Platone


Sulla strada che Socrate esplorò
si incamminò il discepolo Platone,
il quale egregiamente precisò
ciò che il maestro già mise in questione.
Fece sua la battaglia, innanzi tutto,
contro la tradizione e soprattutto

contro i sofisti, che avevano reso
la conoscenza incerta e relativa,
priva di fondamenti e senza peso.
Platone invece fortemente ambiva
a una cultura che desse certezza
all'uomo e ne mostrasse la grandezza.

Condivideva infatti col maestro
la convinzione che la verità
è universale e spese il tempo e l'estro
per dimostrarne la validità.
Chi afferma che pensare arreca danno,
sa che Platone morì a ottantun anno?

Era nato difatti, da famiglia
aristocratica, anch'egli ad Atene,
nel 428 e le ciglia
chiuse all'età in cui chiuderle è bene.
Nel suo pensiero vivono concordi
le forme e gli elementi più discordi.

Anche per questo è tutt'altro che facile
definirne il sistema, che esporrò
in modo che potrà sembrare gracile
all'esperto. Al neofita dirò
che la grande scoperta di Platone
fu ridurre la fisica a illusione.

Sostenne infatti che i concreti oggetti,
i vari fatti e crucci quotidiani,
non sono che molteplici e imperfetti
esempi di modelli oltremondani.
Egli pose così, dietro il sensibile,
l'esistenza di un mondo non visibile.

Qualcuno chiederà: "Se non si vede,
come si può mostrare l'esistenza
di un tal mondo a chi proprio non ci crede?".
Dirò qui brevemente, e in confidenza,
che ciò che non può esser dimostrato
- ma si ammette - vien detto postulato.

Appunto in questo mondo postulato,
che ha nome iperuranio (vale a dire
"oltre il cielo"), Platone ha collocato
quei modelli da cui fa provenire
ciò che sta fuori e dentro il firmamento
e in quello ha il proprio senso e il fondamento.

Ma a quelli che testé ho denominato
"modelli" occorre adesso dare un nome
più rigoroso, in quanto venne usato
dallo stesso filosofo. Platone
usò il termine idea per indicare
l'essenza vera di quello che appare.

Ritengo che i miei quindici lettori
giudicheranno indegno di un sapiente
sostenere che ciò che appare fuori
sia qualcosa di vacuo e inconsistente!
Eppure è proprio per questo motivo
che Platone respinse il tentativo

dell'arte di imitare le sensibili
cose del mondo, le quali già sono
imitazioni di quelle invisibili
o, per dir meglio, nient'altro che il dono
di un demiurgo che, con intelligenza,
a ogni cosa dà foggia e consistenza.

L'introduzione del demiurgo-artefice,
che fa tutte le cose a imitazione
delle idee - come fa un sapiente orefice
coi suoi monili -, indubbiamente impone
una critica. Avrete già capito
che ci troviamo qui davanti a un mito;

ma il mito era già stato superato
dal logos, dal discorso razionale.
Cosa ha fatto Platone? Si è sbagliato?
O ha dato solo una convenzionale
spiegazione di un mondo senza senso?
La seconda che ho detto è giusta, penso.

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Ora si sa che l'aggettivo "erotico"
nel linguaggio comune ha assunto il senso
che tutti conosciamo, e che "platonico"
vien detto quell'amore un po' melenso
di un amante che mai l'amata tocchi
ma solo la rimiri in fondo agli occhi.

C'è dunque da sfatare un pregiudizio:
parecchi infatti credono alla fola
di un Platone che avrebbe avuto il vizio
di predicare, a casa, in strada e a scuola,
la tesi ormai così famigerata
che ogni persona andasse appena amata

con la dolcezza della nostra mente,
senza scadere mai dentro le salse
tentazioni carnali. Certamente
di quest'idea nei secoli si avvalse
non solamente la filosofia
(basti un nome: stil novo). Tuttavia

Platone in questo campo fu più spinto
di quanto creda la gente ab aeterno:
diceva infatti, sebbene sospinto
da più forti esigenze di governo,
che fosse cosa buona e giusta dare
a ciascuno la donna che gli pare.

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