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La Ballata degli impiccati prende il titolo da L'epitaphe Villon (Ballade des pendus), di François de Montcorbier, meglio conosciuto col nome di François Villon [...]. La ballata occupa una posizione centrale nell'album di cui fa parte dal punto di vista contenutistico: il primo verso di questa canzone, infatti, dà il titolo al disco. L'inizio è la cruda descrizione dei momenti finali degli impiccati, che muoiono con in gola l'ultima bestemmia, ma il messaggio che vogliono lasciare va al di là della loro condizione: è l'affermazione dell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti al male; nessuno è colpevole, nessuno è innocente, nessuno ha il diritto di giudicare un proprio simile.
Molti sono i fili che la legano alla Ballade des pendus di Villon, primo fra tutti il fatto che l'impiccato non è più il colpevole, giustamente o ingiustamente punito, ma diviene un'allegoria, come la carta dei Tarocchi, il simbolo della condizione umana, sempre sul bordo del male e della morte. Comune, nei testi di Villon e De André, è la descrizione di particolari aspri, dei segni di un'agonia crudele, e l'invito a non sentirsi estranei alla sorte degli impiccati, perché, a ben guardare, c'è poco merito nella virtù e poca colpa nell'errore, e chi si crede incontaminato dal male, al punto da proseguire "tranquillo il cammino", commette anche lui un peccato contro l'uomo".
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