Introduzione a "Incontro a Tursi"
di Emerico Giachery *



A volte un itinerario indiretto e tortuoso, un approccio per via d'allusione o di analogia, ci immette inopinatamente nel vivo di un'esperienza. Un clic, per esempio, nei circuiti sotterranei della memoria associativa, ed eccomi trasportato e come immerso nel battito della poesia pierriana, dalle appena ascoltate melodie rumene improvvisate dal prodigioso Gheorghe Zamfir. [1]
      Una solidarietà non immotivata - a ben guardare - ravvicinava espressioni così lontane. Non era arbitrio della memoria lo sconfinare da quelle pensose solitudini pastorali (non immuni, suppongo, da richiami modali della melurgia bizantina) nella geosfera mediterranea e lucana di Pierro. Comune, anzitutto, ai due tanto diversi artisti il dono di filtrare in modulazioni di limpida monodia un'implicita coralità dalle folte radici. Affine, in certo senso, lo strumento. Il flauto di Pan suonato da Zamfir, flauto da notturno pastore errante nell'Asia, nostalgica siringa di lontananze d'Arcadia, così poco familiare all'ascoltatore occidentale e tuttavia come latente in ognuno, è stranamente fraterno, per immediatezza duttilità suggestione arcana, allo strumento espressivo di Pierro, specie dell'ultimo Pierro. Davvero nei calami dell'uno come nelle concertazioni verbali dell'altro il soffio umano sa farsi a momenti - quasi a verifica d'etimo - anima.
      Altre solidarietà riposte cercavo - preso ormai al gioco tentatore delle analogie - tra gli appigli terrestri della poesia pierriana e le alture sulle quali andavo riassaporando il senso di quella poesia. Cercavo la scintilla di una sintonia incarnata nei luoghi. Interrogavo quegli orizzonti: pascoli rigogliosi che il tocco estivo di Pan sfiorava appena, limiti di monti, estrose invenzioni di luci dallo specchio lemanico. Tursi rimaneva troppo lontana dalle così diverse pendici in cui ne cercavo un'eco, un aroma. Tursi a me non conosciuta ancora se non per mito di poesia, ma immaginata preda a violenze di spazio e di luce, terra del numinoso e di antichi gridi raggelati in "silenzio di preistoria". Rimaneva remota, benché in qualche vallata più tetra del Giura ancora si operino sortilegi e si consultino libri di magia, benché tutti i villaggi un po' si assomiglino, e il profumo struggente dei villaggi a sera evocasse il poeta che ad ogni lettore dona il perduto e sempre poi cercato villaggio, fondo villaggio interiore. (Per non rischiare restando apolidi l'estingueri "della passione e dell'umano", testimonia Ernesto De Martino, "occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l'immagine e il cuore tornano sempre di nuovo".)
      Anziché interrogare orizzonte, avrei dovuto ascoltare il vento che assaliva impetuoso le rupi giurassiche, scuotendo ogni certezza di radici. Proprio il vento avrebbe potuto aprirmi una via verso la contrada poetica in cui spazia sovrano, tra crepacci e precipizi.
      Ogni lettore di Pierro ha familiare la presenza del vento e se ne sarà chiesta la ragione e avrà formulata una propria risposta. Più semplice, forse, sintonizzarsi con la sollecitazione simbolica dei precipizi: bocche digrignate in vuoto di gridi e di sete non saziata. Ma il vento! Se ogni simbolo è polivalente, figurarsi l'aereo inafferrabile vento, tutto mutevolezza. Chi intenda consultare lo sciamano dell'immaginazione degli elementi, Gaston Bachelard (le cui scelte, per concretezza di terragna origine contadina, sono assai meno gratuite che non appaia), non ne riceve stavolta gran lume d'oracoli; a parte però un non inutile invito a riflettere sul fatto che l'elemento aereo nutre immagini di movimento ("avec l'air le mouvement prime la substance") - anzi, l'immaginazione stessa del movimento - e di gridi, e in genere di sensazioni uditive e vocali. Ai gridi (s'è intravisto) possono collegarsi immagini di abissi e inghiottitoi: per Hugo "les antres sont des cris". Quanto al movimento, tutta l'esperienza espressiva di Pierro ne è intimaente animata. A confusione e sfida dei critici (che per economia di mestiere propendono a semplificazioni paradigmatiche anche visose), il movimento di ritmi metri immagini, immagini soprattutto, è spesso in Pierro inarrestabile. Non per barocca opulenza, ma per una sorta di perenne germinatività, simile a fresca forza di natura (non scrive Cesare Vico Lodovici, seppure in diverso contesto, che "Pierro è libera natura"?). Volendo arrischiare una sintesi, a comun denominatore di germinatività potrebbero ricondursi i poli stilistici dell'ampio (che è in qualche modo il "ritmico") e del melico (che tende al sottovoce).
      Se qualche grumo di costanza può scorgersi entro la fluida multivalenza simbolica del vento, dell'elemento aereo, si può farlo coagulare anzitutto intorno al carattere "improvviso": il suo risveglio nelle notti è simile a quello di un bimbo, secondo suona la significaiva immagine rilkiana affine per atmosfera a Stanotte, dalla raccolta 'A terra d'u ricorde. Flat ubi vult. Ha affinità col destino, e non solo nella celebre similitudine-chiave del goethiano Canto degli spiriti. Irriducibile adolescente, sfugge fiore dopo fiore (è Ariele a confessarlo), è sempre proteso a un oltre, perché tutte le immagini portano scritto: "più in là". Intemporale nella sua essenza, come il fondo di perenne preistoria che è in noi. A volte (nota Manacorda) messaggero di morte. Magico per eccellenza, incantatore ("segue" e "incanta" l'amorosa beduina ungarettiana), orfico ("Le vent se lève!"). Brivido mistico di un vibrante animismo (si veda, in questo libro, Il ritorno). Pneuma sbocciante in uno spazio che è già metafisico: "Il dolce vento / il vento che si fa luce" (è il soave avvio di Il vento è mutato della raccolta Il paese sincero); "il vento introduce l'eternità" (in Presentimento dallo stesso opuscolo). Si identifica persino con lo stesso poeta: "ma ero il vento che ha sbagliato strada" (così si conclude , nel volumetto significativamente intitolato Il transito del vento).
      Con codesto irrequieto elemento aereo ha qualche affinità la fenomenologia della terra pierriana. Terraferma solo per tenaci ossessioni di nostalgia; in realtà tutt'altro che ferma, tutt'altro che supporto al transito di spavaldi Antei. Terra di burroni, s'è visto, perciò di carenze e di frane, non di stabilità. Friabile, insidiosa, precaria, butterata di gridi, tanto più spesso sudario di patimento e di morte che non coltre a sementi in crescita. Tragica assai più che consolatrice.

      Questo inoltrarsi a sghimbescio, col favore di innocue stegonerie analogiche, può lasciar travedere qualche spiegabile difficoltà nel dare avvio al discorso su un libro di genere così particolare e composito, su questo congregarsi e conglobarsi di testi tutto sommato alquanto disparati e tuttavia interdipendenti, che solo approssimativamente può definirisi antologia, mancando il deliberato intervento selettivo di un antologista. Libro convegno di più voci, agglomerato nel senso non negativo di formazione quasi autonoma e, se non proprio del tutto spontanea, neppure frutto di precise opzioni. Il tracciato di tali scelte è per necessità discontinuo, complesso, si esprime attraverso una testura di filtri e diaframmi e in una serie di atti successivi e in parte irrelati. Alla diacronia in re, ovvia per ogni crestomazia che trascelga attraverso più opere, si sovrppone qui una diacronia ante rem: le indicazioni di scelta (più esatto forse dire indicazioni anziché atti di scelta) sono legate all'occasione, scaglionate nel tempo, spaziate da lunghe soste e da mediazioni. Il che, alla fine, può conferire una dimensione imprevista, una singolarità che susciti stimolo. Stimolo a ripercorrere scorgendo articolazioni. A sfumare eventuali formule univoche, annidate di solito più in opinioni distese e diluite nel tempo. Si ripropongono voci meno centrali, come ad esempio spunti romani e cittadini sottolineati da Mario dell'Arco, esperienze metriche e strutture meno decisive, che può essere opportuno prendere in considerazione (anche se parranno con ragione meno prossime al vitale rombo e mistero delle scaturigini) per rendersi immuni da schematismi.

[1] Gheorghe Zamfir è un musicista rumeno che, suggestivamente vestito come un pastore della sua terra, esegue al flauto di Pan, talvolta accompagnato da elementari accordi di piano, delicatissime e malinconiche melodie ispirate ai canti tradizionali del suo popolo (detti "doine"). L'autore ebbe occasione di assistere ad un concerto svoltosi in una chiesa di Ginevra, qualche mese prima dell'"incontro a Tursi". Da quell'esperienza inattesa ed inusuale sorsero le impressioni da cui prende avvio il presente saggio.

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