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Nella carriera artistica di Pierro l'approdo al dialetto giunge tardi, quando già l'autore
ha firmato otto raccolte in lingua. Ma il dialetto comporta immediatamente un decisivo salto
di qualità della sua poesia, in precedenza legata ad un realismo minore non privo di venature patetiche.
La scoperta del tursitano rappresenta una vera e propria rinascita linguistica, una rivelazione. [...]
In quella parlata remota, che ancora conserva singolari tratti di arcaicità (fra i più vistosi le terminazioni
latine in s e t delle desinenze verbali), Pierro poteva riconoscere lo strumento più funzionale
alla sua operazione di regresso ad una condizione di immobilità, su uno sfondo che, per essere tanto primitivo,
pareva proiettato fuori del tempo, bruciando insieme ogni sbavatura sentimentale e ogni residuo
realistico. Non è un caso che con l'avvio della stagione dialettale le punte realistiche e le coloriture
legate alla dimensione folclorica, chepure aveva fatto la sua comparsa nella produzione in lingua, richiamando
l'attenzione di un etnologo come De Martino, vengano pressoché azzerate e Tursi diventi
semplicemente "'a terra d'u ricorde". In più il tursitano, privo di tradizione letteraria,
si presentava a Pierro come uno strumento vergine, quasi preculturale e saturo
invece di pressanti suggestioni viscerali, attraverso cui magicamente - si noti l'importanza
dell'avverbio nell'universo del poeta - operare il ricongiungimento a quel mondo.
Uno dei caratteri che più colpiscono nella poesia di Pierro è l'assoluta mancanza
di riferimenti storici. Si potrà osservare che quel senso di fatale immobilità,
quella raffigurazione spettrale del paese appartengono all'iconografia del Sud.
Ma in Pierro quegli aspetti sono per così dire svuotati del loro spessore
etnologico, per essere esclusivamente adibiti all'espressione del nucleo tematico.
Ha perfettamente ragione il poeta a respingere energicamente ogni tentativo di caratterizzazione
folcloristica della sua opera. Si può affermare che il poeta tursitano fa un uso lirico di
materiali epici, in questo ancora una volta vicino a Pasolini, che è probabilmente l'autore che
nel panorama dialettale contemporaneo presenta maggiori affinità con lui.
A questa assenza di storicità della lirica di Pierro fa riscontro un recupero della materia
memoriale, che passa preferibilmente atraverso gli strati subliminali: affioramento repentino,
visione, presagio, visitazione notturna, incubo, ossessione. È stata notata da molti interpreti
la tendenza da parte del poeta ad assimilarsi agli animali o addirittura agli oggetti inanimati.
Altrettanto costante appare il raffronto fra il proprio destino e le manifestazioni
del mondo naturale (si tratta di tipici fenomeni del magismo, come il sincretismo
io-non io e l'egomorfismo). La poesia di Pierro è dominata infatti da un bisogno
di fuga dalla coscienza, in quanto rifiuto dell'individuazione e abbandono invece
al grembo rassicurante del paese materno. Alla responsabilità e alla storia [...]
Pierro oppone il rifugio nel mito. [...]
Particolarmente sorprendente in questo quadro di disgregazione psicologica l'innestarsi
di una linea destinata ad avere una notevole fortuna nell'opera di Pierro: quella del
canzoniere amoroso (si vedano soprattutto I 'nnammurète, Eccò 'a morte?, Nu belle
fatte). In realtà all'origine del tema erotico sembra operare la stessa logica allegorizzante
rilevata in rapporto al tema del paese. Mi sembra abbastanza significativo che anche l'esperienza
amorosa sia invariabilmente vissuta al passato, soprattutto in quanto sofferenza seguente l'abbandono
e che la figura femminile venga mantenuta in un persistente anonimato. Ancora una volta si ha la sensazione
di trovarsi in presenza di una diversa affabulazione dello stesso trauma materno. [...]
La poesia dialettale di Pierro, allo stesso modo in cui fornisce l'impressione di un risultato perfettamente
maturo fino dal suo esordio, in linea con l'immobilità tematica che la contraddistingue non appare segnata
da alcuno sviluppo. I diversi libri, più che le fasi di una evoluzione, sembrano le tappe di un progressivo
affinamento lirico. Scandita dalla ricorrenza di poche immagini, di alcune essenziali parole-chiave,
di situazioni psicologiche che si ripetono, la poesia di Pierro si muove fra il monologo amoroso, il diario
lirico e quella che per brevità possiamo chiamare la realtà antropologica tursitana, senza che si possa
riconoscere una tendenza predominante. [...]
* In Poeti dialettali del Novecento, Einaudi, Torino 1987, pp. 233-240.