Lucio Garofalo
La riduzione del "tempo" ad oggetto di banalità
[Un breve saggio sul modo di consumare e gestire il nostro tempo esistenziale]
Introduzione
"La durata delle cose, misurata a periodi, specialmente secondo il corso apparente del
sole": questa è la definizione generica del concetto di "tempo" fornita da un
comune dizionario della lingua italiana.
Eppure, proprio attorno a tale categoria ed ai suoi molteplici significati (di ordine
storico, filosofico, o di natura astronomica) si è come addensata una coltre di fumo
accecante, densa di luoghi comuni e rozze ovvietà, che sono persuasioni assai diffuse nella
vita quotidiana di noi tutti. Gli stereotipi sul "tempo" paiono proliferare senza soluzione
di continuità, e quasi tutti, eccezion fatta per quei fenomenali campioni della lingua e
del sapere umano, se ne servono abitualmente, forse inavvertitamente, magari per riempire
il vuoto raccapricciante di certe conversazioni, in altre parole per coprire i "tempi
morti" della nostra esistenza.
Sovente, infatti, ci capita di ascoltare asserzioni totalmente insensate, che farebbero
inorridire le nostre menti qualora fossimo soltanto un po' più attenti e riflessivi, meno
pigri o distratti.
"Ammazzare il tempo", tanto per citare uno dei casi più dozzinali, è un modo di dire
quantomeno sciocco perché non significa nulla se non che si uccide la propria esistenza.
La persona che "ammazza il tempo", cioè che impiega malamente il proprio tempo vitale, non
sapendo cosa fare, non avendo interessi gratificanti, né occupazioni di tipo mentale (come
leggere e scrivere) o di carattere fisico (come gli sport), tali da motivare il vivere
quotidiano, non coltivando passioni che potrebbero impreziosire la qualità del proprio
tempo esistenziale, finisce per annichilire sé stessa, divenendo un essere ansioso,
depresso, accidioso, ma non ozioso.
Prestiamo attenzione alle parole: chi parla bene pensa bene, ma soprattutto vive bene...
Invero, l'otium dei latini, per il cristianesimo più bigotto, influenzato da filosofie
mistiche orientali e da una forma volgarizzata dello stoicismo, rappresenta il vizio
supremo: infatti, l'accidia è compresa tra i "vizi capitali" osteggiati dalla tradizione
giudaico-cristiana. Nondimeno, l'otium era l'ideale di vita proprio della cultura classica
greco-romana, ispirata invece da una concezione epicurea, nutrita da orientamenti
filosofico-esistenziali che privilegiavano la ricerca della felicità e del piacere di
vivere quali finalità somme da perseguire in quanto capaci di liberare l'intrinseca natura
della persona umana.
Dunque, l'otium era ed è la condizione dell'individuo privilegiato, del ricco padrone di
schiavi, padrone della propria e dell'altrui vita, della persona che non è costretta a
lavorare per sopravvivere, che non deve travagliare e può dunque sottrarsi alle fatiche
materiali necessarie al procacciamento del vitto e dell'alloggio, non ha bisogno di
stancarsi fisicamente perché c'è chi si affanna per lui, e può dunque godersi le bellezze,
il lusso e quanto di piacevole la vita può offrire.
L'otium, in altre parole, è il modus vivendi del padrone aristocratico, del patrizio
romano, del parassita sfruttatore del lavoro servile, che non fa nulla ed ha a sua
disposizione tutto il tempo per poterlo occupare nella "bella vita", ovvero in un'esistenza
amabile e gaudente per sé, quanto detestabile e dolorosa per i miseri che nulla posseggono,
neanche il proprio tempo, sprecato ed annullato per ingrassare e servire i propri simili!
Tutto ciò è vero, purtroppo...
È vero, infatti, che non tutti detengono il privilegio o la fortuna (che dir si voglia) di
avere molto tempo libero disponibile, da poter spendere in diverse e divertenti attività.
Rammento che la radice etimologica dei vocaboli "diverso" e "divertente", è la medesima:
entrambi derivano dal latino "di-vertere" che sta per "deviare", ovvero "variare".
Anzi, la grande maggioranza degli individui sulla Terra, ancora oggi, è costretta suo
malgrado a travagliare, a patire, insomma a lavorare per sopravvivere, chi cacciando e
vivendo primitivamente, chi coltivando la terra, chi sprecando otto, nove ore a sgobbare
in fabbrica, o ad annoiarsi in ufficio, chi occupandosi inutilmente di "affari", ossia di
faccende non gratificanti ma stressanti e frustranti, al solo scopo di lucrare e speculare.
Pertanto, è d'uopo comprendere che il tempo (quello vitale) degli individui, dell'esistenza
quotidiana di ciascuno di noi, rappresenta una risorsa di valore inestimabile, non solo e
non tanto sul piano economico-materiale, ovvero nel senso più venale e triviale del
termine.
Purtroppo, un altro luogo comune, assai vergognoso e detestabile, recita "il tempo è
denaro" ed è abitualmente pronunciato dai cosiddetti "uomini d'affari", i signori del
denaro e della finanza, i paperon de' paperoni, ovvero i parassiti e i nullafacenti della
società odierna, gli arrivisti e i carrieristi, gli approfittatori dell'altrui tempo,
dell'altrui denaro e dell'altrui ingenuità, gli sfruttatori del lavoro sociale e
dell'esistenza dei più miserabili e sventurati.
Invece, il vero valore del tempo esistenziale emerge da un punto di vista più propriamente
estetico-spirituale, che comprende la sfera del piacere, della bellezza, del godimento,
della cultura, dell'arte, dell'amore, dell'immaginazione, della felicità, cioè la
dimensione creativa, ludica e libidinosa della vita.
Il tempo, nella maggioranza delle esistenze individuali, viene sprecato e speso male, se
non malissimo, ovvero viene "ammazzato", svuotato di ogni senso proprio, sicché è la
propria vita ad essere abbruttita ed impoverita, e la persona umana si sente avvilita,
inutile, quasi disperata, priva di stimoli, di interessi, di entusiasmo, di voglia di
vivere.
Il concetto stesso di "tempo", nella fattispecie quello climatico, è frequentemente citato
quale insulso e comodo oggetto di conversazione, nel desolante vuoto dell'incomunicabilità
e dell'alienazione moderna, quando con sgomento si scopre di non sapere cosa dire, di quali
argomenti chiacchierare, con un interlocutore qualsiasi o con un compagno d'occasione, o
magari con una personalità oltremodo imbarazzante, la cui ingombrante presenza ci infonde
soggezione, oppure quando ci si sente mentalmente affaticati e non si è in grado di
elaborare idee originali o di sostenere valide argomentazioni, ovvero perché non si è molto
abili o educati all'arte della conversazione e della comunicazione.
Il "tempo atmosferico", come tema di dialogo e di confronto interpersonale, risulta perciò
una sorta di via di scampo o di "uscita di sicurezza" dall'imbarazzo, dalla stanchezza e
dal vuoto dell'incomunicabilità, dalla povertà intellettuale, ma in realtà conduce
all'abisso dell'ovvietà e della noia, allo squallore dell'ipocrisia, precipitando infine
nel baratro dell'angoscia e dell'ignoranza più becera.
Frasi trite e ritrite del tipo "che tempo fa oggi?" o "il tempo minaccia..." ecc., talvolta
sono spie inequivocabili che tradiscono la soggezione emotiva, la goffaggine e l'imbarazzo
personale, l'incapacità e l'ingombrante difficoltà di comunicare, il conformismo
esistenziale e culturale, oppure indicano un atteggiamento di astuzia, di falsità, di
"temporeggiamento" (paradossalmente, il "tempo", inteso come categoria atmosferica, è in
taluni casi adoperato quale espediente per "temporeggiare", vale a dire "prendere tempo",
così da poter pensare ad altro, in attesa che qualcosa accada), ovvero esprimono il
desiderio di indugiare oltre, l'ansia di "guadagnar tempo" (appunto), magari perché si
tenta di approfittare di qualcosa o di qualcuno. Da questo punto di vista, i luoghi comuni
e le convenzioni sul "tempo", inteso nella più comune accezione meteorologica, si sprecano
a dismisura, e quel concetto, sì tanto nobile e complesso, finisce per essere assurdamente
involgarito e banalizzato come in nessun altro caso, al solo fine di camuffare un pauroso
vuoto di idee, per dissimulare propositi malvagi, per mascherare, in modo maldestro,
emozioni, intenzioni, stati d'animo o quanto possa apparire indice di vulnerabilità.
Intorno al senso meteorologico-atmosferico del concetto di "tempo", si "addensano"
(tanto per usare una metafora in tema) "nuvole" di inanità linguistiche, vere e proprie
"tempeste" di frasi convenzionali, "uragani" di luoghi comuni.
Dietro il facile espediente del "tempo" quale argomento di conversazione fin troppo
scontato ed ordinario (esiste una sfilza di sinonimi altrettanto prevedibili, da sputare
sulla carta, a riguardo), sovente si annidano secondi fini o cattive intenzioni, oppure
motivi di timidezza, ingenuità, goffaggine, se non proprio un'ignoranza abissale, magari
anche un'indolenza mentale, un'abitudine al conformismo ed alla miseria intellettuale, una
carenza di idee proprie ed originali, uno stato di profonda immaturità culturale.
Si potrebbe ironicamente (o cinicamente) osservare che, in questi casi, il "tempo"
(vale a dire il "clima", quale banalissimo oggetto di conversazione) può
"annebbiare" la mente e "ottenebrare" lo spirito, nella misura in cui ci
si abitua sciaguratamente alla più deteriore condizione esistenziale, ossia alla pigrizia
intellettuale, che è l'esatto contrario dell'"otium" di cui si è già spiegato il
senso più vero e più nobile, che non è "sfaccendare" o "non fare nulla",
ossia non equivale a "sprecare il tempo", all'"oziare" nel senso borghese di
non esercitare "negotium", che è l'attività per accumulare denaro, intraprendere
imprese lucrose, siglare "affari d'oro", e via discorrendo in questa teoria
di lessico aziendalista e capitalista.
L'"otium" non è propriamente lo stato del "fannullone", quantunque si sia già
spiegato che esso rappresenta una condizione privilegiata, appartenente ad un'élite
aristocratico-classista che non deve fronteggiare le difficoltà quotidiane della
sopravvivenza materiale.
In un certo senso, l'"otium" (in quanto negazione del "negotium") è una
virtù, un talento, che presuppone molteplici e diverse qualità creative, anzitutto
l'abilità e la capacità di impiegare il proprio tempo libero realmente disponibile, per
migliorare e valorizzare progressivamente e costantemente la qualità della propria
esistenza, grazie ad una serie di impegni gratificanti quali la lettura di bei libri, la
visione di bei film, l'ascolto di buona musica, l'amore (in tutte le sue dimensioni,
compreso quello carnale), le buone amicizie, la buona gastronomia, le belle arti, il
godimento delle bellezze naturali e di ogni altra gioia o piacere che la vita è in grado
di offrirci, soltanto se lo volessimo, solamente se sapessimo organizzare il nostro tempo,
e se davvero ne avessimo la possibilità.
Il "tempo" nella storia della filosofia occidentale
Finora si è trattato, in maniera piuttosto generica, ironica e (forse) superficiale, del
concetto di "tempo", senza aver chiaramente determinato i suoi numerosi significati,
cioè cosa si definisce con tale vocabolo di carattere multisemantico e multiconcettuale.
In effetti, se ci addentrassimo nei meandri della filosofia, delle scienze, della
linguistica, della semiotica e di tutti quei rami disciplinari, o artistici, in cui la
categoria del "tempo" riveste un ruolo centrale, potremmo senz'altro rinvenire una
pluralità di significati e di concetti, ciascuno inerente in maniera specifica ad un dato
settore.
Ad esempio, nel campo della musica l'accezione di "tempo" è alla base del ritmo e
della melodia e si definisce, appunto, come "tempo musicale", la cui spiegazione più
propriamente tecnica non è tra le mie personali competenze.
Così nella poesia, laddove (come nella musica) ci sono tempi da osservare e scandire, in
quanto sono parte di una metrica, cioè dell'arte di comporre in versi (dall'etimologia
greca "metros" che sta per misura), più esattamente di una tecnica di misurazione
del "tempo" e del ritmo musicale in forma di poesia, avvalendosi di unità di misurazione
quali le sillabe, il numero dei versi, e via discorrendo.
Non è un caso che in origine, nell'antica Grecia, la poesia fosse cantata.
Infatti, i versi dei celeberrimi poemi omerici dell'Iliade e dell'Odissea, erano cantati e
si tramandavano oralmente di generazione in generazione, attraverso appunto il veicolo del
canto e della melodia musicale.
Molto probabilmente, questa è una delle principali ragioni per cui la poesia contemporanea
ha smarrito il suo valore e il suo fascino, ed è stata soppiantata dalla canzone d'autore
e dalla musica leggera in genere, per cui un Battisti, un Dalla, un De Gregori, un Guccini,
un De Andéè, sono più famosi di un Montale, di un Ungaretti, di un Saba, di un Campana, di
un Pasolini.
Volendo compiere un'opera di sintesi, cioè di collegamenti logici, è possibile
distinguere, nell'ambito storico-filosofico occidentale, tre fondamentali scuole di
pensiero, relativamente al significato o, per meglio dire, ai significati del termine
onnicomprensivo di "tempo".
Il "tempo oggettivo"
Il primo filone è quello che concepisce il "tempo" come ordine misurabile del "divenire",
ovvero del movimento storico-cronologico, del fluire dei giorni e delle notti, delle
stagioni, degli anni, dei secoli, e così via.
A tale concezione si legano le seguenti idee.
Nell'antichità:
Eraclito di Efeso
La visione ciclica del mondo e dell'esistenza umana, compresa la teoria di Eraclito del
"panta rei" ("tutto scorre"), dell'inarrestabile e perpetua trasformazione di tutte
le cose, per cui nulla è "sacro", immortale o eternamente immutabile, neanche Dio!
La "metempsicosi"
L'idea della "metempsicosi", cioè dell'eternità e dell'immortalità dell'anima
attraverso la "reincarnazione" in altre forme o gradi di esistenza, che si possono
ritenere superiori o inferiori, in virtù di meriti o demeriti, di valori o di colpe, vale a
dire in forza del bene e del male che si è compiuto in un'ipotetica e presunta vita
precedente, per cui se si "retrocede" ad uno stadio inferiore vuol dire che la propria
condotta in vita, da essere umano, è stata caratterizzata da malefatte, mentre la
successiva trasmigrazione dell'anima in una forma di vita migliore, è il risultato di
un'azione e di un comportamento all'insegna dell'onestà, della bontà e della virtù in
genere.
Tale dottrina, di origine orientale, è molto antica ed è presente nell'orfismo, nel
pitagorismo e nel platonismo; essa è sopravvissuta sino ai giorni nostri, perpetuandosi
nelle millenarie tradizioni religiose dell'induismo e del buddhismo.
A riguardo, va sottolineata una singolare e paradossale coincidenza rispetto ad una seppur
vaga affinità concettuale globale, sul versante della percezione del "tempo" come
nozione di un "divenire" ciclico infinito ed inesauribile, tra due delle più
irriducibili e antitetiche visioni del mondo e dell'esistenza, da un lato la teoria
ateo-materialistica del filosofo di Efeso, dall'altro una delle dottrine di maggiore
ispirazione mistico-spirituale in senso assoluto che la storia del pensiero umano abbia
mai conosciuto.
Nell'età moderna:
Galilei (1564-1642) e Newton (1642-1727)
La concezione scientifico-naturalistica del "tempo", determinata in modo particolare
dalle intuizioni rivoluzionarie di Galileo Galilei e di Isaac Newton, i quali distinsero
opportunamente tra il "tempo assoluto", cioè oggettivo, esteriore, reale, fisico, che è
scientificamente misurabile attraverso appositi strumenti di calcolo - quali, ad esempio,
un pendolo, una clessidra, un orologio, un calendario ecc. -, e il "tempo relativo", che è
invece soggettivo, interiore, non suscettibile d'essere oggettivato, ossia non può essere
misurato e calcolato mediante congegni meccanici o criteri scientifici rigorosi, di
precisione matematica.
Kant (1724-1804)
Alla fisica sperimentale di derivazione galileiana e/o newtoniana, dominante nel corso di
tutta l'epoca moderna, si contrappose fermamente - e, oserei dire, coraggiosamente - il
maestoso genio tedesco di Immanuel Kant, la cui posizione, indubbiamente originale e
innovativa, fu successivamente ripresa e rilanciata da un altro illustre, sottile ed
ingegnoso spirito tedesco, Albert Einstein, la cui eminente opera scientifica è tuttora un
cardine fondamentale della fisica e, se vogliamo, della conoscenza universale
contemporanea.
Alla riduzione meccanicistico-materialistica del "tempo", operata dalla filosofia e
dalla scienza moderna (cioè pre-kantiana), il celebre pensatore di Könisberg, impegnato nel
superbo sforzo di rifondare la metafisica classica su basi matematico-scientifico
rivoluzionarie - quanto rigorose -, enunciò la tesi che riduceva l'"ordine di
successione temporale" (in una parola sola, il "tempo") ad un "ordine di
causalità" (ossia lo "spazio"), costituendo entrambi le principali categorie
dell'intelletto umano, intese quali "forme a priori" della conoscenza fenomenica,
nella misura in cui sono assolutamente necessarie all'esperienza e allo studio della realtà
sensibile. Al contrario, secondo la metafisica aristotelica quelle categorie costituivano
proprietà del mondo reale, fisico e naturale.
La concezione kantiana ha subìto certamente alcune scosse profonde ad opera dei successivi
progressi scientifici e filosofici, in modo particolare da parte dello sviluppo delle
geometrie non euclidee e della "teoria della relatività".
Per Kant il "tempo", la sua successione reale, oggettiva, storica, è "il criterio
empirico unico dell'effetto in rapporto alla causalità della causa" [da Critica della
Ragion pura].
Einstein (1879-1955)
Albert Einstein ha in qualche maniera riproposto, ai giorni nostri, l'intuizione kantiana
(quantunque essa sia stata messa in crisi, come già si è accennato, proprio dallo stesso
padre della teoria della "relatività generale"), per contrapporla nuovamente alla meccanica
e alla fisica tradizionale di ispirazione galileiana e newtoniana, enunciando la
"relatività" della misurazione temporale, vale a dire la "relatività" del
"tempo oggettivo", quantificabile e misurabile in chiave matematico-scientifica,
senza però intaccare, rinnovare o mutare alla radice, il concetto classico e tradizionale
del "tempo" in quanto "ordine di successione", bensì negando semplicemente (!)
che tale ordine di successione fosse unico ed assoluto.
In altri termini, Einstein ha negato l'esistenza di un sistema di riferimento privilegiato
per la misurazione della durata temporale e delle lunghezze in genere, nella misura in cui
esistono infiniti punti (o spazi) del Cosmo, dove la scansione del tempo reale ed
oggettivo (in quanto esterno alla personale percezione e conoscenza interiore, propria del
soggetto che conosce, cioè l'individuo umano) può, in linea teorico-virtuale, essere
valutata, calcolata, misurata e definita in termini matematici totalmente diversi e
distanti (in maniera "stellare", appunto) dalla realtà spazio-temporale terrestre.
Così, tanto per citare un esempio chiarificatore, ciò che per noi, ovvero per il nostro
sistema privilegiato - o convenzionale - di riferimento e di misurazione, rappresenta un
"anno solare" (astronomicamente inteso come il "tempo" che il pianeta Terra
impiega per compiere esattamente la sua orbita di "rivoluzione" attorno al Sole),
può corrispondere ad un "minuto secondo" del nostro sistema di misurazione
temporale, in un angolo assai remoto dell'Universo, oppure ad un'"ora" in un altro
punto (o spazio) cosmico, in virtù di una stretta relazione di interdipendenza
spazio-temporale che fu Kant ad intuire chiaramente, pur espondendola e formulandola in
sede teoretico-metafisica e non propriamente scientifica.
Einstein, sviluppando l'intuizione filosofica kantiana, tradotta in un ambito più
prettamente scientifico, ha ipotizzato che il rapporto tra le tre dimensioni dello spazio
e quella del tempo dipenda principalmente dai confini della velocità della luce,
a loro volta condizionati dalla presenza di campi gravitazionali.
Reichenbach (1891-1953)
Successivamente, Hans Reichenbach ha riscoperto e rivalutato la tesi kantiana nei riguardi
della fisica della "relatività" einsteniana, riaffermando l'identità di "tempo" e
"causalità", ovvero ribadendo e rilanciando l'ipotesi secondo cui la successione
temporale sarebbe da correlarsi all'ordine di successione tra la causa e l'effetto,
per cui "il tempo è l'ordine delle catene causali: questo è il principale risultato
della scoperte di Einstein (...) L'ordine del tempo, l'ordine del prima e del dopo, è
riducibile all'ordine causale (...) L'inversione dell'ordine temporale per certi eventi,
che è un risultato che deriva dalla relatività della simultaneità, è solo una conseguenza
di questo fatto fondamentale. Dal momento che la velocità della trasmissione esistono
eventi tali che nessuno di essi può essere la causa o l'effetto dell'altro. Per eventi
siffatti l'ordine del tempo - cioè del prima e del dopo, non può essere definito e ognuno
di essi può essere detto posteriore o anteriore all'altro" [da Albert Einstein:
Philosopher-Scientist, di Hans Reichenbach, 1949).
Pertanto, la tesi Kantiana della riduzione del "tempo" alla categoria della
"causalità" può essere intesa come la più alta proposizione filosofica avanzata
nell'ambito della più generale cognizione della "tempo" quale "ordine di
successione" e "misurazione" del movimento storico del "divenire",
empiricamente scandito e percepito in base al susseguirsi del giorno e della notte, delle
stagioni, e quindi in base al ciclo vitale del mondo che sembra rinnovarsi in eterno,
quantunque si tratti (come ampiamente mostrato) di una visione oltremodo ingenua, arcaica,
superficiale, pre-scientifica, semplicistica, empirico-sensibile, oramai superata dalle
teorie moderne di Newton, Galilei, Kant e dalle affermazioni più recenti e contemporanee
di Einstein e Reichenbach, che pure riprendevano e riproponevano, sviluppandole alle
estreme conseguenze l'intuizione kantiana dell'interdipendenza e dell'identità tra
"tempo" e "causalità" - ossia tra tempo e spazio -, secondo
una concezione relativistica del "tempo misurabile", ovvero del "tempo
oggettivo", che appartiene alla sfera esteriore e non interiore.
Il "tempo soggettivo"
La seconda, importante corrente storico-filosofica, è quella che definisce il "tempo"
quale "movimento intuito".
A tale concezione si ricollega la nozione di "coscienza" e quindi di "soggettività",
con cui il "tempo" viene identificato. In questo filone di pensiero, un importante punto
di partenza lo si ritrova in Sant'Agostino il quale, muovendosi nella fattispecie
particolare della teologia medievale, fu il primo a postulare chiaramente in ambito
teoretico-metafisico la categoria del "soggetto", aprendo in qualche misura le porte
all'avvento successivo dell'Umanesimo rinascimentale e alla riscoperta dei valori, dei
diritti e delle libertà della persona umana.
Hegel (1770-1831)
Hegel considera il "tempo" come "divenire intuito", cioè come intuizione del
movimento.
In particolare "il tempo è il principio medesimo dell'Io = Io, della pura autocoscienza;
ma è quel principio o il semplice concetto ancora nella sua completa esteriorità ed
astrazione" [da Encyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse, 1827].
Hegel dunque, non identifica il "tempo" con la "coscienza", bensì con
qualche aspetto parziale o astratto della coscienza medesima.
Bergson (1859-1941)
Un altro grande pensatore più contemporaneo, il francese Henry Bergson, si è fermamente
opposto alla visione scientifica del "tempo", definendo il "tempo" della
scienza come un tempo "spazializzato" e che perciò non possiede alcun carattere che
la coscienza riconosce in quanto proprio del "tempo". Esso infatti, viene
rappresentato come una successione lineare, "una linea" (la "linea del tempo"),
ma "la linea è immobile, mentre il tempo è mobilità. La linea è già fatta mentre il tempo
è ciò che si fa, anzi è ciò per cui ogni cosa si fa" [da La pensée et la mouvant, 1934].
Husserl (1859-1938)
Non molto diversa è la concezione che il filosofo tedesco, Edmund Husserl, ha del "tempo
fenomenologico": "Ogni effettiva esperienza vissuta è necessariamente qualcosa che
dura; e con questa durata si inserisce in un infinito continuo di durate, in un continuo
pieno. Essa ha necessariamente un orizzonte temporale attualmente infinito da ogni parte.
Il che significa che appartiene ad un'infinita corrente di esperienze vissute. Ogni singola
esperienza vissuta, come può cominciare così può finire e chiudere la sua durata, come fa,
per esempio, l'esperienza di una gioia. Ma la corrente delle esperienze non può né
cominciare né finire" [da Ideem zu einer reiner Phänomenologie und phänomenologischen
Philosophie, 1950).
Come la "durata" bergsoniana, la "corrente dell'esperienza" conserva tutto
ed è una specie di "eterno presente".
"Essere e tempo"
Heidegger (1889-1976)
Infine, la terza scuola di pensiero incentrata sul tema del "tempo", è quella
ispirata dall'esistenzialismo.
Essa concepisce il "tempo" come "struttura delle possibilità".
Tale visione offre alcune significative innovazioni concettuali nell'analisi dell'idea del
"tempo", ed è illustrata da Martin Heidegger nella monumentale opera intitolata Essere
e tempo del 1927, che già nel titolo annuncia l'identità tra i due termini.
Mentre le due precedenti concezioni si fondano sul primato del "presente", la teoria
esistenzialista di Heidegger riconosce invece il primato dell'"avvenire"
nell'interpretazione del "tempo" in termini di "possibilità" o di
"progettazione".
Tale analisi, sicuramente innovativa ed originale, contiene e presuppone un serio e
gravoso impegno sul versante metafisico, nella misura in cui il "tempo" viene concepito
e rappresentato come una sorta di "circolo" (o "movimento circolare) in base al quale
ciò che si prospetta in avvenire, in quanto possibilità e/o progettualità, è già stato,
e a sua volta ciò che è già accaduto in passato è ciò che si prospetta in futuro: in tal
modo, il "cerchio" si chiude e ricomincia, rinnovandosi e perpetuandosi nell'eternità.
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