L'empirismo. Locke, Berkeley e Hume


Empirista è chi vuole derivare
la conoscenza del mondo da ciò
che lo circonda: è un modo di pensare
che parte da Aristotele, e John Locke
lo riprese negando l'innatismo
ammesso invece dal razionalismo.

Secondo lui, nessuna idea è innata
ma, perché sorga, sempre c'è bisogno
dell'esperienza. È pertanto insensata
(o mera e vacua immagine di sogno)
l'idea che non derivi in prima istanza
dai sensi: come eternità o sostanza.

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Come già Locke e Berkeley, David Hume
afferma che la nostra conoscenza
parte dall'esperienza, ma per Hume
questa non reca alcuna consistenza
sul piano gnoseologico. Egli espunge
la connessione causa-effetto e aggiunge

che l'esperienza è solo una sequenza
di percezioni, e che al di là di tale
successione non vige la presenza
di alcun legame vero e razionale
tra le diverse percezioni. Qui
risiede (e si capisce ch'è così)

la differenza tra il razionalismo
di stampo cartesiano, che vedeva
legami tra le cose, e l'empirismo
di Hume, il quale invece sosteneva
ch'è inutile cercare di vedere
nessi nel fenomenico accadere.

Origine ed insieme risultato
di questa concezione, come detto,
è un duro scetticismo, che ha portato
nell'àmbito morale un certo effetto:
infatti un così rigido empirismo
apre la strada all'individualismo.

Hume pone a base della nostra azione
senz'altro l'egoismo ma addolcito
da quella simpatia che all'uomo impone
di intendersi con gli altri a menadito.
È bene infatti l'utile di tutti,
e male ciò ch'è danno per noi tutti.

Ma l'etica, si sa, non è questione
immobile nel tempo, sempre uguale,
da sottoporre a un atto di ragione.
Forse in questa tematica cruciale
il bene è proteiforme e nulla in fondo
ha un senso, come spesso avviene al mondo.

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