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Lo stesso Guccini ha dichiarato: "Van Loon è dedicata a mio padre, che leggeva le opere di questo Piero Angela dei suoi
tempi, cioè gli anni '30. Van Loon era un olandese (o un fiammingo, non ricordo bene)
divulgatore di storia, geografia e umanità varia, i cui scritti si trovavano di frequente nelle
case di chi, come mio padre, aveva molti interessi ma non aveva avuto l'occasione e i soldi per
studiare. Una canzone molto intensa che ho provato più volte a inserire nella scaletta dei miei concerti.
La provo e poi sono costretto a rimetterla via. Non riesco a farla senza star male e
piangere, perché, nel frattempo, mio padre è morto"
[in Un altro giorno è andato, Giunti, Firenze 1999, p. 124].
E Paolo Jachia, forse il più attento interprete del nostro cantautore, riporta un brano da
un'intervista rilasciata a La Repubblica: "Un autore dunque degli Trenta, Quaranta,
uno scrittore della generazione dei nostri padri: io l'ho identificato con
quella generazione che da giovane pensi fatta di perdenti. Ma crescendo ti
accorgi che tuo padre non era un perdente, era semplicemente uno costretto
a vivere così. Da giovani si pensa che mai si scenderà a compromessi,
che nessuno potrà costringerci. Col tempo si cambia idea. [...] Più l'età si allunga e più
capisci quei padri che anni prima avevi rifiutato o combattuto, soprattutto perché
le loro sconfitte sono diventate poi anche le tue e così le piccole,
tempo prima non riconoscibili, vittorie" [in P. Jachia, Francesco Guccini, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 145].
"È possibile dunque dire - aggiunge lo studioso - che al fondo di questa
canzone di Guccini, ma come di tante altre sue, vi è un profondo rispetto per la
complessità delle scelte esistenziali e l'affermazione della costitutiva
ambiguità della vita umana e della reciproca fraternità".
Le dichiarazioni dell'autore e l'acuta osservazione del critico trovano inoppugnabile riscontro nei seguenti versi:
Van Loon viveva e io lo credevo morto
o, peggio, inutile, solo per la distanza
fra i suoi miti diversi e la mia giovinezza e superbia d'allora,
la mia ignoranza;
che ne sapevo quanto avesse navigato
con il coraggio di un Caboto fra le schiume
di ogni suo giorno, e che uno squalo è diventato,
giorno per giorno, pesce di fiume.
"Da sottolineare - nota ancora Jachia - che la contrapposizione tra ignoranza e
saggezza serve a dimostrare che la cultura non è aver letto dei libri
ma capire e dare un senso alla propria vita, quale che sia, senza bovarismi:"
Vai, vecchio vai,
non temere, che avrà una sua ragione
ognuno, ed una giustificazione,
anche se quale non sapremo mai.
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