Rimbaud *
di Hugo Friedrich
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L'impressione che destano i componimenti di Rimbaud è tanto più disorientante, in quanto egli parte da un linguaggio che non solo colpisce brutalmente, ma può anche essere capace delle più ammalianti melodie. Si direbbe talora che venga da un altro mondo, splendente, in estasi. Gide lo chiama "roveto ardente". Per altri egli è un angelo; Mallarmé parla dell'"angelo in esilio". L'opera provoca, con la sua dissonanza, i giudizi più contraddittori, i quali vanno dall'innalzamento di Rimbaud a poeta supremo, alla degradazione a giovanetto turbato dalla pubertà, intorno a cui si sono formate le più esagerate leggende. Una fredda analisi può facilmente metter da parte quelle che sono reali esagerazioni, ma dovrà interpretare proprio queste esagerazioni come conseguenza della prepotenza dell'effetto di Rimbaud. Comunque si presentino i vari giudizi, da tutti si deve dedurre che non si può prescindere dal fenomeno Rimbaud, apparso e tramontato come una meteora nel cielo della poesia.
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Nel 1871 Rimbaud scrisse due lettere in cui abbozzò il programma della poesia del futuro. Il programma coincide con la seconda fase della sua stessa poesia. Poiché le lettere sono imperniate sul concetto del veggente (voyant), si è soliti chiamarle "Lettere del veggente".
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Rivendicare al poeta il rango di veggente, non è certo una novità. L'origine di quest'idea risale ai Greci. Essa fu ripresa dal platonismo rinascimentale, giungendo a Rimbaud tramite Montaigne. [...] Ma ciò che è decisivo è la svolta che Rimbaud conferisce a questo antico pensiero. Che cosa vede il poeta veggente, e in qual modo diventa tale? Le risposte non sono certo greche; sono estremamente moderne.
Meta della poesia è "giungere all'Ignoto", ovvero, con altra formulazione, "scrutare l'invisibile, udire l'inaudito". Conosciamo già questi concetti: essi derivano da Baudelaire e sono, sia qui che là, formule per indicare la trascendenza vuota. Anche Rimbaud non ne dà una definizione più precisa. Resta fermo alla caratterizzazione negativa della meta da guardare. Questa viene distinta come il non-usuale e il non-reale, come l'altro puro e semplice, ma non viene riempita di contenuto. [...] Anche in Rimbaud l'"Ignoto" resta un polo di tensione privo di contenuto. Lo sguardo poetico penetra attraverso una realtà coscientemente frantumata fin nel vuoto mistero.
Qual è il soggetto di questo sguardo? Le frasi con cui Rimbaud risponde a questa domanda sono divenute famose. "Poiché Io è un altro"; [...] "È falso dire: io penso. Si dovrebbe dire: mi si pensa". Il soggetto vero non è dunque l'Io empirico. Altri poteri subentrano al suo posto, poteri dal basso, di carattere prepersonale, ma di una violenza che costringe. E solo essi sono l'organo appropriato per la intuizionedell'"Ignoto". [...] Siamo giunti alla soglia da cui la poesia moderna comincia a farsi offrire dal caos dell'inconscio nuove esperienze, che la consunta materia del mondo non concede più. Si comprende come i surrealisti del XX secolo si richiamino a Rimbaud come a uno dei loro antenati.
Significativo è anche il seguito del ragionamento: l'autodisarmarsi dell'Io deve essere raggiunto mediante un atto operativo, diretto dalla volontà e dall'intelligenza: "Io voglio essere poeta e lavoro per divenirlo", questo è il principio volitivo. L'esecuzione di esso consiste "nel lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi". [...] Tutto questo per "giungere all'Ignoto". Colui che guarda nell'Ignoto, il poeta, diviene "il grande malato, il grande delinquente, il gran maledetto, e il supremo Sapiente!". [...] Siamo ben lontani dal veggente dei Greci, a cui le Muse parlavano degli dei. [...]
Ci colpisce la bella frase: "Il poeta definirà la quantità d'Ignoto che si sveglia nell'anima universale della sua epoca". [...] Il culmine di questo messaggio suona: il poeta "giunge all'ignoto, e anche se, sgomento, finisce col non comprendere più le sue stesse visioni, pure le ha contemplate! Muoia pure nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili; altri orribili lavoratori verranno e cominceranno dagli orizzonti dove egli è crollato".
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Il rapporto di Rimbaud con la modernità è un rapporto duplice, come in Baudelaire: da una parte avversione per la modernità in quanto progresso tecnico e illuminismo scientifico; dall'altra attaccamento alla modernità in quanto apportatrice di nuove esperienze la cui durezza e tenebrosità esigono una poesia dura e "nera". Di qui la poesia della città, che troviamo nelle Illuminations; una poesia di una potenza grandiosa. [...] Tra i componimenti migliori sono quelli che portano il titolo di Ville o Villes. Con un ammasso di immagini incoerenti, essi creano e cantano città della fantasia o del futuro, superando tutti i tempi, sconvolgendo ogni ordine spaziale; i blocchi sono in movimento, risuonano e ruggiscono; il reale e l'irreale si incrociano. [...]
Non si potrò sbrogliare l'intrico di queste immagini, non si potrà trovarvi un senso tranquillizzante. Poiché il loro senso è riposto nella loro stessa confusione. [...]
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Ed ora la questione del cristianesimo di Rimbaud. Non si tratta di un cristianesimo in rovina come in Baudelaire. I testi mostrano che egli comincia con la rivolta e termina col martirio di non poter sfuggire alla necessità dell'eredità cristiana. Certo questo è ancor sempre assai più cristiano dell'indifferenza o dell'ironia illuministica. L'opposizione di Rimbaud è una di quelle opposizioni che restano sempre sotto il dominio di ciò contro cui si levano. Egli stesso ne ha avuto coscienza, e tale coscienza diventa poesia in Une saison en enfer. [...]
Ivi è contenuta l'ultima parola di Rimbaud sul cristianesimo. Il testo consta di sette grandi passi in prosa. [...] Dal punto di vista del contenuto l'opera è una revisione di tutte le fasi precedenti di Rimbaud. E tuttavia questa revisione avviene in modo che egli, nel tentativo di respingere fasi passate, di nuovo si avventura in esse e solo allora le respinge. E così ne risulta uno sconcertante andirivieni: ciò che ha amato, ora lo odia, di nuovo lo ama, lo odia ancora una volta. Ciò che in una frase è presentato affermativamente, nella frase successiva è negato, in quella ancora successiva riaffermato. La rivolta si rivolta contro se stessa. Solo la chiusa trascina tutto ciò in una fine, nell'addio ad ogni esistenza spirituale.
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L'Io che parla nelle poesie di Rimbaud può essere compreso a partire dalla persona dell'autore così poco come lo può l'Io dei Fleurs du Mal. Le esperienze del fanciullo e dell'adolescente possono certo essere ricordate per dare qua e là una spiegazione psicologica dei testi, se se ne ha voglia. Ma ben poco valore hanno per la conoscenza del loro soggetto poetico. Il processo di disumanizzazione si accelera. L'Io di Rimbaud [...] può assumere tutte le maschere, estendersi a tutti i modi di esistenza, a tutti i tempi e popoli. Quando Rimbaud, sll'inizio della Saison, parla dei suoi antenati gallici, lo si può certo anche prendere alla lettera. Ma poche frasi più oltre si legge: "Io ho vissuto dappertutto. Non c'è famiglia d'Europa che io non conosca... Ho nella testa strade delle pianure sveve, vedute di Bisanzio, bastioni di Gerusalemme". Questa è fantasia motrice, non autobiografia. [...] Con Rimbaud si è affermato quell'anormale distacco del soggetto poetico dall'Io empirico, che si ritroverà oggigiorno in Ezra Pound, in Saint-John Perse, e che già da solo impedirebbe di intendere la lirica moderna come espressione biografica.
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Siamo in un mondo in cui la realtà esiste solo nella lingua.
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Le Illuminations. Con una caratteristica plurivalenza, il titolo significa tanto "miniature" quanto "rischiaramenti". Una ripartizione contenutistica dell'opera non è possibile. Immagini e avvenimenti enigmatica passano via. Nel linguaggio si alternano ebbrezze e dure rotture, ripetizioni insistentifino alla monotonia e catene di parole senza sostegno. È raro che il titolo di un componimento giovi alla sua comprensione. La tematica spezzettata oscilla tra un guardare indietro e un guardare avanti, tra l'odio e la gioia raggiante, tra la profezia e la rinunzia. Le eccitazioni vengono sparse in uno spazio che va dalle stelle alle tombe e che è popolato da figure senza nome, assassini e angeli.
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Le Illuminations sono un testo che non pensa a un lettore. Esse non vogliono essere comprese. Sono una tempesta di sfoghi allucinanti e pensano al massimodi destare quella paura di fronte al pericolo da cui scaturisce l'amore per il pericolo. Sono anche un'opera senza Io. Poichél'Io che emerge in taluni passi è quell'Io artificiale, estraneo, che già si era profilato nelle lettere del Veggente. Comunque, le Illuminations confermano che il loro poeta - come dice una frase - è un "inventore che ha un merito del tutto diverso da tutti i predecessori". Esse sono il primo grande monumento della fantasia moderna divenuta assoluta.
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Dal 1871 la poesia di Rimbaud divenne sempre più un monologo. Si sono conservati abbozzi di alcuni passi delle opere in prosa. Se si confrontano questi abbozzi con le redazioni definitive, si vede in quale direzione Rimbaud li mutasse. I periodi divengono ancor più concisi,l'omissione di congiunzioni e passaggi ancor più ardita, i gruppi bizzarri di parole ancora più fitti. Da notizie dell'epoca apprendiamo che egli era solito consumare interi blocchi di carta, prima che una redazione lo soddisfacesse, e che si faceva scrupolo se fosse o no da porsi una virgola, se un aggettivo fosse o no da cancellare, e che raccoglieva elenchi di parole rare e desuete, di cui poi si serviva nelle sue composizioni. Tutti questi fatti dimostrano che Rimbaud non ha lavorato diversamente dai classici della chiarezza. Le sue oscurità monologiche non sono un prodotto incontrollato, bensì arte consapevole, e come tali sono perfettamente consequenti in una poesia la cui passione, impossibile a soddisfarsi, per l'"Ignoto", conosce ancora soltanto lavia di scompigliare e trasfigurare ciò che è noto. Guardando dietro a sé Rimbaud scriverà più tardi: "Io notavo l'inesprimibile, io fissavo il turbine"; ma alcune pagine dopo: "Io non posso più parlare". Tra queste due posizioni, le quali certo sono già molto al di fuori, si stende l'oscura poesia di Rimbaud: oscurità di ciò che ancora non è mai stato detto e oscurità di ciò che non può più esser detto, al limite dell'ammutolimento.
Chi non parla più per nessuno, perché mai compone? È difficile rispondere a questa domanda. [...] Uno spirito per il quale ogni dimora è divenuta inabitabile può crearsi da sé la sua dimora e la sua officina solo nella poesia. Forse è per questo che esso compone.
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* H. Friedrich, La struttura della lirica moderna, Garzanti, Milano 1971 [ed. tedesca, 1956].
 
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