Razionalismo e empirismo


A partire da questo momento la filosofia iniziò a dividersi in due tradizioni: quella europea e quella anglosassone. La prima tendenzialmente razionalista, la seconda prettamente empirista.
Ricordiamo che il termine "razionalismo" designa la persuasione che la realtà sia conoscibile e interpretabile mediante la ragione, al di là di ogni esperienza. Il termine "empirismo" indica invece ogni dottrina che considera l'esperienza come condizione essenziale della conoscenza.


Dalla speculazione di Cartesio prese le mosse il filosofo olandese Baruch Spinoza (1632-1677), il quale, pur essendo un convinto razionalista (tanto che pensò di analizzare l'etica entro una struttura strettamente logica), rifiutò la distinzione cartesiana tra pensiero (spirito) ed estensione (materia), affermando che tutto ciò che esiste può essere ricondotto a una sola sostanza, che egli chiamò anche Dio o Natura. Spinoza insomma non ebbe una concezione dualistica della realtà come l'ebbe Cartesio, bensì una visione monistica.
Si può affermare che Spinoza è un panteista: per lui infatti Dio non è colui che ha creato il mondo e che sta al di sopra o al di là del mondo: Dio è il mondo stesso, o (che è lo stesso) la natura è Dio. E il pensiero e l'estensione, che Cartesio indicava come due entità contrapposte (anche se entrambe derivate da Dio), non sono in realtà che due aspetti dell'unica sostanza. Spinoza chiama questi due aspetti attributi di Dio, e chiama modi di tali attributi i singoli fenomeni sia materiali che spirituali: per esempio un colle (facciamo il monte Tabor) e una poesia (facciamo L'infinito di Leopardi) rappresentano diversi modi degli attributi "estensione" e "pensiero". La sostanza, o Dio, o la Natura, si manifesta dunque in modi diversi: un colle è un modo dell'attributo "estensione", mentre una poesia che riguarda lo stesso colle è un modo dell'attributo "pensiero". Entrambi però sono in definitiva espressione della stessa sostanza.


Un altro importante razionalista fu il tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), noto anche a molti che non conoscono la filosofia per la caricatura che ne ha fatto Voltaire con il Panglosse del Candide, vale a dire l'idiota iperottimista convinto, per usare le stesse parole di Leibniz, che
"il nostro è il migliore dei mondi possibili":

affermazione vistosamente priva di senso. Tanto che (nonostante il ruolo importantissimo rivestito da Leibniz nella logica) possiamo passare oltre...


E procedendo ci imbattiamo, come già annunciato, nei filosofi empiristi "inglesi" (tra virgolette perché inglese era solo Locke, mentre Berkeley era irlandese e Hume scozzese).


Indubbiamente l'atteggiamento razionalista, che risale a Parmenide, Socrate e soprattutto Platone, fu il più diffuso nella filosofia del Seicento, ma esso fu contrastato già nello stesso secolo da John Locke (1632-1704), il quale affermò che la nostra mente è una tabula rasa, cioè che essa è completamente priva di contenuto se prima non abbiamo avuto esperienze sensoriali.

Questo modo di vedere viene appunto chiamato empirismo: empirista è chi vuole derivare la conoscenza del mondo partendo dai sensi. Anche questa concezione ha antecedenti illustri: infatti la sua formulazione risale già ad Eraclito e più consapevolmente ad Aristotele, il quale disse che "non c'è niente nell'intelletto che non sia stato prima nei sensi". Questa affermazione conteneva una puntuale critica all'innatismo di Platone, e Locke riprese la stessa obiezione contro Cartesio.
Il punto di vista empirista è assai più diffuso di quello razionalista, a livello di senso comune: ma vorrei farvi notare che esso comporta non pochi problemi, come ad esempio quello di spiegare concetti astratti come i numeri e l'infinito.


George Berkeley (1685-1753) fu ancora più radicale, tanto che la sua bizzarra teoria filosofica può essere compendiata in quella che è la sua formula più nota: "Esse est percipi" (essere è essere percepito), che in sostanza vuole dire che il mondo esterno alla mente esiste solo quando è percepito da quest'ultima. Questo modo di vedere si chiama idealismo soggettivo e, se portato alle estreme conseguenze, rischia di sprofondare nel solipsismo, cioè nella patologica convinzione che esisto solo io (con i miei stati mentali)... Si tratta di una visione davvero malinconica, e per fortuna non sono in molti a sostenerla.


Conseguenza naturale di simili concezioni è una sorta di scetticismo: quello a cui appunto approdò David Hume (1711-1776).
Per comprendere lo scetticismo humiano dobbiamo ricordare che per Locke, quando usiamo parole come Dio o eternità o sostanza, la ragione funziona a vuoto, perché nessuno ha mai avuto esperienza di Dio, dell'eternità e di ciò che i filosofi chiamano "sostanza". Queste idee non sono dunque che costruzioni della mente, prive di fondamento. Ecco: possiamo ora osservare che Hume, pur negando la possibilità di dimostrare l'immortalità dell'anima o l'esistenza di Dio, non escludeva però le due cose: riteneva soltanto che la pretesa di dimostrare la fede religiosa con la ragione umana fosse un non-senso razionalista. Dunque Hume non era cristiano, ma neppure era un ateo convinto: era un agnostico.
L'agnosticismo (religioso, non gnoseologico) detiene una posizione scomoda, perché può essere avversato tanto dal credente quanto dall'ateo; tuttavia, sembra la posizione più moderata e razionale. Non è infatti un caso che Hume abbia svolto per Kant, a dire dello stesso interessato, una funzione di "risveglio" dai "sogni dogmatici" della metafisica. La metafisica, infatti, intende stabilire se vi sia un'anima e se essa sia immortale, se il mondo nella sua totalità sia finito o infinito, se Dio esista e come possiamo dimostrarlo e pensarlo. Ma, come vedremo, proprio i concetti dei Dio, anima e mondo, a giudizio di Kant, sono razionalmente inconoscibili.


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