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Colleghi cantautori, eletta schiera,
che si vende alla sera, per un po' di milioni,
voi che siete capaci, fate bene
a aver le tasche piene, e non solo i coglioni.
Che cosa posso dirvi? Andata e fate,
tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete,
un Bertoncelli o un prete,
a sparare cazzate.
Son partito dalla citazione di questa strofa, la penultima di questa stupenda "canzone di rabbia", perché il riferimento al noto critico musicale è essenziale per capirne l'origine. Lo stesso Guccini, nelle note di presentazione del disco, scrive infatti: "spero che l'amico che cito nella canzone non me ne voglia per aver lasciato il suo nome. Dopo un pomeriggio di chiacchiere e chiarimenti reciproci, spero di essergli diventato abbastanza amico da permettermi di fare dell'ironia su di lui. E poi quando ci siamo conosciuti, la canzone era fatta; l'ha ascoltata, e non mi è sembrato che si arrabbiasse".
Sempre Guccini, in un'intervista, ha dichiarato: "L'avvelenata l'ho composta infatti contro un solo giornalista, Riccardo Bertoncelli. Scrisse che avevo realizzato Stanze di vita quotidiana perché ero ormai entrato nella routine di un disco l'anno". E a testimonianza che il critico-giornalista, almeno dopo l'incontro col cantautore, non se la fosse presa più di tanto va sottolineato il fatto che egli sia stato l'unico a "protestare" quando Guccini ha iniziato nei concerti a sostituire il suo nome con quello di Berlusconi (che, quanto a "sparare cazzate", si difende niente male!).
Scrive Paolo Jachia: "Anche per questo suo continuo richiamo all'attualità, L'avvelenata è una vera canzone-cabaret, ed essa, ironica e grottesca, testimonia che Guccini non è solo un cantante impegnato, ma ha anche una vena da vecchio giullare e da autentico cabarettista. [...] Questa dunque oggi la canzone che all'epoca si inseriva, invece, nei dibattiti degli anni Settanta interni alla sinistra sulla figura e la coerenza delcantautore e da qui vengono nella canzone, oltre il pretesto, anche un certo gergo assemblearista e le famose parolacce, in realtà non particolarmente scandalose e patrimonio del modo di parlare dei giovani dell'epoca" [P. Jachia, Francesco Guccini, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 112]:
Mio padre in fondo aveva anche ragione
a dir che la pensione è davvero importante,
mia madre non aveva poi sbagliato
a dir che un laureato conta più di un cantante.
Giovane e ingenuo io ho perso la testa,
sian stati i libri o il mio provincialismo.
E un cazzo in culo e accuse d'arrivismo
dubbi di qualunquismo son quello che mi resta.
[...]
Ma se io avessi previsto tutto questo
(dati, causa e pretesto), forse farei lo stesso.
Mi piace far canzoni e bere vino,
mi piace far casino, poi sono nato fesso.
E quindi tiro avanti e non mi svesto
dei panni che son solito portare.
Ho tante cose ancor da raccontare
per chi vuole ascoltare
e a culo tutto il resto.
[indietro]
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