Preghiera in gennaio
(In "Volume I", Bluebell Records, 1967)

Il funerale, di Edouard Manet


* * * *

Lascia che sia fiorito,
Signore, il suo sentiero
quanto a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo,
là dove in piegno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte,
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte:
"Venite in Paradiso
là dove vado anch'io,
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio".

[omissis]

[omissis]

Dio di misericordia
il tuo bel paradiso
l'hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso,
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura:
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare;
ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento,
Dio di misericordia,
vedrai, sarai contento.

L'ho dedicata a Tenco. Scritta, o meglio pensata nel ritorno da Sanremo dove c'eravamo precipitati io, la mia ex moglie Enrica Rignon e la Anna Paoli. Dopo aver visto Luigi disteso in quell'obitorio (fuori Sanremo peraltro, perché non ce l'avevano voluto) tornando poi a Genova in attesa del funerale che si sarebbe svolto due giorni dopo a Cassine, mi pare, m'era venuta questa composizione. Sai, ad un certo punto non sai cosa fare per una persona che è morta, ti sembra quindi quasi di gratificarla andando al suo funerale, scrivendo - se sei capace di scrivere e se ne hai l'idea - qualcosa che lo gratifichi, che lo ricordi... forse è una forma... ma d'altra parte è umano, credo... non l'ho di certo scritta apposta perché la gente pensasse che io avevo scritto apposta una canzone per Luigi, tant'è vero che non c'era scritto assolutamente da nessuna parte che l'avevo composta per lui.
[In Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, p. 57]
[Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 12]


* * * *

I discografici su di me fecero pressioni affinché andassi a Sanremo, ma certo con meno forza di quanta ne potesse adoperare una casa discografica come la Rca. Luigi, come me, era contrarissimo ai festival e poi ci si è trovato stritolato dentro. Lui era un uomo di sinistra, della sinistra di allora. Credo, comunque, che il suo gesto sia maturato anche in conseguenza delle sue letture. Luigi sul comodino teneva i libri di Pavese; ne ho conosciuti altri che si sono suicidati dopo aver letto troppe volte Pavese. Io lo frequentavo abbastanza saltuariamente, eravamo tutti cani sciolti, ma sicuramente era quello che mi era più vicino come formazione politica e poi, da artista, come tematiche trattate. Appena saputa la notizia della sua morte, mi precipitai all'obitorio. Quando lo vidi lì disteso, con questo turbante di garza insanguinato, mi colpirono il pallore della morte e il colore viola scuro delle sue labbra carnose. Le ho ancora impresse nella mente, e le menzionai nella canzone che scrissi sull'onda di quell'emozione partendo da una poesia di un autore del novecento francese, Francis Jammes.
[In Cantico per i diversi, intervista a cura di Roberto Cappelli, Mucchio Selvaggio, settembre 1992]


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