I veci che 'speta la morte
di
Virgilio Giotti

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giotti


        I veci che 'speta la morte.

           I la 'speta sentai su le porte
        de le cesete svode d'i paesi;
        davanti, sui mureti,
5      co' fra i labri la pipa.
        E par ch'i vardi el fumo,
        par ch'i fissi el ziel bianco inuvolado
        col sol che va e che vien,
        ch'i vardi in giro le campagne e, sotto,
10    i copi e le stradete del paese.
        Le pipe se ghe studa;
        ma lori istesso i le tien 'vanti in boca.
        Pipe,
        che le xe squasi de butarle via,
15    meze rote, brusade,
        che le ciama altre nove:
        ma za
        le bastarà.
           Se senti el fabro del paese bàter,
20    in ostaria ch'i ciàcola,
        un contadin che zapa là vizin,
        e el rugna
        e el se canta qualcossa fra de sé
        ch'el sa lu' solo;
25    e po' ogni tanto un sparo,
        in quel bianchiz smorto de tuto,
        un tiro solo, forte.

           I veci che 'speta la morte.

           I la speta sentai ne le corte,
30    de fora de le case, in strada,
        sentai su 'na carega bassa,
        co' le man sui zenoci.
        I fiori che zoga 'ntorno.
        I zoga coi careti,
35    i zoga còrerse drio,
        i ziga, i urla
        che no' i ghe ne pol più:
        e quei più pici i ghe vien fina 'dosso,
        tra le gambe;
40    i li sburta,
        i ghe sburta la sedia,
        i ghe porta la tera e i sassi
        fin sui zenoci e su le man.
           Passa la gente,
45    passa i cari de corsa con un strèpito,
        pieni, stivai de òmini e de muli
        che torna de lavor:
        e tra de lori ghe xe un per de fie
        mate bacanone,
50    che in mezo a quei scassoni
        le ridi e ridi;
        e le ga el rosso del tramonto in fronte.

           I veci che 'speta la morte.

           I la 'speta a marina sui muci
55    tondi de corde;
        ne le ombre d' i casoti,
        cuciai par tera,
        in tre, in quattro insieme.
        Ma ziti.
60    I se regala qualche cica
        vanzada d' i zigàri de la festa,
        o ciolta su, pian pian, par tera,
        con un dolor de schena:
        i se regala un fulminante
65    dovù zercar tre ore,
        con quele man che trema,
        pai scarselini del gilè.
        A qualchidun ghe vigniria, sì,
        de parlare qualche volta;
70    ma quel che ge vien su,
        che lu' el volaria dir,
        lo sa anca l'altro,
        lo sa anca staltro e staltro.
           Nel porto, in fondo, xe 'na confusion,
75    un sussuro lontan,
        forte che se lo senti istesso.
        I vaporeti parti
        e riva drïo man.
        I ciapa el largo, i va via pieni neri;
80    i riva driti, i se gira, i se 'costa,
        i sbarca in tera
        muci de gente
        che se disperdi sùbito.
        Resta solo el careto de naranze,
85    un per de muli
        che i se remena tuto el dopopranzo
        l' 'torno,
        e el scricolar sul sol del ponte.

           I veci che 'speta la morte.

90       I la 'speta sentai su le porte
        dei boteghini scuri in zitavècia;
        nei pìcoli cafè, sentai de fora,
        co' davanti do soldi
        de àqua col mistrà;
95    e i legi el foglio le ore co' le ore.
        In strada,
        ch'el sol la tàia in due,
        ghe xe un va e vien contìnuo,
        un mòverse, nel sol ne l'ombra,
100 de musi, de colori.
        I legi el foglio:
        ma tte robe xe
        che ghe interessa poco;
        ma come mi i lo legi,
105 quando che 'speto su 'na cantonada
        la mia putela,
        che tiro fora el foglio
        par far qualcossa,
        ma che lèger, credo de lèger,
110 ma go el pensier invezi a tuto altro;
        e un caminar, 'na vose,
        che me par de sintir,
        me fermo e 'scolto.

        [Da Piccolo canzoniere in dialetto]

TRADUZIONE
I vecchi che aspettano la morte. || L'aspettano seduti sulle porte / delle chiesette vuote dei paesi; | davanti, sui muretti, | con la pipa fra le labbra. | E pare che guardino il fumo, | par che fissino il cielo bianco annuvolato | col sole che va e che viene, | che guardino in giro le campagne e, sotto, | i tetti e le stradette del paese. | Le pipe gli si spengono; | ma loro le tengono lo stesso davanti, in bocca. | Pipe, | che sono quasi da buttar via, | mezze rotte, bruciate, | che ne esigono altre nuove: | ma già, | basteranno. | Si sente il fabbro del paese battere, | gente che chiacchiera in osteria, | un contadino che zappa là vicino, | e borbotta | e si canta qualcosa fra sé | che lui solo sa; | e poi ogni tanto uno sparo, | in quello smorto bianchiccio di tutto, | un tiro solo, forte. || I vecchi che aspettano la morte. || L'aspettano seduti nelle corti, | fuori delle case, in strada, | seduti su una seggiola bassa, | con le mani sui ginocchi. | I ragazzi gli giocano intorno. | Giocano coi carretti, | giocano a corrersi dietro, | gridano, urlano | che non ne possono più: | e i più piccoli gli vengono fino addosso, | tra le gambe; | li spingono, | gli urtano la sedia, | gli portano la terra e i sassi | fin sui ginocchi e sulle mani. | Passa la gente, | passano i carri di corsa con un baccano, | pieni, stivati di uomini e ragazzi | che tornano dal lavoro: | e tra loro c'è un paio di ragazze | matte fracassone, | che in mezzo a quegli scossoni | ridono e ridono; | e hanno il rosso del tramonto in fronte. || I vecchi che aspettano la morte. || L'aspettano in riva al mare su mucchi | tondi di corde; | all'ombra dei capanni, | accovacciati per terra, | in tre, in quattro assieme. | Ma zitti. | Si regalano qualche cicca | avanzata dai sigari della festa, | o presa su, piano piano, per terra, | con un dolore di schiena: | si regalano un fiammifero | che hanno dovuto cercare per tre ore, | con quelle mani che tremano, | per i taschini del gilè. | A qualcuno verrebbe, sì, | di parlare qualche volta; | ma quello che gli vien su, | che vorrebbe dire, | lo sa anche l'altro, | lo sa anche quest'altro e quest'altro ancora. | Nel porto, in fondo, è una confuzione, | un rumore lontano, | ma forte che lo si sente ugualmente. | I vaporetti partono | e arrivano uno dietro l'altro. | Pigliano il largo, vanno via pieni, neri; | arrivano dritti, si girano, si accostano, | sbarcano a terra | mucchi di gente | che si disperde subito. | Restano solo il carretto di arance, |un paio di ragazzi | che si agitano tutto il pomeriggio, | là intorno, |e lo scricchiolare del ponte nel sole. || I vecchi che aspettano la morte. || L'aspettano seduti sulle porte | delle bottegucce scure in città vecchia; | nei piccoli caffè, seduti di fuori, | con davanti due soldi | di acqua con l'anice; | e leggono il giornale ore dopo ore. | In strada, | che il sole la taglia in due, | c'è un va e vieni continuo, | un muoversi, nel sole nell'ombra, | di facce, di colori. | Leggono il giornale: | ma sono tutte cose | che gli interessano poco; | ma come lo leggono, | quando aspetto a un angolo | la mia bambina, | che tiro fuori il giornale | per fare qualcosa, | ma che leggere, credo di leggere, | ma invece ho la testa a tutt'altro; | e un passo, una voce, | che mi par di sentire, | mi fermo e ascolto.



Anche se un po' ridondante nell'esemplificazione, questa è senza dubbio una delle liriche più intense e toccanti di Giotti.
Vi vengono rappresentati gruppi di vecchi, colti in diversi momenti e in diversi ambienti, ma accomunati dall'identico destino che li attende: quello della morte ormai imminente.
Il senso di malinconia che trasuda fin dai primissimi versi viene acuito dalla esuberanza e spensieratezza di bambini e ragazzi, che gridano e giocano icuranti dei vecchi e in differenti a quello che pure sarà, prima o poi, il loro destino. Solo il giovane poeta, nell'ultimo "quadretto" della lirica, sembra avvertire un legame con quei vecchi: anche lui, infatti, legge (o meglio finge di leggere) il giornale, così, "par far qualcossa", mentre aspetta la sua ragazza. Anch'egli, dunque, è in attesa, ma immerso in altri pensieri: che forse, inconsciamente (o meglio, simbolicamente), rimandano alla stessa attesa dei "veci"...


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