La scuola di Mileto


Il primo nome che la tradizione
ci ha tramandato è quello di Talete,
poiché per primo pose la questione
se ciò ch'egli vedeva e voi vedete,
insomma tutto ciò che appare al mondo,
non abbia un fondamento più profondo.

Si convinse in tal modo che - al di sotto
di tutto ciò che esiste e poi svanisce -
vi è qualcosa di puro ed incorrotto,
che non ha avuto inizio e non finisce.
Per definirlo - e spiegherò perché -
usò un termine ad hoc: il greco arché.

Stimo dunque opportuno precisare
che il greco arché - che nella nostra lingua
si usa tradurre e un po' banalizzare
col termine "principio" - si distingue
per un'aura semantica speciale:
indica infatti ciò che vi è di uguale

nelle cose più varie, e non soltanto;
denota insieme la forza che spinge
il divenire del mondo e il suo incanto;
addita infine (e il cerchio qui si stringe)
ciò da cui tutte le cose provengono
e in cui tutte, col tempo, poi si spengono.

Talete nulla scrisse di suo pugno,
perché troppo impegnato a meditare,
tanto che un giorno pare batté il grugno
dentro una buca, intento a rintracciare
appunto quale sia quell'elemento
che sta dell'universo a fondamento.

Infine, dopo aver pensato a lungo,
ritenne che le cose conosciute
(dall'uomo all'erba, dalla paglia al fungo),
ed anche le altre cose mai vedute,
da un'unica sostanza sian formate:
l'acqua, sola per cui esse son nate.

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L'allievo Anassimandro pensò invece
che tutto quello che vive proviene
da un Infinito nero come pece
al quale, poi, che ritorni conviene.
Esso è per qualità indeterminato,
ed è per estensione illimitato.

Egli chiamava àpeiron codesto
primordiale elemento che governa
e dissipa ogni cosa, dall'onesto
anacoreta ai ceffi di taverna,
dalle cose del mare a tutte quelle
della terra e del cielo, amebe o stelle.

E sostenne, nell'unico frammento
rimastoci, che là da dove viene,
secondo il senso e l'ordine del tempo,
la nascita degli esseri lì avviene
l'inevitabile dissoluzione.
Nel suo saper astrarre è la ragione

per cui Anassimandro è ritenuto
da Diogene Laerzio (terzo secolo
dopo Cristo) colui che ha provveduto
ad affrancare l'intelletto greco
dalla disposizione immaginosa
di dar valenza mitica a ogni cosa.

Eppure ad Anassimene non parve
che il suo maestro avesse conseguito
alcun progresso, e con lui ricomparve
un'altra archè per lo stesso quesito:
l'aria fece in tal modo il suo debutto
quale sostanza e origine del Tutto.

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