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Niccolò Machiavelli (1467-1527), famoso o famigerato autore del Principe, sostenne che, per il bene collettivo (!) dello stato, il principe, costretto a lottare contro gli egoismi individuali dei sudditi, deve cercare di armonizzarli, diciamo pure con le buone o con le cattive. In questo duro compito, egli si troverà a lottare contro la "fortuna", che per Machiavelli è padrona della metà delle azioni umane, mentre l'altra metà dipende dalla "virtù" (cioè dall'astuzia e dalla ferocia) dello stesso principe. In una simile concezione Dio non trova ovviamente alcun posto, in quanto sostituito (proprio come una divinità) dallo stato; e il singolo individuo è poco più che una scamorza. Inoltre, per trovare concreta applicazione, tale concezione prevede una netta separazione della politica dalla morale. Qualcuno ha cercato di riscattare Machiavelli mediante un'interpretazione storicistica del suo libello: sottolineando cioè le pessime condizioni in cui versava l'Italia dell'epoca. Ma io mi permetto di osservare che secoli dopo, in condizioni analoghe, Giuseppe Mazzini si appellava bene o male al popolo, e non a un principe, un re, un presidente, o un tiranno... Non è infatti un caso se il machiavellismo incontrò posizioni antitetiche ad esso contemporanee. Si tratta di teorie che rientrano nella corrente definita giusnaturalismo, che poneva il diritto naturale quale fondamento del diritto positivo o statale.
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