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Nella sua pervicace opposizione
ad Hegel, Schopenhauer si rifà
a Kant, che - come fece già Platone -
lasciò intatto il contrasto fra realtà
fenomenica e cosa in sé: dualismo
cui si era contrapposto l'idealismo.
Tale dualismo deve rimanere
- secondo Schopenhauer - sempre al fondo
di ogni filosofia. A ben vedere,
questa diffusa visione del mondo
- di cui Kant e Platone in Occidente
sono i grandi maestri - già in Oriente
fu sostenuta dal buddismo, il quale
insegnava però che la realtà
(o ciò che noi consideriamo tale)
è un ingannevole velo di Maya,
ombra illusoria, pura impermanenza,
non soggetta pertanto a conoscenza.
È palese in tal modo la distanza
che il pensatore di Danzica pone
tra sé e Kant, che diceva in sostanza
ch'è possibile, grazie alla ragione,
elaborare i dati d'esperienza
ed averne in tal modo conoscenza.
Invece, dal valore contingente
della nostra sapienza relativa
ai fenomeni, Schopenhauer sente
che oltre questi si muove e sempre vive
il noumeno, e afferma ch'è possibile
cogliere in qualche modo l'invisibile.
La strada per riuscirci, a suo giudizio,
sta nella riflessione interïore:
guardando in fondo a noi senza artifizio,
analizzando ogni moto del cuore,
al di là della rappresentazione
scorgiamo il senso di ogni nostra azione
e di ogni nostro pensiero: cioè
la volontà di vita, il desiderio
passionale e impulsivo - quello che,
secondo Schopenhauer, è sul serio
una forza istintiva, universale,
unica, cieca, forte e irrazionale.
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Un altro pensatore che si oppose
al sistema dialettico hegeliano
fu Kierkegaard, il quale si propose
di dimostrare quanto fosse strano
il presupposto che tutto il reale
sia tale solo in quanto razionale.
Egli descrisse invece la realtà,
non come un fatto certo e necessario,
ma come pura possibilità
o, per dir meglio, come insieme vario
di possibilità che all'uomo impone
il dramma amaro della decisione.
Nella sua stessa vita egli provò
l'angoscia che deriva dal dovere
ogni volta decidere: perciò
scelse ogni volta di soprassedere,
rinunciando all'ufficio di pastore,
al matrimonio, e spese le sue ore,
i giorni, i mesi e gli anni ad illustrare
quelle che a suo giudizio son le sole
alternative della vita. Pare
- detto proprio in pochissime parole -
che queste sono solamente tre.
La prima è quella estetica (cioè
quella legata all'attimo fuggente,
all'edonismo); quindi c'è la vita
etica (in cui si vive moralmente).
Ma a entrambi questi stadi della vita
è connessa una certa insufficienza,
una contraddizione, un'incoerenza.
Lo si rileva dalla noia che
subentra alla ricerca del piacere
o d'altronde nel pentimento che
coglie chi compie sempre il suo dovere.
Qualunque sia la posizione assunta
di fronte a questo aut-aut, sempre rispunta
quel sentimento d'angoscia che pare
connaturato all'esistenza umana,
e contro cui è inutile lottare
perché ogni scelta appare sempre vana.
E dunque, cosa fare? cosa resta
per non soccombere in questa tempesta?
Chiudo dicendo che la soluzione
indicata da Kierkegaard riguarda
non il mondo bensì la religione:
soltanto e solamente chi non tarda
ad affidarsi a Dio, ad appellarsi
a Lui, potrà (se Lui vorrà) salvarsi.
Solo la vita religiosa, dunque,
consente all'uomo infine di sfuggire
a quell'angoscia che appare comunque
scegliendo un altro stadio. Cosa dire?
Questo discorso è forse consolante:
ma di illusioni già ne abbiamo tante!
E quest'ultimo aspetto non è poi
originale: sono stati in tanti
a dire cose simili. Per noi,
conta osservare che la più importante
eredità del suo antihegelismo
passò più tardi all'esistenzialismo.
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