La xe in leto, nel scuro, svea un poco;
e la senti el respiro del marì
che queto dormi, vècio anca lui 'desso.
E la pensa: xe bel sintirse arente
5 'sto respiro de lui, sintir nel scuro
che'el xe là, no èsser soli ne la vita.
La pensa: el scuro fa paura; forsi
parché morir xe andar 'n un grando scuro.
'Sto qua la pensa; e la scolta quel quieto
10 respiro ancora, e no' la ga paura
nò del scuro, nò de la vita, gnanca
no del morir, quel che a tuti ghe 'riva.
 [Da Versi]
TRADUZIONE
È in letto, nel buio, un poco sveglia;
| e sente il respiro del marito | che dorme quieto, vecchio anche lui adesso. | E pensa: è bello
sentirsi accanto | questo respiro di lui, sentir nel buio | che lui è la, non esser soli
nella vita. | Pensa: il buio fa paura; forse | perché morire è andare in un grande buio.
| Questo pensa; e ascolta quel quieto | respiro ancora, e non ha paura | del buio, né della
vita; neppure | della morte, quella che arriva a tutti.
In questa poesia delicatissima, la moglie ormai anziana del poeta (viene infatti spontaneo
pensare ad un testo autobiografico), nel buio della stanza, accanto al marito che dorme,
sembra regredire alle paure e al bisogno di protezione della primissima infanzia.
E così, come nota finemente Elio Gioanola, "il compagno di tutta la vita ridiventa la figura
parentale che ci ha difesi nel tempo della totale dipendenza dai genitori. Così ridiventa
sopportabile la vecchiaia e la malattia perché ci si sente difesi dalle paure originarie,
e da quella paura del buio che è la prima forma della paura della morte: e il poeta, che
funge da protettore, diventa anche lui protetto identificandosi nella persona della moglie".