dio è morto


Sebbene sia del '67, questa canzone non fu inclusa in Folk beat n. 1 ma venne portata al successo dai Nomadi. E Guccini la canterà in pubblico soltanto dieci anni dopo, proprio insieme al celebre gruppo modenese.
Dio è morto "parla apertamente di corruzione e meschinità, di falsi miti e di falsi dei. È una canzone importante, [...] che apre la canzone di protesta italiana a temi ulteriori rispetto a quello del pacifismo, e più precisamente veicola un'opposizione radicale all'autoritarismo, all'arrivismo, al carrierismo, al conformismo" [P. Jachia, Francesco Guccini, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 30].
Equivocando sul titolo (che richiama la celebre espressione nietzschiana) e fraintendendo il significato del testo, la Rai censurò questo brano che rappresenta uno dei vertici, non solo della produzione gucciniana, ma dell'intera canzone d'autore italiana. Il sospetto di blasfemia per quanto riguarda questa canzone può infiltrarsi soltanto in una mente ottusa e "malata" (anche se, dicendo ciò, non ho alcuna intenzione di offendere i responsabili di quella censura): ne sia prova il fatto che Dio è morto venne invece trasmessa da Radio Vaticana. Perché? Perché qualche persona intelligente aveva compreso che la canzone in realtà non celebra la morte di Dio ma proclama la necessità di una nuova rinascita spirituale e morale, e rappresenta una critica al "perbenismo interessato", al falso moralismo, all'imperante ipocrisia, al vuoto consumismo, al becero edonismo: e per capire tutto ciò basta fare attenzione alla chiusa, dove di Dio (e non di falsi idoli) si dice apertamente che "è risorto".
In fondo, la "morte di Dio" si è manifestata (si manifesta?) "nelle auto prese a rate... nei miti dell'estate... nei campi di sterminio... coi miti della razza... con gli odi di partito"; ma l'autore pensa che la sua generazione (ed essa con lui, vorrei dire) è preparata

     a un mondo nuovo a una speranza appena nata
     ad un futuro che ha già in mano a una rivolta senza armi
     perché noi tutti ormai sappiamo
     che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge.
     In ciò che noi crediamo Dio è risorto
     in ciò che noi vogliamo Dio è risorto
     nel mondo che faremo Dio è risorto.


La ripresa anaforica finale, l'insistenza sulla "resurrezione" di Dio (cioè sull'esigenza di valori etici, e comunque non dogmatici e definitivi), non suona retorica perché se ne avverte la verità profonda, come del resto dimostra una dichiarazione dello stesso Guccini: "Aggiunsi una speranza finale non perché la canzone finisse bene, ma perché la speranza covava veramente".
Vorrei chiudere questa breve analisi citando ancora Jachia, il cui libro è davvero prezioso e fondamentale per capire a fondo l'ideologia e la poesia di Francesco Guccini. Scrive dunque l'autore: "Questa canzone, ma in realtà ogni sua canzone di questo e degli altri dischi, è così non solo una trincea di resistenza etica, umana e civile rispetto all'immpralità politica dominante nel mondo e in Italia, ma veicola al suo interno un'organizzazione logico-estetica capace di sopravvivere al passare delle stagioni e delle mode e alle facili strumentalizzazioni politiche. Non stupisce quindi, ad esempio, il continuo apprezzamento di Auschwitz e Dio è morto da parte dei giovani, laici e cattolici, susseguitisi in questi trentacinque anni" [cit., pp. 31-32].
Ma vorrei chiudere davvero con le parole che lo stesso Guccini ha usati per questi due evergreen: "A volte mi chiedo come Auschwitz o Dio è morto, canzoni scritte nel 1964-66, piacciano ancora così tanto e appaiano sempre attuali... Il merito però, devo dire, non è del tutto mio ma degli sponsor di queste canzoni, i razzisti e gli imbecilli che, a quanto pare, tornano periodicamente alla ribalta".

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