Il criticismo kantiano


Quando facevo l'università,
tra i professori c'era un certo Andrea
Galimberti, che (a Genova si sa)
aveva, immeritata, la nomea
di essere un tipo piuttosto bizzarro,
come parrà da quello che ora narro.

Un giorno, ad un esame, questo prof
domandò ad un'allieva: "Dov'è nato
Kant?". La ragazza gli rispose: "Boh!".
E lui, passando al lei e un po' seccato,
le disse: "Signorina, può anche andare".
Ci sapeva, così, terrorizzare.

Ma era un uomo davvero eccezionale,
e l'aneddoto appena riferito
rivela (pur se in modo pulsionale)
quale fosse il suo autore preferito...
Questo ricordo è sorto nella mente
perché di Kant diremo immantinente.

Ma prima di addentrarci nel pensiero
di Kant occorre dire con franchezza
che la "chiarezza" sua è un po' un mistero:
nel senso ch'essa è ammessa con ampiezza
e ovunque se ne cercano le prove.
Ma è un sogno - e intorno a questo non ci piove...

Kant ha impresso una svolta decisiva
nel solco del pensiero occidentale:
la sua dottrina difatti colpiva,
con un argomentare magistrale,
da un lato la teoria dell'empirismo,
dall'altro quella del razionalismo.

A questo contestava soprattutto
l'innatismo ma insieme anche il giudizio
analitico in quanto dopotutto,
quantunque universale, è un artifizio.
Dell'empirismo attaccò duramente
lo scetticismo ma non solamente.

Ne contestò difatti anche il giudizio
sintetico poiché, a conti fatti,
esso evitava indubbiamente il vizio
di astrattezza scendendo più nei fatti,
ma solo in casi singoli esso vale
e non giunge a un valore universale.

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Bene: per Kant di vera conoscenza
non è possibile parlare intorno
a quello che trascende l'esperienza,
ma quanto a questa, pur con qualche scorno,
l'uomo ha senz'altro l'opportunità
di raccogliere qualche verità.

Nei confronti dei fatti d'esperienza
Kant rifiuta perciò lo scetticismo
humiano. Invece della trascendenza,
fonte e prodotto di ogni dogmatismo,
anch'egli pensa non esista affatto
e resti un'illusione, ma c'è il fatto

che l'uomo avverte in seno una tendenza,
una disposizione naturale
verso la metafisica. Alla scienza
compete di spiegare, bene o male,
quest'esigenza interiore, il movente
per cui l'uomo si volge al trascendente.

Nella Critica della ragion pura
Kant si propose allora di vagliare
proprio la forza della ragion pura,
ossia della ragione quando appare
in totale, completa indipendenza
dai dati offerti dentro l'esperienza.

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Quindi, come per Hume, anche per Kant
l'uomo non può conoscere davvero
quella che definiamo la realtà
in sé, che dunque resta un gran mistero:
ad essa assegna il nome di noumeno;
al suo mostrarsi, quello di fenomeno.

Quest'ultimo soltanto è il vero regno
di cui si possa avere conoscenza,
la quale poi si avvera in modo degno
solo riconoscendo l'esistenza
dello spazio e del tempo, senza i quali
neppure avremmo idee occasionali.

Infatti noi non percepiamo niente
se non nel tempo e nello spazio, i quali
non sono né concetti della mente
né pregi delle cose, ma essenziale,
sola e determinante condizione
della nostra costante percezione.

Dell'anima, di Dio, del mondo stesso
- pur essendo presente l'elemento
a prïori (le idee) - non è concessa
esperienza diretta e l'elemento
sintetico in tal modo non sussiste.
Dunque la metafisica consiste

in uno sforzo inane della mente.
Ma se non posso dimostrare Dio,
vuol dire che davvero è inesistente?
Se sì, su cosa può fondarsi l'io
nelle questioni pratiche essenziali?
Quali mai sono i valori morali?

Orbene, ciò che alla pura ragione
è trascendente, diviene immanente
per quella pratica. Questa estensione
indebita ha un suo senso propriamente
soltanto in vista del comportamento
morale e non comporta alcun aumento

di conoscenza a livello teoretico,
speculativo. Dunque i postulati
della ragione pratica hanno un etico
valore; essi non vanno assimilati
al sapere, bensì alla volontà,
all'agire, all'umana libertà...

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