Dal "Je pense ..." di Descartes al "Je est un autre" di Rimbaud *
di Giovanni Iavarone



"Un Metodo, cioè il modo di porsi di fronte ad un determinato compito"
[W.Gropius]



Premessa: l'antico "Si fallor, sum…" di S. Agostino è superato da entrambi, evidentemente, nel senso che quest'ultima nozione di frammento-enunciazione minimale ha come dominante epistemologica il cristianesimo e la sua filosofia del limite (limite che beninteso è acquisito una volta per tutte sia nel frammento descartiano che in quello rimbaudiano, ma in una dimensione laica).
I due pensieri del titolo o del saggio, se vi pare, sono di primo acchito di due francesi: ecco quel che colpisce. È che la storia delle civiltà ha alti e bassi - Spengler docuit - e pertanto nell'Europa Occidentale alla supremazia rinascimentale italiana, ed al siglo de oro della Spagna, fa seguito la rivincita e l'egemonia della Francia (che in verità si stabilizza soprattutto nei secoli XVIII e XIX: Lumi, Rivoluzione Francese, Post-Romanticismo - il Romanticismo lasciamolo ai tedeschi) che incomincia proprio con Descartes, prosegue con Rousseau Diderot e Voltaire, si consolida con Baudelaire Rimbaud Verlaine e Mallarmé.
'Je pense donc je suis' (= Penso dunque sono), ovvero l'autocoscienza, il primo vagito della psicologia (l'inconscio verrà con Sigmund Freud), l'immediatezza dello psichismo puro che si fa materia, il passaggio dall'anima alle sensazioni (Hume e Condillac faranno tesoro del pensiero descartiano) e ai meccanismi di funzionamento del cervello, alle passioni oramai esaminate e passate al setaccio della ragione (preludio a Kant e ad Hegel, ovvero alla 'critica della ragion pura' ed alla 'dialettica'). L'anima e la mente cedono il passo all'essere come vitalità, corpo, e soprattutto ad un metodo per autoindagarsi compiutamente. È la prima comparsa del concetto della 'grande méthode', ossia uno schema di condotta, fondato su un sistema d'indagine di sé stesso e del reale, quasi un codice di comportamento di auto-sperimentazione (il 'nosce te ipsum' antichissimo che prelude a qualsiasi azione da parte del pensatore, del poeta e dell'artista). Nella filosofia di Descartes insomma è "metodicamente" applicata l'antitesi, l'antinomia specifica fra res cogitans e res exstensa che giocano un ruolo cruciale e lo 'spaltung' del mondo indicato in questa coppia di concetti 'base' ha avuto una grossa e duratura influenza sul pensiero dei secoli seguenti. In effetti siamo alla formulazione grezza dello sperimentalismo che poi Galilei estenderà e applicherà alle scienze, facendogli fare un balzo enorme (Newton soprattutto raccoglierà i frutti di simile prassi).
Dunque un metodo per lavorare e produrre risultati, per esaminare con esatta sequenza gli elementi posti in gioco ed eseguirne la scansione analitica. Descartes difatti nell'ambito delle scienze 'esatte' (termine che deriva da lui) introduce per la prima volta nell'Europa dell'Occidente le nozioni e i 'metodi' dell'analisi matematica e geometrica (o geometria analitica), che da allora non saranno più abbandonati (anzi approfonditi ed ampliati), fino ad arrivare, nelle varie diramazioni, al moderno e attuale calcolatore (la lingua francese usa 'ordinateur') o computer per dirla con un termine di uso comune.
Metodo giustamente. In pratica è la tassonomia praticata e applicata ai vari ambiti per secoli, che è codificata e diviene adulta, usata per schema di base d'impostazione per qualsiasi ulteriore azione di classificazione del reale o anche per la creazione di un tipo di ordine alternativo e definitivo.
Il metodo è la rete, la griglia, il disegno di sottofondo per impostare un'azione di ricerca o descrizione del mondo, una sorta di grado zero d'indagine che sfrutterà tutti gl'incrementi delle cifre in progressione. Dopo Descartes e il suo 'Discours de la méthode' (= Discorso del metodo), il procedimento prenderà piede e si diffonderà in qualsiasi ambito, con più o meno cambiamenti ed adattamenti, ma efficace ed attivo, risolutivo.
In letteratura la sua pedissequità verrà inaugurata dall'Encyclopédie massicciamente, come regola tassonomica di classificazione dello scibile o come idea globale di 'cultura tout court' e basta. Questa 'grande méthode' comunque prenderà alla gola, nel secolo dei lumi, sia nel materialismo o nel pensiero libertino, la sistematicità falsa dello spontaneismo della natura (piuttosto panico e quindi religioso in effetti), insinuando per la prima volta il dubbio che l'irrazionale o caos fossero naturali o di ascendenza divina e quindi non analizzabili al lume della 'raison analytique'. Resistendo allo 'sturm und drang' del reattivo romanticismo (all'illuminismo troppo 'sogno della ragione'), e passando inerme nell'incendio susseguente del sentimento e delle passioni incandescenti, il metodo, un razionalismo lucido ma non privo d'immediatezza sentita, si sviluppa. Forse già in epoca romantica,precisamente nei "Frammenti" di Novalis (Friedrich Von Hardenberg), troviamo già i prodromi di applicazioni graduali e integrali di metodologia in certe fulminanti ma efficaci analisi del 'poiein' letterario vero e proprio. Ma 'la méthode' esplode con Edgar Allan Poe, che sebbene americano di nascita, in effetti è inglese ed europeo di formazione letteraria, col suo famoso "Philosophy of composition" in cui il grande scrittore e poeta espliciterà il ruolo dell'artista nella creazione dell'opera d'arte (poesia "The Raven" quale esempio addotto dal Poe), descritta in tutta la sua complessa fenomenologia, e della ispirazione che lo sovrasta nell'atto creativo che segue. No - afferma Poe - l'ispirazione non è un 'furor' irrazionale che discende come una sorta di Spirito Santo sul poeta-artista (la concezione del "furor" come unico fondamento dei doni creativi era di Platone) ma una concatenazione logica e razionale di passi condotti con metodo per arrivare alla produzione di un poema o altra opera letteraria (la prassi è applicabile anche al fare del pittore beninteso - ma ciò è sottinteso e non esplicitato da Poe) che voglia produrre un effetto di commozione o di pathos sul fruitore. Le rivelazioni di Poe fecero epoca (siamo alla metà dell'800; fu Baudelaire a introdurre Poe in Europa, tramite delle traduzioni in francese, circa 1856/57-62, ricordiamolo) e furono accolte ed assimilate con grande prontezza. Difatti fruttificarono immediatamente: Baudelaire ne ebbe un impulso benefico, accelerando la messa a punto delle "Fleurs du mal" (forse Baudelaire si servì delle consapevolezze di Poe, molto prima della data di traduzione effettiva); ma colui che mise a punto la lezione, modificandola a suo uso e consumo, fu il genio precoce di J.A. Rimbaud.
Entra in gioco a questo punto il "Je est un autre", in cui, mediante la 'grande méthode', il "Je" fa un grande balzo e precipita nel gorgo misterioso dell'"autre". Siamo in piena modernità, ovvero ai nostri giorni. Ricordiamoci che Rimbaud aveva abbandonata la poesia e i "marais occidentaux" per "retourner à l'Orient et à la sagesse première", continuando, col silenzio e la sdegnosa solitudine, ad essere più poeta ancora, perché "je suis rendu au sol, avec un devoir à chercher, et la réalité ruguese à étreindre! Paysan!". L'Africa nella quale volle andare fuggendo dalla delusione di "Maintenant je puis dire que l'art est une sottise" e per tentare oramai di "posséder la vérité dans une âme et un corps". Il metodo sarà applicato a partire dagli esordi del '900, data in cui Rimbaud, pur col ritardo di circa un quarto e più di secolo, sarà cominciato ad essere letto e meglio conosciuto (prima attraverso le "Illuminations" e dopo con la "Saison"). Ma nessuno degli artisti riuscì ad applicarlo con la determinazione e la grinta dell'"enfant de colère" di Charleville. E comunque "la méthode" rimbaldiana ci ha insegnato a demistificare, facendoci piombare al centro della realtà, banalizzando il mito (falso) del grande poeta ispirato e vate per designazione del destino e ci ha fatto conoscere anzi che il prodotto della poesia si raggiunge con un grande e immenso lavoro pieno di rischi e di imprevisti, e che sfiorare lo scacco e passare accanto alla follia fa parte della scelta di esser poeta (o diventarlo). La poesia non la si riceve come dono ma la si conquista duramente, giorno per giorno.
Quanto all'irruzione dell'"altro" nel moderno (dal 1871 in poi), con la sua scomoda presenza - fonte di problematicità senza fine -, poi sfocerà nella nascita della psicologia e la successiva analisi psicoanalitica (la scienza della psiche per eccellenza - siamo oramai alla proliferazione delle scienze umane, che si moltiplicano: ovvero l'albero dello scibile mette sempre più foglie ed i suoi rami si diversificano: l'infinità del sapere che esplode in tutte le direzioni). Ma l'"altro", postulato per primo da Rimbaud, ricevette la sua paternità inconscia (?) da Baudelaire, che nelle "Fleurs du mal" assesta un duro colpo al sacro del Cattolicesimo, avendo in pratica messo a nudo l'anima con l'analisi del male e sue ramificazioni nell'essere umano fino alla radice dell'artifizio, con cui spesso lo vede in connubio, decretando (?) e/o anticipando, come dire, la "morte di Dio", che, naturalmente, sarà profetizzata dal Rimbaud della "Saison en enfer" (nei titoli delle 2 opere più importanti della metà '800 riecheggiano due termini e concetti del Cattolicesimo: male e inferno, che sono anche indissolubilmente legati tra loro da una dottrina elaborata lungo i circa 1850 anni dalla nascita del Cristianesimo), che anzi, come un nuovo Gesù Cristo (laico), metterà in atto la sua 'predicazione' con l'azione di abbandonare l'Occidente per l'Oriente. L'"altro" è quindi la proiezione vuota, se vogliamo la gnosi (in quanto mistero, che, secondo Rimbaud, si può sondare con "la méthode" della veggenza - non siamo quindi all'agnosticisimo, che verrà dopo con Heisenberg e Wittgenstein), caratteristica della nostra civiltà all'esordio del capitalismo avanzato (non ancora monopolistico all'epoca di Rimbaud, ma certo già in fase disumanizzante se il medesimo poeta si rese protagonista del commercio delle armi in Africa e altri affari simili - quando verrà questo, ecco irrompere l'agnosticismo).
L'"altro" è anche una sorta di nuovo umanesimo, o un rinascimento, su cui fondare valori tangibili e meno metafisici, non legati ad una religiosità ultraterrena ma immanente, in cui è giocoforza individuare più pragmatiche morali e questo potrà segnare l'inizio di una nuova era o la fine del nostro pianeta. Tutto ciò dipenderà dalla via che le forze della nostra umanità prenderanno e dagli equilibri delicati che reggeranno la marcia verso il futuro.

Postscriptum.
Quanto poi all'idea di questa breve e limitata indagine sul metodo ("La Grande Méthode" di J.A. Rimbaud!) mi è venuta ricordandomi della maniera piuttosto singolare e inspiegabile di comporre i racconti di cui si dice di Lovecraft. Ovvero egli non faceva che trascrivere la storia dapprima "sognata". È da chiedersi: l'ispirazione - c'è da supporre - gli veniva allo stato di veglia (il giorno?) per poi sognarla, oppure in concomitanza del sogno? Sarebbe interessante conoscere nei particolari questo fenomeno inusitato del dettato artistico che si forma nei meandri insondabili della psiche quando sta dormendo (oh, come porta acqua abbondante al mulino del Surrealismo!) ed è allo stato di semicoscienza, anche se i sogni, come ha ribadito più volte Freud, sono strutturati ed hanno nessi simili ad una logica conscia (l'inconscio, dirà più recentemente - vicino a noi intendo dire - Jacques Lacan, è strutturato come il linguaggio e la lingua che parliamo).
D'altronde l'Ispirazione, per i Greci - occorre ribadirlo - non era una sorta di furore in preda al quale il poeta e l'artista era rapito per un certo periodo di tempo?
Ho detto rapito, in quanto resta occulto ed inspiegabile quello stato nel quale l'artista si trova a vivere quando compone in preda a 'quel furore' di cui essi parlavano per far luce sul fenomeno creativo, che resta ed è uno degli interrogativi più affascinanti della genesi dell'opera d'arte (soprattutto il suo momento o, se si vuole, i suoi momenti). Beninteso veglia e sogno sono strettamente legati e, spesso, l'uno dipende dall'altro *, per cui è da scoprire secondo quale modalità interferiscono e a riguardo della ispirazione onirica di Lovecraft riferita dal suo massimo biografo (L. Sprague de Camp) è da appurare soltanto se le storie incredibili che lo scrittore stendeva sulla carta gli venivano così, tout court, nel sogno oppure il sogno era soltanto il veicolo di perfezionamento e di lima di 'sogni ad occhi aperti' durante le ore di veglia? Insomma H.P. Lovecraft era un visionario di giorno e quindi coltivava la sua immaginazione consciamente per poi perfezionarla e darle il tocco dell'inconscio durante le ore di sonno; oppure, al contrario, egli di giorno ripuliva, aggiustava ed ordinava la materia grezza, caotica e informe che nel sogno gli si rivelava? (e qui - per inciso - siamo al "metodo" rimbaldiano dello "sregolamento dei sensi" per poter ricevere la materia che viene "dall'altro" onde poterla lavorare!). Si tratta comunque ed in breve sempre di visioni da coltivare e trascrivere mediante una tecnica artistica adatta (scrittura, segno, notazione qualsiasi, e così via...), dando l'informe se è quello che si è intravisto e la forma se invece è essa che gli si è presentata immediata.

* "Chuang-Tzu, filosofo cinese antico. Lui aveva sognato di essere una farfalla e, al risveglio, non sapeva più se era un uomo che aveva sognato di essere una farfalla o una farfalla che stava sognando di essere un uomo".
Citazione di J.L. Borges, da: "La metafora" (In: L'invenzione della poesia (Le lezioni americane), Milano, 2001, p.32.



* Giovanni Iavarone, Dal "Je pense donc je suis" di Descartes al "Je est un autre" di Rimbaud
[Stralcio di un saggio più ampio, pubblicato col consenso dell'autore]


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