La filosofia della natura nel Rinascimento


In campo filosofico, durante
la fioritura del Rinascimento,
troviamo due filoni: uno rientrante
nel solco di Platone, l'altro attento
ad Aristotele. In tale contrasto
solo il primo raggiunse un certo fasto.

Il platonismo è difeso ad esempio
da Nicola Cusano, il quale è senza
dubbio il più gran platonico del tempo.
Egli sostenne che la conoscenza
è possibile solo fino a quando
c'è proporzione, e quindi anche rimando,

tra ciò che si conosce e ciò che invece
si vuol conoscere. Più si allontana
codesta convenienza fra due specie,
più la nostra ragione appare vana
e all'uomo non rimane altra potenza
che proclamare la propria insipienza.

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Nel discorso che andiamo qui svolgendo,
per ultimo troviamo Campanella,
nato a Stilo in Calabria, che un tremendo
fato costrinse in un'oscura cella
rinserrato, per ben ventisett'anni,
tra inenarrabili pene ed affanni.

Quantunque processato a più riprese
per eresia, Tommaso Campanella
amava il cristianesimo ed intese
alla Chiesa prestar la sua favella.
Con Telesio, affermò che conoscenza
si dà solo attraverso l'esperienza.

Riducendo però la conoscenza
a sensibilità, gli si presenta
il problema di come abbia coscienza
l'anima di se stessa. Egli rammenta
e fa propria la tesi di Agostino,
il quale sosteneva che persino

lo scettico, che sa di non sapere
nulla, conosce almeno questo fatto;
e così non ha nulla da temere
nel presupporre che (non contraffatto)
altrove vi è un sapere originario
di cui non si può proprio dubitare.

Tale sapere è la coscienza innata
che l'anima ha di sé ed è condizione
di ogni altra conoscenza, ma oscurata
essa rimane quando l'impressione
di cose esterne aggiunge conoscenza
attraverso la vita e l'esperienza.

L'autocoscienza rivela i princìpi
della realtà naturale del mondo,
che Campanella distingue in tre tipi,
detti "primalità": se non confondo,
li designa con posse, nosse, velle,
vale a dire (con voci più novelle)

potenza, intelligenza e amore. Ma,
data l'imperfezione e contingenza
delle creature di questa realtà,
ai princìpi citati in precedenza
si affiancano le tre primalità
del non essere e sono queste qua:

impotenza, insipienza ed odio. Solo
in Dio, ch'è l'essere infinito, abbiamo
(ma certo avrete già capito a volo)
le tre primalità che più apprezziamo,
attraverso le quali Egli governa
dell'universo la vicenda eterna.

Dalla potenza Sua deriva infatti
quella necessità secondo cui
nessun essere o cosa può nei fatti
agire in modo opposto a come Lui
prescrive; poi, dall'alta Sua sapienza,
procede il fato, ovvero la sequenza

di cause naturali; dall'amore
divino infine viene l'armonia
per cui tutte le cose con ardore,
rinunciando alla propria autonomia,
tendono al fine supremo. Ed in fondo
con questi influssi Dio sorregge il mondo.

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