la locomotiva


La locomotiva "apre gli anni Settanta e diviene ben presto la collona sonora politica di quegli anni. Questo fatto ha avuto molteplici conseguenze che in parte esulano dalla canzone ma che nondimeno fanno parte integrante della complessiva figura artistica di Guccini. In primo luogo La locomotiva ha significato il duraturo successo personale di Guccini che incarnerà in forma carismatica - da allora e fino a oggi - un certo modo di pensare la figura del cantautore, visto come un artista interessato non solo a un generico rinnovamento artistico, ma impegnato anche in un più vasto progetto di rinnovamento sociale e politico. È da osservare poi che dal 1972, l'anno della Locomotiva, ad oggi tutti i diciotto album di Guccini sono stati vendutissimi portandolo a un successo non più solo di critica, ma di massa e popolare. Inoltre La locomotiva ha simbolizzato non solo il successo di Guccini ma più in generale il successo di quello che è stato definito, con formula polemica, il cantautorato italiano. Dietro La locomotiva ha trovato spazio cioè tutta una nutrita pattuglia di cantautori, giovani e meno giovani, di sinistra, quali Bennato, De Gregori, Venditti, Lolli, Fossati, ma anche Dalla, Bertoli e Vecchioni, o, in maniera ancora diversa, teatralmente caratterizzata, Gaber e Jannacci, e persino De André giunto solo nel 1975 ai suoi primi concerti [...]".
Così scrive Paolo Jachia nel suo recente e importantissimo saggio Francesco Guccini. 40 anni di storie romanzi canzoni, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 68.
"Ma torniamo alla canzone e alla sua collocazione in un disco rivolto anche alla scoperta delle radici politiche dell'anarchico Guccini. La locomotiva nasce dalla lettura di un libro che ricostruisce tent'anni di officina di Romolo Bianconi (un ex operaio cui piaceva raccontarsi e raccontare) e al cui interno troviamo, in un ruolo marginale, Pietro Rigosi, il protagonista della canzone di Guccini. Lo scatto di ingegno di Guccini è stato quello di montare questo racconto, la storia vera di un macchinista ferroviere dei primi del Novecento che lancia la sua locomotiva contro un treno di signori per ansia di giustizia, su una metrica e una retorica simil-popolare, di inserire cioè il racconto in una tradizione canoro-poetica socialista, comunista, anarchico-libertaria, che va da Carducci (l'Inno a Satana di Carducci è dedicato alla locomotiva e da qui la definizione di mostro, usuale in Carducci e nella pubblicistica ottocentesca e ripresa da Guccini) a Pietro Gori (indimenticato nel cantautore bolognese il côté anarchico delle canzoni di Gori, ad esempio la celeberrima Addio Lugano bella) e giunge fino ai Morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei (1960). Se sul senso della canzone c'è poco altro da aggiungere (non è certo l'esaltazione di un kamikaze, ma di una eroica volontà di rivolta e di giustizia: trionfi la giustizia proletaria), resta solo da ricordare che essa chiude da più di venticinque anni i concerti di Guccini in una selva di pugni chiusi e di cori da stadio. Da sottolineare piuttosto, per comprenderne la collocazione nel disco [Radici], il fatto che Guccini, pur rifacendosi a una precisa tradizione, non voleva solo fare un inno e una canzone politica, ma anche narrare un fatto bolognese e completare così la ricerca sulle sue radici, su tutti i suoi possibili passati" [P. Jachia, cit., p. 69].

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