Il testamento di Tito
(In "La buona novella", Produttori Associati, 1970)

Le tre croci, di Rembrandt


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Lo stesso De André, in un'intervista, ha racchiuso in poche righe il significato di questo brano:

"Tito ne aveva fatte di tutti i colori ma senza far male a nessuno, sicché alla fine era più innocente di quel Cristo col quale gli toccò di dover dividere la morte ricevendone in cambio un'astratta promessa di paradiso, là in quell'esiguo spazio sul Golgota che ancora oggi, duemila anni dopo, ci pesa addosso"
[In Cesare G. Romana, Amico fragile, p. 76]


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La struttura musicale è semplice: la prima strofa è cantata con uno scarno ed essenziale accompagnamento, mentre in ciascuna delle successive si aggiunge uno strumento, fino al momento che precede l'ultima. A questo punto tutto si ferma per dare maggiore risalto al testo, che qui raggiunge il suo culmine: "Ma adesso che viene la sera... ho imparato l'amore". Prima la pietà di un uomo, un ladro, per un altro simile, ma innocente e così diverso da lui, poi l'espressione dell'amore più puro, della pietà che non cede al rancore, recuperando, dopo la critica, tutti i comandamenti in quello dell'amore che, anche secondo i vangeli canonici, li riassume tutti.
[Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anime salve, pp. 68-69]


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Il messaggio evangelico vero e proprio, il suggellamento dei dieci comandamenti attraverso l'esperienza e la sofferenza in prima persona è affidato a Tito, il ladrone buono del Vangelo arabo dell'infanzia, che commenta i precetti divini nella forma, di nuovo, di un testamento.
[Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, Edizioni Associate, Roma 1999, pp. 118-119]


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