|
Gli epicurei, così chiamati dal nome del loro caposcuola Epicuro (342-270), sostenevano che il fine ultimo dell'uomo è la felicità (eudemonismo), e che questa consiste nel piacere (edonismo), cioè nella soddisfazione dei desideri... Questa teoria, semplice da sostenere ma di difficile realizzazione, è stata ed è spesso fraintesa e distorta, tanto che appare affatto gratuita ed ingiustificata l'accusa di smodatezza troppo spesso rivoltale. La teoria di Epicuro, infatti, non implica che tutti i piaceri siano buoni, ed anzi essa sostiene addirittura l'opportunità di limitare il numero dei desideri, di modo che non ne restino troppi insoddisfatti. Anziché fidarsi di rapidi e imprecisi riepiloghi manualistici, basti leggere (visto ch'è anche di gradevole ed agevole lettura) la famosa Lettera a Meneceo.
La massima più nota di Epicuro - citata in ogni manuale degno di tal nome - ha un potere consolatorio ma risulta al tempo stesso un po' deprimente. Essa infatti recita:
Il più terribile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte noi non siamo più.
Bisogna del resto tener presente che in ciò consiste uno degli elementi del tetrafarmaco, che (come scrive il suo traduttore Graziano Arrighetti) "condensa in quattro brevi proposizioni tutta la dottrina epicurea della felicità: la divinità non è da temersi; la morte non deve arrecare turbamento; il bene è facilmente procacciabile; il male facilmente sopportabile".
|