Tursi



u piccicarelle panorama la cattedrale

Sembra che il nome Tursi (paese natìo di Albino Pierro) derivi da Turcico (forse il suo fondatore, o forse un uomo d'armi, antico proprietario della zona); in epoca bizantina divenne Tursikon, poi Torre di Tursico, e infine Tursi.

Tursi sorge a 210 m. sul livello del mare, a ridosso di una vallata contornata da ampi colli. Dalla Rabatana, che è la parte alta del paese (350 m.), si gode una visione di incomparabile bellezza: il bacino del Sinni e quello dell'Agri con la diga di Gannano e, sullo sfondo, il mare Jonio.
      Il suo centro storico, in forte pendìo, con vie e viuzze tutte in salita, appare come un anfiteatro che reca in alto i migliori edifici. Le sue case sono costruite una sull'altra, intorno ad una enorme roccia tufacea ("timpa").

Tursi è uno dei più antichi centri della Basilicata. Ebbe infatti origine intorno al V° secolo, ad opera dei fuggiaschi della vicina Anglona, distrutta dai Goti, primi barbari scesi nell'Italia meridionale. Questi fuggiaschi cercarono scampo nella parte più alta dell'attuale Tursi, attorno ad un castello costruito dagli stessi Goti.
      Tursi, dunque, ebbe origine dagli esuli della città di Anglona, anche se esisteva già in epoca romana un villaggio agricolo in località Murata, come dimostrano i continui ritrovamenti di tombe e monete in tale zona. Questo primo nucleo abitativo, sorto attorno al castello, prese il nome di Rabatana (letteralmente "tana degli arabi") quando, appunto, gli Arabi ne fecero una propria roccaforte per il controllo della costa jonica.
      Durante la conquista bizantina della zona le abitazioni si espansero più a valle.

Verso l'anno Mille, Tursi aveva già una fisionomia di città popolata ed importante, sia per la sua posizione strategica che per la fertilità del suo territorio, tanto che i Bizantini la prescelsero come sede di uno dei tre "Themi" in cui divisero l'Italia meridionale. Tursi infatti fu scelta quale sede del "Thema" di Lucania non solo perché era una città popolata ed importante, ma anche per via della sua solida base economica, derivante dalla produzione di legname, dall'allevamento del bestiame e dalla ripresa dell'attività agricola (dopo la crisi dovuta alle dominazioni barbariche).
      Del X secolo è anche l'istituzione della sua cattedra vescovile. Precisamente nell'anno 968, Polieute, patriarca di Costantinopoli, diede al prelato di Otranto, nel frattempo elevato a Metropolita, il privilegio di consacrare Vescovi in Tursi.

Con l'arrivo di altri popoli (Normanni, Svevi, Angioini, ecc.) Tursi continuò la sua crescita demografica. L'ulteriore e definitiva distruzione di Anglona, avvenuta nel 1369 sotto il regno di Giovanna I, fece sì che la maggior parte degli abitanti di quella città confluisse in Tursi, luogo più vicino e sicuro.
      In quegli anni Tursi gettò le basi della civiltà comunale contrastando sia il potere feudale dei Vescovi che quello del Signore "padrone" di Tursi. Agli inizi del '500 aveva ormai completato la sua "Carta Costituzionale" e trascritto le sue leggi in codici. Peccato che di queste leggi non ci rimane che l'articolo 6 delle Capitolazioni del 1519, riferito alle boccole che si trovavano nella piazza Plebiscito, alle quali venivano legati ed esposti i malfattori che danneggiavano o rubavano nelle campagne.
      Nel 1559, essendo Cirillo preside della Provincia di Basilicata, Tursi costruì il suo seggio ubicato all'incrocio tra le attuali via Mazzini e via Umberto I°. Il seggio era il luogo in cui si radunava il popolo per dare il proprio suffragio nei pubblici uffici.
      Successivamente, nel 1583, fu fondato anche un ospedale da Cupidauro, dipendente del Capitolo Cattedrale. Circa un secolo dopo, nel 1684, il dottor Paolino Asprella adibì ad ospedale la propria casa palazziata, ove egli stesso prestava la sua opera di medico. Questo secondo ospedale era ubicato nella via Arenosa, attuale via Toselli.

Nel 1561 Tursi raggiunse l'apice della sua crescita demografica; contava, infatti, 1798 fuochi, equivalenti a 10.800 abitanti. Era la città più popolata della Basilicata, con una fiorente attività commerciale e agricola. Vi era già alquanto diffusa la coltivazione di piante arboree (ulivi, peschi, agrumi, ecc.). Ma il maggior reddito di Tursi derivava dalla coltivazione, lavorazione e successiva commercializzazione del cotone. Oltre alla coltivazione e lavorazione a carattere familiare, esistevano dieci veri e propri laboratori per la tessitura del cotone e due tintorie. Le finissime tele di Tursi raggiungevano non solo i mercati limitrofi ma tutti i centri del Regno ed altri Stati italiani.

Verso la fine del '500 Tursi aveva raggiunto la sua definitiva configurazione topografica. In alto: la Rabatana attorno alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, eretta da semplice parrocchia a Collegiata Insigne dal Pontefice Paolo III; più in giù il rione di San Michele con la Chiesa di San Michele Arcangelo; nel piano la Chiesa della Santissima Annunziata, eretta in Cattedrale nel 1546.

Nel 1594 il feudo di Tursi pervenne a Carlo Doria, figlio di Giovannandrea, il quale, in onore della città di cui era feudatario, volle che la sua dimora di Genova si chiamasse "Palazzo Tursi". Oggi quel superbo e magnifico palazzo è sede del Comune di Genova.

Tra il 1611 ed il 1614 il Vescovo Don Bernardo Giustiniani istituì il Seminario nei locali a ridosso della Cattedrale. E nel 1666, per opera di don Francescantonio Andreassi, che traforò la propria casa palazziata per ospitarlo, sorse il Conservatorio delle Nubili Donzelle sotto la regola di San Domenico.

Tursi fu anche capoluogo di Basilicata nel 1642 e, nel secolo successivo, uno dei quattro ripartimenti in cui venne divisa la Regione. Questo ripartimento comprendeva trenta centri abitati e si spingeva da Montescaglioso sino ai confini della Calabria.

Verso la fine del XVII secolo iniziò per Tursi un lento ma inarrestabile calo demografico, dovuto soprattutto alla peste che infuriò in tutto il Regno di Napoli. Per questa immane tragedia in Tursi si contarono circa 3.000 morti. Ma altra causa del suo calo demografico fu l'aggravio di tasse e gabelle varie imposte dal feudatario, per cui la gente preferiva cercare altrove quella pace ed esenzione fiscale che la propria patria negava.

A partire dal 1870 conobbe il massiccio fenomeno dell'emigrazione. Da questa data e fino al 1911 ben 1.905 tursitani lasciarono la propria terra diretti verso le Americhe. Un altro esodo migratorio avvenne nel secondo dopoguerra, soprattutto verso Genova, alla cui volta partì oltre un migliaio di tursitani.

Tursi conta oggi circa 6.000 abitanti. E' sede della Comunità Montana "Basso Sinni", sede della diocesi "Tursi-Lagonegro" dal 1976 (mentre prima lo era di quella di "Tursi-Anglona"), e sede notarile.

Tra le bellezze artistiche di Tursi va ricordato il Santuario di Anglona, costruito tra l'XI ed il XII secolo in pietra tufacea, e dichiarato monumento nazionale dal 1931. Di questo sobrio Santuario, oltre al ciclo degli affreschi, risalenti al periodo della costruzione e altri al XV secolo, sono da ricordare il campanile quadrangolare con bifore a doppia colonnina, l'abside semicircolare con archetti pensili ed il magnifico portale sormontato con figure di volti umani, i simboli dei quattro evangelisti con al centro l'Agnello ed ai lati le figure dei Santi Pietro e Paolo. Il Santuario è meta quotidiana di fedeli e visitatori.
      La Chiesa di Santa Maria Maggiore in Rabatana conserva nella sua cripta un presepe in pietra del XV secolo, opera di Altobello Persio, affreschi del XVI secolo ed un sarcofago in pietra dei Doria. Vi sono ancora custoditi un crocifisso bizantino (XV-XVI sec.) ed un trittico del XV secolo attribuito alla scuola di Giotto.
      La Chiesa di San Michele Arcangelo, chiusa al culto da oltre dieci anni, perché pericolante, conserva alcune pregevoli tele.
      La Chiesa di San Filippo Neri custodisce tele ed affreschi del tursitano Francesco Oliva.
      Della Cattedrale, che conservava le maggiori opere d'arte, tutto è andato perduto nei due incendi avvenuti nelle notti tra il 7-8 novembre 1988 e l'11-12 novembre 1988. Nei lavori per la ricostruzione della Chiesa sono venuti alla luce alcuni affreschi del 1526.


[Elaborato da studi e ricerche di Rocco Bruno]


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