Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
5 "follia".
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell'anima mia:
10 "malinconia".
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c'è che una nota
nella tastiera dell'anima mia:
15 "nostalgia".
Son dunque... che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
20 Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia.
L'esordio ricorda la Desolazione di Sergio Corazzini, ma qui il poeta-fanciullo diventa il "saltimbanco" della propria anima, tra "follia" e "malinconia", e con una superstite "nostalgia" di una condizione non mistificata; il poeta intende infatti mettere a nudo il suo cuore, in una vaga richiesta di corrispondenza, se non di comprensione e condivisione. Nel complesso, osserva Mario Pazzaglia, "c'è qui una demistificazione sofferta della condizione del poeta; certo, sminuita rispetto alle esaltazioni dannunziane (e anche pascoliane), ma vista come ancora capace di esprimere un'esperienza patetica aristocratica, una follia e una malinconia che appaiono ancora un segno d'eccezionalità in una società meschina che non chiede più nulla alla poesia. L'immagine finale del saltimbanco [...] è pur sempre un'immagine di libertà, di gioco magari pericoloso, ma che rifiuta la necessità imposta dal conformsimo, anche se appare chiusa in una solitudine malinconica di sradicato".