Ho visto Nina volare
(In "Anime salve", BMG Ricordi, 1996)
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Un straordinario commento a questo brano, dovuto al mio caro amico Marco Gaggini, risultava un po' troppo lungo per essere ospitato in questa sezione. Lo si può leggere cliccando qui.
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Il contrasto dell'autorità, in questo caso quella paterna, nei confronti dei desideri del giovane contadino protagonista di Ho visto Nina volare, determina in lui una condizione di isolamento e di totale abbandono: eppure si tratta di desideri più che normali che si esternano nel semplice tentativo di assomigliare a se stessi, come gli attori di Prinçesa, delle Acciughe fanno il pallone, o di Khorakhané. In questo caso il desiderio di diventare adulto, che trova ostacolo nella paura dell'autorità del padre, si risolve in un primo momento nella determinazione dell'adolescente a fuggire per recuperare da solo il proprio diritto a diventare adulto e in seguito si sublima in quella solitudine che lo mette a contatto con l'Assoluto nel contemplare il mistero della creazione: "quale sarà la mano che illumina le stelle". Anche in questo caso la situazione di isolamento, di estraneazione dall'"altro", produce una crescita, una maturazione spirituale che si può ottenere trasformando l'apparente disagio dell'abbandono in una libera e statica contemplazione.
[In Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, p. 77]
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L'isolamento del protagonista di Ho visto Nina volare deriva dall'incomprensione del padre verso il figlio e dall'impossibilità di esprimere il proprio sentimento per Nina. Visioni infantili mescolano realtà e fantasia dell'amore segreto e furtivo del bambino che, se oggi è costretto a guardare Nina volare "tra le corde dell'altlena", sa che un giorno la prenderà "come fa il vento alla schiena".
La reiterazione della frase "mastica e sputa da una parte il miele, mastica e sputa dall'altra la cera", sembra rappresentare l'andamento faticoso della vita: come api operaie è necessario costruire passo dopo passo le proprie esperienze prima che venga neve.
[Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 163]
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Lo scritto che segue, curioso e suggestivo, mi è giunto via e-mail ed è pubblicato col gentile consenso dell'autore, il mio carissimo amico Carlo Bonanni, che fra l'altro è un ottimo interprete delle canzoni di Fabrizio.
Una tradizione della città di Matera, oggi purtroppo già estinta, vede da oltre due secoli, le donne più anziane dedite all'antico mestiere dell'apicultura. Sembra che usassero masticare fettine di favo, all'uopo preparate, per ore ed ore, ottenendo in tal modo la separazione del miele dalla cera. Queste due preziose sostanze venivano quindi espulse dalla bocca in appositi recipienti, e quindi, pronte per l'uso.
Questa storia mi è arrivata direttamente da Ivano Fossati quando, ad un concerto di vari anni fa, ha introdotto la canzone "Ho visto Nina Volare", scritta insieme a Fabrizio De André.
È stata una vera e propria rivelazione. Lo stesso Fossati mi ha confessato di essere stato letteralmente rapito da quella terra e di avervi soggiornato a lungo, con Fabrizio, per alimentare il fiume di poesia portato da quegli enormi affluenti che sono le tradizioni orali di quel posto.
È singolare e nello stesso tempo intuitivo come in questa leggenda siano reciprocamente intrecciate la vicenda religiosa, come il rito della comunione, insieme ad una pratica di accrescimento ancestrale, quale quella del pasto collettivo. E lo studio del comportamento dell'uomo spesso ci ha tramandato che, a tali "comunioni", prendono parte prevalentemente i soggetti che non presiedono alla difesa del territorio e che non vanno a caccia: le donne. Trattandosi poi di un rito molto importante per la sopravvivenza, sono le donne più anziane che ne assumono la piena responsabilità di svolgimento.
Ma fra i famosi "Sassi", gli adulti invecchiano e scompaiono, i giovani nascono e crescono, ed anche se gli individui cambiano tutti, mi piace immaginare questo convoglio di umanità rimanere insieme e uguale a se stesso, sotto il peso dei cunicoli di masse lente, su viottoli serpiginosi capaci di dar direzione agli uomini, agli asini, alle acque e agli spiriti…
E nelle grotte e intorno al fuoco che sembra accendere le danze degli spiriti dell'ombra, una bimba, rapita dal gioco delle fiammelle, guarda la nonna che
"…mastica e sputa da una parte il miele
mastica e sputa dall'altra la cera
mastica e sputa prima che faccia neve…".
Questo il sogno reiterato, à poussées, quasi un refrain, delle mie notti sui Sassi, fra strade di cenere come un pianto asciutto, piatte ed ondulate, con andamento di fiume tra muri alti di calcio e balconate di tufo che tradiscono il vuoto.
Non c'è rumore che possa svegliarmi, né luce tenue che come collirio possa levigare le ferite dei muri stesi come lenzuola materne anche per un estraneo come me.
Di grotta in grotta sono un re forestiero sulla rupe dell'arnia, sono l'ape ceraiola della Gravina, fino al fondo dell'imbuto, dove il vento cade solo a spruzzi, sui cespugli di malerba bagnata.
Oltre il disordine del mondo sento il mio passo più sicuro dentro questo sogno.
[Carlo Bonanni]