suo filone di canzoni che sembrano una sola canzone, nella quale divaga e filosofeggia sul tempo che ci mina dentro, sull’incubo segreto dell’invecchiare, sull’imbarazzo dell’avvenire (la degradazione ambientale, per esempio), ma più guardando agli altri anziché scoprendo se stesso. C’è un album, "Quello che non…", che a cominciare dal titolo è un campo disseminato di segnali negativi, o alla meglio di punti interrogativi, domande più o meno retoriche, dubbi ansiosi, ambiguità, dissolvenze. Guccini medita su quei momenti impalpabili e ineffabili che sono i momenti di passaggio, le contraddizioni, la confusione degli opposti, la vaghezza di confine, il senso doloroso del declino, l’incertezza dell’essere e non essere, cercando di annodare il temuto incalzante futuro di un mondo prossimo al crollo con le radici di un passato da trattenere. Una negatività filante, invischiante come la nebbia dell’Emilia, "compatta, scabrosa, stirata, che sembra di pane". Viene da porci una delle sue stesse "domande consuete": "Rimanere così, annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le età, è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità?"

Ecco un cantautore del quale, eccezionalmente, è appunto gratificante leggersele e rileggersele in pace a casa, queste cascate di parole, anche solo sulla carta. Si scoprirà una capacità di versificare che apparenta Guccini, unico fra i cantautori, non tanto al Carducci che citavamo prima, ma un pochino, questo sì, a Pascoli o a Gozzano. Lui dice di fare così: apre il vocabolario a caso, sceglie una parola difficile e ci fa sopra una canzone... Naturalmente non è così: Guccini è in grado di mettere in una canzone parole come rovaio, greppe, ellissi, effemeridi, chiasmi filosofanti... e tutto fila via liscio lo stesso. C’è un’ansia cólta di conoscenza che è insita anche nel modo di amare, inteso (per esempio in Vorrei) come condivisione di esperienze, come gusto di scrutare gli stati d’animo, penetrare i segreti infinitesimi della donna, riconoscerne ogni minima ombra.

Davvero le parole non gli fanno paura, le domina con sicurezza, con virtuosismi persino bizantini, con una tecnica minuziosa che non trascura nemmeno l’ultima particella pronominale e padroneggia rime, allitterazioni, assonanze, accenti, inversioni, tronche finali (s’intende col netto rifiuto di usare le classiche "zeppe"). Un blob di vocaboli apparentemente disordinati, accostamenti geniali, doppi sensi, immagini prestigiose, figure retoriche, citazioni, parodie, deviazioni dialettali, stereotipi voluti, ambiguità, parole desuete, neologismi "di ritorno", ovvero di stile paradossalmente antiquato. Nei suoi versi lunghi e piani Guccini sancisce al meglio possibile le modalità d’uso della lingua italiana in canzone. La narrazione è spedita, costellata di flash fulminanti e di oggetti simbolici che danno corrispondenza ai sentimenti. Ma su questo linguaggio c’è poi una stratificazione di codici letterari che gli sono cari: c’è del Barocco, c’è dell’Ottocento, c’è del crepuscolare e del Gozzano (o magari di quel corrispondente a Gozzano in canzone che è Armando Gill, l’autore di Come pioveva). Ma, scusate per l’azzardo, mi par d’echeggiare finanche un che di leopardiano in certi versi: "Ricordi? le strade erano piene di quel lucido scirocco che trasforma una realtà abusata e la rende irreale…"; "Ma dove sono quelle stagioni smisurate, quando ogni giorno figurava gli anni a venire?…"; "Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi di mezza festa e di quasi male?…" E poco importa che tra parole "abusate" possa piovere all’improvviso un neologismo: "Presto ti accorgerai com’è facile farsi un inutile software di scienza e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza…"

Tutto questo per dire di cosa? Di malesseri, insoddisfazoni, pessimismi, malinconie sferzanti. Per… "chiacchierare di nubi"; ma non solo nubi, nemmeno nelle vaghe divagazioni di certe "guccinate" come sono le Canzoni di notte. Francesco è assai più profondo. Il suo vino non è "rosso routine" come quello di Scirocco. Le canzoni sono fatte con domande difficili, interrogativi irrisolti, paure serene, attese pacate, "dubbi quasi doverosi"; e questa è la loro saggezza. All’ignoranza della superbia Guccini contrappone una specie di "saggezza della relatività". È relativa, per esempio, la visione del padre, che quando siamo giovani misuriamo grettamente col nostro metro e poi finalmente illuminiamo calandoci nel suo tempo e nella sua dimensione, e allora questo padre che sembrava topo o pesce di fiume può improvvisamente diventare aquila o squalo. O è relativo il ricordo delle "piogge d’aprile", perché quelle antiche primavere non conoscevano la nostalgia e il mondo era visto con occhi diversi: le piogge di stagioni scomparse per sempre, primavere lucide e lavate, estati senza fine, "stagioni smisurate" con tutti i loro colori a posto; e ora che viviamo solo "stagioni di mezzo", spente in energie finite e in "frasi storiche da dopocena", le aspettiamo cadere ancora, quelle piogge di una volta, "come uno schiaffo". E cosa c’è di più relativo del tempo che va? Col tempo, c’è anche l’ansia di andare oltre il tempo, di trascendere la realtà, di "guardare dietro la faccia abusata delle cose", di andare "in fondo in fondo", là dove può esserci soltanto un assolo di sax; di svelare pian piano la morte ma guardandola pur sempre dalla parte della vita. Non perciò una morte cupa e sinistra, ma dolcemente progressiva: "Si muoia solo un po’, di quando in quando… Sia a poco a poco che si va a morire"; parole alla Brassens.

La nobiltà del dubbio conferisce al repertorio gucciniano una tensione morale che non è dei normali dischi di canzoni. È un uomo perdente che per esempio si congeda alla fine di "Signora Bovary", ma aggiungendo: "Noi immergenti, noi con fedi e ossa rotte, canteremo ancora, in modo clandestino, senza vociare… Quando perdo non sto lì a mandar giù fiele, e se dicon che vinco stan mentendo, perché quelle poche volte che busso a bastoni mi rispondono con spade e con denari. La ragione diamo, e il vincere, ai coglioni oppure ai bari".

Poi, un bel giorno, la vocazione di Francesco per la parola esplode in modo nuovo. È un improvviso coup de théâtre: escono nel 1989 le Croniche epafaniche, primo di una serie di libri che svelano e impongono un Guccini diverso, il Guccini scrittore. Libri che peraltro non si leggono solo, ma si ascoltano: non perché vi sia allegato un cd o qualcosa del genere, non perché si tratti del solito cantautore che mette nero su bianco le proprie esperienze musicali, bensì perché la scrittura stessa "conversa", bisbiglia, rumoreggia, tuona. Dalle Croniche epafaniche la vita di Pavana esce amplificata nei vocii, nelle martellate, nei fragori possenti e nei gorgoglii sommessi: lo sferragliare della macina, il ribollir del fiume, i grugniti del maiale, i richiami delle donne, il clacson della corriera, la strana musica degli americani, eccetera. E poi la sonora delizia del linguaggio, diverso da quello delle canzoni: un dialetto già di per sé bastardo (siamo a mezza via tra Emilia e Toscana), volutamente travisato da fantasie soggettive, echi di città o di Padania, manipolazioni magari influenzate da cognizioni "dotte" che vanno da Antipatro di Tessalonica a zio Paperone. Un gran bel "parlato", buttato lì senza complessi, che incrocia allegramente la dimensione collettiva del dialetto con quella privata del lessico familiare o addirittura dell’invenzione personale. Un linguaggio millimetricamente preciso, una festa di metonimie, aplologie, eufemismi, metafore, metatesi e "voci paracadutate". Con questo arguto e sonante eloquio Guccini racconta che par di sentirlo davvero chiacchierare per un’intera serata, facendo scorrere i ricordi come l’acqua del suo fiume: qualche volta lascia che si accavallino, poi riprende il filo del discorso, a tratti è concitato e precipitoso, a tratti lento, languido, silenzioso. È proprio il fiume che determina i ritmi vitali di un’esistenza operosa e sapiente, cadenzata secondo orari fissi, di gente che mangia a mezzogiorno in punto, e prima e dopo lavora. Il fiume che va, le macine che girano segnano il tempo che passa, sono archetipi di vita e di morte. L’acqua che avvolge l’infanzia del narratore è il liquido amniotico del suo affacciarsi alla vita. Ma questa stessa infanzia è anche il primo avvicinarsi alla morte, l’esplorazione quasi ossessiva delle proprie radici (di cui al memorabile disco), la ricerca di un’era perduta ("un mondo perso e sognato") spiato nei nonni e negli zii, intravisto oltre l’apparenza di quegli anziani che egli ha conosciuto già coi capelli bianchi ma furono pur giovani un tempo.

Avrebbe potuto forse continuare a fare lo scrittore e basta, Francesco Guccini, ma per fortuna ha proseguito anche la strada del cantautore, dei dischi, dei concerti. A proposito dei quali finisco con un’annotazione che non mi pare da poco. Come si sa, i suoi concerti si concludono, per lo più, con La locomotiva, evocazione di un epico episodio di inizio Novecento. Bene, solo pochi anni fa, durante la guerra in Cecenia, ci fu veramente, come un secolo prima, un ribelle kamikaze che con una locomotiva si lanciò a folle velocità contro un convoglio militare russo. La storia si ripete, e le canzoni, quando sono esatte e vivide come quelle di Guccini, restano un piccolo ma micidiale strumento per fotografarla.

[ENRICO DE ANGELIS]


* Questo saggio è protetto da copyright ed è qui riprodotto col gentile consenso dell'autore e dell'editore. Si tratta di un contributo originale, inserito nel volume Francesco Guccini. Stagioni di vita quotidiana, curato da Roberto Festi e Odoardo Semellini in occasione dell'omonima mostra allestita dal Comune di Carpi dal 19 settembre al 19 ottobre 2003.

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