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Egli ritenne che dell'universo
fosse principio il numero e credette
che il moto dei pianeti, in ogni verso,
producesse armonie e canzonette.
Su questa sua seconda enunciazione
glisserò per la semplice ragione
ch'essa ha forse un suo fascino ma è vuota
di senso. Più profonda invece appare
la prima affermazione. Anche un idiota
sa che ogni cosa si può misurare:
nessuno, dunque, può stupirsi se
egli indicò nel numero l'arché.
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La scuola pitagorica non fu
soltanto filosofica; difatti
essa fu pure (e forse ancor di più)
associazione che trattava fatti
religiosi e politici, e fu questo
ultimissimo aspetto che del resto
provocò lo sfacelo della setta.
Contro l'aristocratico governo
di Crotone, ove stava quell'eletta
schiera in profondo spirito fraterno,
si sollevò un tumulto popolare
che indusse i pitagorici a scappare
per aver sostenuto quel potere.
Dovettero così pagare il conto:
Pitagora in persona andò a vedere
se gli davano asilo a Metaponto;
alcuni suoi discepoli fuggirono
in Grecia, altri per Taranto partirono.
Ancora in Magna Grecia, proveniente
da Colofone (un po' a nord di Mileto),
troviamo poi Senofane, possente
- se quel che narrano è un fatto concreto -
nel fisico ancor più che d'intelletto,
sì che a quasi cent'anni era perfetto.
Fece delle credenze religiose
il suo bersaglio preferito, in quanto
non gli stavano bene molte cose
che aveva detto Omero e che pertanto
si stimavano indiscutibilmente
vere ed invece non valevan niente.
La cosa più irritante, a suo giudizio,
era l'affermazione che gli dei
soggiacessero ad ogni umano vizio:
come comporre immorali priapei,
tirare ingiurie al prossimo o rubare,
fare adulterio e i figli bastonare.
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