Forse un mattino andando in un'aria di vetro
di
Eugenio Montale
montale
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
5 Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Questo testo è stato definito da un nostro filosofo, Sergio Moravia,
come "uno dei vertici della lirica non del Novecento italiano, ma
della lirica dell'intero mondo d'Occidente". Forse questo
apprezzamento appare in verità eccessivo, ma lo si può giustificare
in quanto siamo di fronte a un testo poetico che ha un contenuto
indubbiamente filosofico, quantunque espresso attraverso immagini
anziché mediante concetti. Esso descrive infatti una rivelazione, una
manifestazione improvvisa (epifania) del "nulla", del "vuoto", e
dunque dell'assurdità dell'esistenza.
Il futuro ipotetico ("Forse... vedrò") presenta il "miracolo" (cioè
l'epifania del "nulla") come un possibile eppur straordinario evento,
che infrange le leggi naturali. L'"aria di vetro" (cioè così tersa,
limpida e secca da sembrare artificiale) indica infatti il carattere
irreale di una simile esperienza.
La scoperta o l'intuizione del "nulla", del "vuoto", è salutata dal
poeta con favore (come "miracolo" appunto) perché corrisponde
all'acquisizione della verità contrapposta all'"inganno consueto"
(cioè all'apparente realtà delle cose); ma tale scoperta è anche
sofferta come spaventosa vertigine: il "terrore di ubriaco" è infatti
l'incertezza terrificante di chi ha perso ogni stabile punto di
riferimento.
Dopo la folgorazione - ma fittizie, come le immagini di un film
proiettate "s'uno schermo" - tornano nuovamente a profilarsi le cose
consuete della realtà, "alberi case colli". Ma appunto, se la vera
realtà è il "nulla", gli oggetti dell'esperienza non sono che parvenze
ingannevoli. Perciò, dopo la miracolosa esperienza, il poeta non può
più tornare alla condizione abituale ma illusoria degli "uomini che
non si voltano", cioè sono incapaci di porsi i grandi problemi
metafisici e non possono, quindi, attingere alla consapevolezza del
"nulla". Tale consapevolezza è per il poeta un privilegio, ma anche
una condanna, perché lo obbliga alla solitudine e al silenzio ("me
n'andrò zitto"), impossibilitato a svelare il suo "segreto" a chi non
potrebbe intendenderlo.
Come ultima notazione, possiamo osservare che "gli uomini che non si
voltano", nella loro indifferenza per tutto ciò che non è (o meglio,
non appare) qui ed ora, richiamano fortemente l'"uomo che se ne va
sicuro" di un altro celebre osso montaliano: Non chiederci la parola.