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Dedicheremo a Talete (circa 620-550 a.C.) lo spazio necessario a rendere omaggio al ruolo assegnatogli da Aristotele, sveltendo poi il discorso. Poche, comunque, le notizie sicure sulla sua vita. Sappiamo che si occupò di politica, e che si dedicò alla matematica e all'astronomia, divenendo celebre in quest'ultimo campo per aver predetto l'eclissi solare del 28 maggio 585 a.C. Per il resto, su di lui possediamo alcuni aneddoti in vario modo indicativi della sua saggezza...
Un aneddoto riferisce che, alla madre che periodicamente voleva indurlo a sposarsi, Talete continuava a rispondere: "Non è ancora il momento giusto"; finché, divenuto ormai vecchio, alla donna che lo tempestava sempre di più con la stessa richiesta, rispose: "Ora il tempo per queste cose è passato"... Ancor più emblematica è la storia secondo cui una volta, sentendosi domandare perché non volesse mettere al mondo dei figli, egli rispose: "Per amor loro".
Si può indubbiamente ritenere che la prudenza evidenziata da Talete in questione di donne e di figli sia una dote lodevole, ma non sufficiente a farne un filosofo. Platone, tuttavia, riporta qualcosa di autenticamente filosofico quando narra che "Talete, osservando le stelle e guardando verso l'alto, cadde in un pozzo" e che, di fronte a questo fatto, "una spiritosa e acuta serva tracia lo abbia così deriso: egli vuol sapere cosa c'è nei cieli, ma gli rimane nascosto ciò che ha davanti agli occhi e ai piedi".
L'aneddoto riportato da Platone sembrerebbe indicare l'inettitudine del filosofo per quanto riguarda le cose pratiche, ma tale interpretazione entrerebbe in contraddizione con quanto narra a sua volta Aristotele, che lo dipinge come un astuto uomo d'affari. Accortosi infatti che il raccolto di olive (nonostante le apparenze contrarie) prometteva di essere molto ricco, Talete fece incetta di tutti i frantoi della zona, per affittarli poi ad un prezzo più alto a coloro che prima lo avevano deriso. Non sappiamo se le cose siano davvero andate come narra Aristotele, ma con ciò egli vuol farci capire che per un filosofo sarebbe facile arricchirsi, ma che non è questo il suo scopo. Un senso analogo ha appunto il racconto di Platone, il quale ci fa comprendere che non sono i fenomeni ad interessare i filosofi, bensì la loro essenza e il loro fondamento...
Talete voleva infatti cogliere che cosa in verità sta al fondo delle molteplici forme reali: i monti, gli animali, il vento, le stelle, l'uomo... Qual è l'essenza di tutto?, si chiedeva Talete. Da dove viene, da dove nasce tutto ciò?, quale ne è l'origine? che cos'è il principio che fa sì che le cose siano, esistano e muoiano? Tali (più o meno) le domande fondamentali di Talete; e l'averle poste per primo, e l'aver per primo tentato di rispondervi, lo hanno reso l'iniziatore della filosofia. L'interrogarsi sull'essenza e sul fondamento costituisce infatti, da allora fino ai nostri giorni, l'intento filosofico centrale.
Non c'è dubbio che la risposta di Talete suoni alquanto strana ai nostri giorni. Infatti, sebbene Talete non abbia mai scritto nulla, dalle testimonianze che lo riguardano sappiamo che egli identificava l'arché di tutte le cose con l'acqua: cioè, più semplicemente, sosteneva che tutto è composto d'acqua... Una partenza poco incoraggiante, direte voi! D'altra parte, proprio perché non ha mai scritto nulla, non possiamo sapere con precisione il motivo che indusse Talete a questa conclusione. Aristotele ha in seguito ritenuto che egli abbia pensato a tale elemento perché la vita, per sussistere, ha appunto bisogno di acqua. E l'interpretazione aristotelica si è imposta nella storia della filosofia con un valore assoluto.
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