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Aristotele (384-322 a.C.), allievo di Platone, fece propria l'ideale battaglia del maestro in favore della filosofia, sostenendo che l'uomo non può fare a meno di filosofare perché, anche per decidere di non filosofare, bisogna filosofare (Se questa dimostrazione non vi convince, fate finta di non averla mai sentita)... Egli tuttavia impostò il proprio sistema filosofico muovendo da una critica spietata al dualismo platonico tra forma e materia, cioè mondo intelligibile e mondo sensibile.
La critica di Aristotele a Platone
Le principali obiezioni di Aristotele alla teoria delle idee possono così sintetizzarsi:
1. Platone, per spiegare gli individui, ricorre alle idee; ma così egli non fa che raddoppiare il numero degli enti, e senza in tal modo spiegarli.
2. Se ogni cosa sensibile rimanda all'idea, dobbiamo ammettere che, sotto il profilo ideale, un individuo (per es. un uomo) e una qualità (per es. bianco) hanno eguale realtà; tuttavia il bianco non esiste come realtà separata, ma solo come qualità di un individuo. Similmente dovremmo avere idee di relazione (come "più grande di...", "più forte di..."), il che è assurdo.
3. Delle idee si dice che sono causa degli individui, ma in realtà esse non producono movimento né cambiamento, né alcuna generazione. In realtà noi vediamo che gli individui nascono da altri individui.
Sulla base di queste ed altre osservazioni (come ad esempio l'argomento del terzo uomo), Aristotele capovolse la prospettiva di Platone, riconoscendo come reali proprio gli individui (cioè i singoli enti), e non delle entità invisibili, astratte o immaginarie quali l'essere di Parmenide o le idee del maestro. Secondo lui, è nelle stesse cose visibili che va cercata la causa della realtà, dei singoli individui e del loro divenire. All'idealismo di Platone si oppone dunque l'empirismo di Aristotele.
Bisogna notare che anche Aristotele, come Platone, ammise che la ragione è innata. Tuttavia, a suo giudizio, nessun'idea può nascere in essa se prima l'uomo non percepisce qualcosa con i sensi.
La tesi aristotelica
Aristotele sostenne dunque che l'individuo è l'ente reale, e che esso è un
sinolo (= unione) di materia e di forma, e che la materia è in potenza molte forme che essa assume di volta in volta in atto.
Se il discorso appare complicato, si pensi al tronco di un albero da cui si ricava un tavolo, o a un seme che diventa frutto, un bimbo che diventa uomo...
Aristotele affermò tuttavia che,agli estremi del divenire cosmico, bisogna ammettere una materia prima e indeterminata, che è pura potenza, priva di qualsiasi forma, e una forma pura tutta attuata, senza potenzialità materiali da tradurre in forma o da realizzare. E identificò la forma pura col concetto di Dio, che è il fine (telos) a cui l'universo intero tende, ed insieme è la causa che muove dal principio la materia indirizzandola verso la successione delle forme. Dunque anche in Aristotele sussiste il dualismo fra l'oscuro concetto di una materia prima priva di determinazioni e il concetto di Dio come forma pura separata da ogni sostrato materiale.
La logica
Potremmo andare avanti per ore a discutere di Aristotele, perché egli apportò notevoli contributi in svariati ambiti: dalla filosofia della scienza alla tassonomia biologica, dall'etica alla retorica, dalla semantica all'estetica, all'economia... Stringiamo dunque il discorso per dire che il campo in cui più profondamente si esercitò il suo genio resta la logica. In tale ambito il suo merito più grande fu indubbiamente la scoperta della teoria della deduzione, il sillogismo, che gli ha assicurato fama e gloria fino ai nostri giorni. Il sillogismo un ragionamento consistente di due premesse e di una conseguente conclusione. Eccone un classico esempio:
1) prima premessa: "Tutti gli uomini sono mortali";
2) seconda premessa: "Socrate è un uomo";
3) conclusione: "Socrate è mortale".
La deduzione è necessariamente vera quando sono vere le premesse: in tal caso il sillogismo si dice apodittico o probante. Se invece la verità delle premesse non è dimostrabile (com'è quasi sempre il caso delle argomentazioni etiche o retoriche), il sillogismo vien detto dialettico o probabile.
Si può obiettare che il sillogismo, in pratica, non dimostra nulla di nuovo; che non aggiunge nulla a quanto già si sa. Eppure, proprio nel campo della logica la fortuna di Aristotele è stata immensa e, anche se il suo pensiero non è esente da errori e difetti, tutto sommato meritata. Ancora Dante lo definiva "maestro di color che sanno" [Inf., IV, 131]; e occorrerà attendere il XIX e il XX secolo per assistere alla nascita di logiche alternative, legate soprattutto alle matematiche.
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