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"guccini, il mestiere di raccontare"
intervista di Sebastiano Gulisano
[in "Avvenimenti", 8 novembre 2002]
"Fin da ragazzino mi piaceva fare lo scrittore. Scrivere, raccontare,
questa è la mia attività primaria". Magari accompagnandosi con la
chitarra. Già, perchè l'attività principale di Francesco Guccini è
quella di cantautore o, come lui preferisce, di cantastorie. In 35
anni di mestiere - il suo primo disco, Folk beat n.1, è del 1967 - si
è fatto apprezzare per la qualità della sua multiforme attività:
canzoni, fumetti, romanzi, racconti, attore in quattro film, qualche
scampolo di televisione e, naturalmente, tantissimi concerti. Una
"poliedricità" e una "non comune profondità di messaggi e contenuti"
che, il mese scorso, gli sono valse una laurea ad honorem in Scienze
della formazione primaria, conferitagli dalle Università di Modena,
Reggio Emilia e di Bologna.
Ha riso di cuore quando gli hanno spiegato che con questa laurea
potrebbe insegnare all'asilo, e ride altrettanto di cuore quando gli
facciamo notare che il suo Don Chisciotte (canzone del suo ultimo
album, Stagioni, del 2000) piace ai bambini: "Si vede che smuovo in
loro qualche cosa... gli fa l'effetto di una favola, una cosa del
genere. È come prendere una canzone adatta alle varie fasce d'età, ai
vari tipi di ascoltatori".
A proposito di Don Chisciotte. C'è ancora bisogno di
cavalieri erranti?
Adesso forse più di altri tempi. Ogni giorno assistiamo a
cose che ci fanno venire voglia che ce ne sia non uno - uno è poco -
ma tanti, che vadano in piazza a manifestare la loro opinione.
Siamo ancora a "sociale e antisociale"?
Roba vecchissima, del primo disco.
Lei è ancora antisociale?
Ma no. Quella è roba satirica, erano due personaggi. Il sociale è
del 60-61, l'antisociale di qualche anno dopo, 62-63. Non è che io
fossi sociale o antisociale, erano due macchiette, due personaggi.
Sembrava autobiografica, sebbene l'ironia fosse evidente.
L'antisociale nasce da un amico il quale, dopo avere ascoltato La
vie en rose, diceva: "Ho fatto una canzoncina che si chiama La vita in
rosso". Questo episodio m'aveva dato lo spunto per scrivere
L'antisociale. Ma è roba vecchia, remota.
Lei ama la socialità, le osterie....
Sì, sicuramente. Anche se ormai a Bologna ci sto meno, abito quasi
a tempo pieno in questo paese appenninico, Pàvana, dove naturalmente
ho degli amici, ma il tempo delle osterie è un po' finito. E poi, le
osterie non ci sono più, ora ci sono i bar.
Nemmeno a Pàvana ci stanno le osterie?
No, non ci sono più. La vita notturna è molto modesta.
E che fa a Pàvana?
Scrivo, leggo, faccio delle girate con gli amici. Si sta bene lì.
E in mancanza delle osterie? Le chiacchierate, le partite a carte?
Le chiacchierate sì, a carte è tanto che non gioco. C'è una specie
di Pro Loco, dove ci si incontra. A me va bene.
Non ha dunque perso il gusto della quotidianità, delle piccole
cose, dei gesti minimi, degli odori, dei sapori. Le sue canzoni ne
sono impregnate. C'entra tutto questo con la scelta di andare a vivere
in un piccolo paese dell'Appennino pistoiese?
C'è questo aspetto sicuramente. Le canzoni rispecchiano il periodo
di vita in cui sono state scritte. Nel corso di trent'anni si sono
succedute diverse quotidianità, ma cambiano i tempi, cambiano i
compagni, cambia la vita. E poi uno a vent'anni, a trenta, è diverso
che a cinquanta o sessanta.
Le hanno dato una laurea perchè nella sua attività ha trovato "un
seguito straordinario e continuato presso tutti i giovani delle
generazioni con cui è entrato in contatto"; ai suoi concerti ci sono
sessantenni e ventenni. Che effetto le fa?
Ben venga. Ho sempre detto che cantare per una platea di reduci
sarebbe agghiacciante, avrei forse smesso. Vuol dire che le canzoni
funzionano. Alcune delle canzoni che faccio durante il concerto le ho
scritte quando molte persone non erano ancora nate, questo vuol dire
che la canzone ha ancora qualche cosa da dire.
Cosa prova a salire sul palco? Cosa è cambiato in tutti questi
anni?
Io sono sempre preoccupato prima di iniziare una tournée; durante
le prime prove ho paura di non avere ben assimilato i pezzi, perché
facciamo canzoni vecchie riarrangiate e pezzi nuovi. Sono sempre
preoccupato per quanto riguarda il debutto, le prime due o tre tappe.
Poi, quando tutto è collaudato, mi sento abbastanza tranquillo, anche
se salire sul palco dà sempre una certa emozione. È come un esame
all'università: l'emozione dura i primi dieci minuti e se funziona,
funziona tutto.
Lei stava per laurearsi a Magistero, ha mollato che le mancava la
tesi. Poi, quando ci ha ripensato, anni dopo, ha scoperto che avrebbe
dovuto pagare fior di milioni. Questo riconoscimento le ha fatto
risparmiare un bel po' di soldini.
Sì. (Ride) Ma non è che il problema mi si ponesse.
Ha scritto fumetti, Con Bonvi ("Storie dello spazio profondo"), tre
romanzi da solo e tre con Loriano Macchiavelli, una raccolta di
racconti, sempre con Macchiavelli; ha fatto l'attore con Paolo
Pietrangeli ("I giorni cantati"), Stefano Benni e Umberto Angelucci
("Musica per vecchi animali"), Luciano Ligabue ("Radiofreccia") e Enzo
Monteleone ("Ormai è fatta"). E un programma tv con Roberto Benigni
("Tele vacca"). Preferisce qualcuna di queste attività o è l'insieme che
fa Guccini?
Tutte queste cose, nell'insieme fanno sicuramente me stesso.
Scriverà altri romanzi con Macchiavelli?
Santivito non è un personaggio che può durare a lungo, non ha una
vita eterna; non ha avventure di prima della guerra e di dopo la
guerra, non è Maigret e nemmeno Nero Wolfe, che stanno sempre lì, in
questa Parigi astratta, in questa New York astratta. Il nostro
personaggio vive ben radicato nel territorio e quindi prima o poi
doveva sparire. Io sono al mio terzo romanzo da solo, lui sta
scrivendone un altro di suo; se vogliamo continuare dobbiamo trovare
un altro personaggio, un'altra situazione.
Che ricorda del programma con Benigni?
Era un Benigni molto simpatico, anche un po' naif. Al di là della
trasmissione era la frequentazione quotidiana che era divertente.
Continuate a vedervi?
No, l'ultima volta l'ho visto, di sfuggita, un paio d'anni fa
quando venne a recitare versi di Dante all'Università.
Com'è stata l'esperienza con Ligabue?
Divertente, ma senza pensare di fare l'attore. Scrivere va bene,
cantare va bene, fare l'attore no.
Non la diverte fare l'attore?
A dire la verità, mi diverte meno perché è molto più scomodo: si
lavora anche a ore strane che non sono nelle mie corde. E poi il
cinema è noioso, una scena si ripete tante volte, si aspetta perché
montino tutte le apparecchiature. È stata una parentesi.
I testi di alcune sue canzoni stanno nelle antologie scolastiche.
Nel '92 le hanno anche assegnato il Premio "Eugenio Montale" - un
grande poeta - per la sezione "Versi in musica".
Penso che le canzoni devono essere cantate.
Ma i testi possono avere un valore poetico che va al di là della
canzone?
Oddio, sì. Solo che la canzone nasce con la musica.
Sono trascorsi 35 anni dal primo disco. Stanco?
Si va avanti, finché c'è voglia di fare questo mestiere, finché si
ha voglia di scrivere canzoni. E poi, presa come la prendo io dà ampie
possibilità, al di là della canzone, e questo mi va benisssimo.
Verrà fuori un disco da questa tournée?
No, no, no. Il disco lo faremo tra un anno, se va tutto bene, se
riesco a scrivere le canzoni che ho in mente.
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