|
Con Eraclito di Efeso torniamo
lungo le coste dell'Asia Minore.
Della sua vita ben poco sappiamo,
ma certo fu rivolta con livore
a contrastare le varie opinioni
degli altri, che stimava dei coglioni.
Nei suoi frammenti tersi ed eleganti
sostenne che nel mondo signoreggia
l'armonia di tensioni contrastanti
e che sempre lo spirito vi aleggia
del logos, che l'Oscuro rappresenta
sotto forma di fuoco, con cui tenta
di dare una ragione sufficiente
a quella successione dei contrari
che da sempre si svolge intelligente
e fa scontrare gli elementi vari.
E a chi obiettava: "Qui nessuno è fesso",
lui rispondeva: "Ho indagato me stesso".
Tra le altre cose Eraclito era certo
che nessuno due volte può bagnarsi
in uno stesso fiume. E poi, da esperto,
egli irrideva (ma senza impegnarsi
per cambiare le cose) a quell'ottusa
conoscenza comune che non usa
il ben dell'intelletto per salire
a quelle verità che lui dettava.
Spesso voleva gli uomini stupire,
e con arguti motti ci provava:
un suo famoso assioma, panta rei,
rese più mobili pure gli dei.
Tale motto, tradotto, vuole dire
che "tutto scorre" nel senso che muta
e muore, e questo fatto fa capire
(stolto chi questa verità rifiuta!)
che dobbiamo il reale concepire
come incessante, eterno divenire.
(........................................)
Era sdegnoso d'animo e superbo,
tanto che preferiva dilettarsi
a dadi coi fanciulli anziché verbo
con gli efesii intrecciare ed imbarcarsi
in vane discussioni in mezzo a loro.
E, interpellato, diceva a costoro:
"Ma di che cosa vi meravigliate,
o inetti? Meglio giocar coi bambini,
autunno, inverno, primavera, estate,
che dare retta a voi, concittadini".
Visse così solingo ed iracondo,
e poi passò, come ogni cosa al mondo.
La celebre dottrina eraclitea
del moto eterno fu presto impugnata
dal mitico Parmenide di Elea,
il quale fortemente l'ha negata.
Oltre che di una scuola fondatore,
egli fu splendido e ambizioso autore
di una speculazione affatto nuova,
tanto che qualche storico è portato
a ritener (non senza addurre prova)
che solo lui abbia invero iniziato
a fondare con vigile coscienza
le basi e il tono della nostra scienza.
Della sua vita non sappiamo molto:
solo che visse nell'attuale Velia
(Campania), ove non sembra avesse colto
l'argutissimo senso della celia.
Andò ad Atene intorno alla metà
del 400 e pare che colà
abbia incontrato Socrate, che aveva
vent'anni allora e che perciò ascoltava
quello che il venerando gli diceva.
Poiché scrivere allora poco usava,
e di quel tempo non rimane agenda,
tale incontro rimane una leggenda.
Parmenide in sostanza disse questo:
l'essere esiste; se non esistesse,
dovremmo ammettere in modo più onesto
ch'esso non differisce dal non-essere.
Perciò lo concepì come immutevole
e nient'altro gli parve ragionevole.
Per dargli una perfetta dimensione
lo immaginò come rigida sfera,
solida, immota, senza datazione,
uguale sempre da mattina a sera.
Ciò che dentro si muove è una parvenza
contro cui vale sempre l'avvertenza:
"la stessa cosa è l'essere e il pensare,
il pensiero e l'oggetto del pensiero".
Queste parole possono portare
a conclusioni varie: infatti è vero
che c'è chi ha scorto in esse l'idealismo
e chi le taccia di materialismo.
Questo contrasto però non dimostra
(come vogliono i suoi denigratori)
che la filosofia da sempre mostra
ambiguità, sicché pure i migliori
filosofi van bene a tutti gli usi,
dai più ortodossi a quelli in cui gli abusi
stravolgono l'autentico dettato.
Perché nel nostro caso, signorsì!,
il messaggio ci giunge indisturbato,
nitido e compendiabile così:
che l'essere non nasce né perisce,
ma eternamente immobile fiorisce.
(........................................)
L'eleatica scuola si completa
citando ancora Melisso di Samo,
il quale confermò con voce quieta
che noi siamo soltanto ciò che siamo,
confutando in anticipo un concetto
che Montale più tardi avrebbe detto.
|