Il passaggio al dialetto e 'A terra d'u ricorde



Nella sua attenta premessa all'edizione originale di Metaponto (Il nuovo Cracas, Roma 1960), Fernando Figurelli affronta il tema del bilinguismo in generale e di Pierro in particolare. Il bilinguismo sarebbe per lui da riportare "all'esigenza, propria della creazione artistica, di trovare il linguaggio più aderente all'ispirazione". Quanto a Pierro, sempre secondo il critico, si può parlare di bilinguismo "soltanto in senso diacronico, cioè non di coesistente e avvicendato uso di lingua e dialetto, bensì di passaggio o conversione dalla prima al secondo" (43).
      Se ci chiediamo quali sono le ragioni che hanno indotto Pierro ad usare, in luogo della lingua, l'arcaico e sconosciuto dialetto di Tursi quale strumento di espressione poetica, dobbiamo subito avvertire che a questo riguardo non c'è accordo fra i commentatori. Il nocciolo della questione verte sostanzialmente sul ruolo determinante o menosvolto dal contenuto della poesia di Pierro in tale passaggio. Così, per non fare che due esempi catalizzatori, mentre Umberto Bosco esclude che il dialetto sia stato imposto dal contenuto e sostiene invece che il suo impiego sia dovuto a una ricerca di essenzialità e concretezza da parte del poeta, identificando questo processo operativo in un'esigenza che per lui è di tutta la lirica contemporanea, Carlo Salinari fa risalire la necessità sentita da Pierro di passare improvvisamente dalla lingua al dialetto proprio alla materia della sua poesia, che il critico esemplifica nella memoria dell'infanzia, del villaggio e delle figure ad esso legate (44). In realtà queste due posizioni sono coincidenti, nel senso che, al di là della lettera, esprimono l'idea che Pierro non sia giunto al dialetto per una scelta sofferta o arbitraria, stilistica o ideologica, ma per un'intima necessità: quella di dare un'espressione adeguata (in termini di essenzialità qualitativa e aderenza formale) ai contenuti della sua poesia, o meglio allo svolgimento di quei contenuti. Non sarà, infatti, un semplice dato esterno, ma avrà invece una ragione profonda il fatto che il mondo e lo sfondo della poesia italiana di Pierro non mutino affatto nella sua poesia tursitana; e che addirittura certe vicende, situazioni e figure si trasferiscano consapevolmente dall'una all'altra. Sulla base di questa "cristallizzazione dei contenuti" (45) Pierro procede nel suo tentativo di dare voce sincera ad una realtà che certo non è mai stata falsa o superficiale nelle sue ansie, ma che sempre si arrestava alle soglie di una verità "immediata", soggetta com'era a remore stilistiche, filtri linguistici e preoccupazioni letterarie che impedivano un avvicinamento concreto della parola all'oggetto. Tale coincidenza si verifica invece senza ricercatezza col nuovo straordinario mezzo espressivo impiegato da Pierro. Ma impiegato (occorre precisare) non solo nei riguardi del succinto mondo indicato da Salinari, bensì anche nei confronti di temi universali come l'amore e la morte, per loro conto perfettamente cantabili, e diatti da sempre cantati, in lingua. Anche questi temi, nella insolita cromaticità e atipica sonorità del dialetto tursitano, assumono un senso particolare, originario, lontano da ogni leziosità e manierismo. Dentro al nuovo linguaggio, anche i sentimenti più antichi, le più radicate certezze o emozioni dell'uomo, assumono il carattere di cose prime, di cose intese per la prima volta ad un livello di essenzialità e semplicità estreme, senza implicazioni metafisiche o pseudoprofonde. Resta soltanto da rimpiangere il fatto che, sul piano della stretta comunicabilità, com'è stato opportunamente osservato, "l'usodi un dialetto da pochissimi conosciutoche, pur nella sua meridionalità, si distingue dagli altri dello stesso ceppo, crea senz'altro difficoltà enormi per la maggior parte dei lettori" (46). A convalidare questa affermazione basti dire che fra gli stessi compaesani di Pierro (ossia fra gli stessi parlanti) pochi sono coloro in grado di leggere i suoi versi nell'antico-inventato tursitano. È vero che Pierro, avvertendo più dei suoi stessi lettori la necessità di una trasposizione in lingua, ha tradotto la quasi totalità delle sue raccolte; ma è anche vero, come ha osservato Folena, che "pur essendo egli di solito un abile autotraduttore, si capisce come siano giustificati l'imbarazzo e l'insoddisfazione del lettore, tanta è la distanza fra i due linguaggi" (47). Tanto più chi è in possesso dell'uso di questo originalissimo dialetto sa bene che la sua trascrizione in lingua, nonché scemarne il senso, ne sminuisce altresì il ritmo, la suggestione, le sfumature, la musicalità particolare, rischiando anzi di storicizzare nella direzione di categorie poetiche stabilite la verginità strumentale di oggetti e sentimenti originalmente vissuti. Infatti la poesia tursitana di Pierro, prima ancora di essere un fatto di vasta portata culturale (perché è certamente anche questo), è una dialettica irrisolta di sentimenti e pensieri che, nella sua primordiale freschezza, si autoimpedisce l'affettazione della letterarietà (48). Perciò, tanto per intenderci, le cose zinne ("cose piccole") di Pierro sono raramente commensurabili a quelle dei crepuscolari, per la diversa disposizione del poetaverso gli oggetti del proprio mondo poetico (49), e i suoi rimpianti per le cose perdute, anziché assumere il segno di un'edonistica disperazione, cercano un riscatto nel recupero memoriale, tutt'al più risolvendosi in un senso umanissimo di nostalgia per il passare inesorabile del tempo e delle "cose" amate. Non a caso amore e morte (e la lontananza come presenzialità teoricamente battibile della morte) sono così contigui nella poesia dialettale di Pierro, e s'intrecciano, e l'uno sembra inevitabilmente richiamare l'altra.
      Le realtà più elementari ed universali sono dunque alla base della poesia tursitana di Pierro, come già lo erano, ma spesso troppo intellettualizzate, per quella in lingua. Dunque un'affinità profonda accomuna le due voci dell'anima pierriana: la mancanza di filosofemi e di teorizzazioni in senso puramente concettuale. Per cui si può senz'altro dire che la poesia di Pierro è una sola: ancora larvale però, fatta di "evenienzae casuali" (Savarese) quando è in lingua, e più sicura e coscienziosamente perseguita in dialetto. L'allargarsi del valore semantico della poesia dialettale rispetto a quella in lingua appare allora riconducibile, più che ad una variazione nel campo lessicale degli enunciati, al mutato fonismo, all'originale cadenza del dialetto-idioletto di Pierro. Certo molte novità si riscontrano anche nel lessico, in quanto una lingua praticamente inedita ai fini poetici, esente da lasciti immarcescibili, priva di corifei e vangeli, consente l'utilizzazione del suo vocabolario al di fuori di specialistiche selezioni ed usi specifici. Di un ampliamento semantico, che addirittura pretende o attende ad un approfondimento gnoseologico, dimostra coscienza lo stesso poeta nella prima lirica, dedicatoria, di 'A terra d'u ricorde (p. 15):

mo sta parlèta frisca di paise
ièttete u banne e dìcite:
"vinèse a què,
v'agghie grapute i port"

(ora questa parlata fresca di paese
getta il suo bando e dice:
"venite qui,
vi ho aperto le porte").


A livello di significante va notato, non tanto sulla scorta di Contini e Migliorini, quanto di Rohlfs e Lausberg, l'uso di /t/ latina in desidenza verbale (ièttete, dìcete), uso che si estende (e lo vedremo) ad /s/ per la seconda persona singolare. Quanto al contenuto, che in questo caso è il linguaggio stesso quale mezzo di assunzione diretta del mondo fantastico del poeta, basti dire che in quella parlèta frisca il poeta vede forse una chiave d'interpretazione e di comprensione della realtà, facendo, nell'euforia della scoperta, di un nuovo mezzo espressivo uno strumento conoscitivo.
Ho detto "scoperta" perché lo stesso Pierro ha insistito sul carattere primo, esplorativo, del suo nuovo linguaggio (50).
      In verità gli anziani di Tursi ricordano un certo maestro Cristiano, che lo stesso Pierro ha conosciuto. Crisitano scriveva versi in dialetto tursitano, e qualche sua composizione (che di proposito non denomino "poesia") è stata pubblicata anni or sono su un libretto oggi introvabile, un'edizione fuori commercio che comprendeva inoltre una brevissima storia di Tursi e due o tre leggende locali. Pierro aveva quindi un esempio davanti a sé, ma un esempio rozzo, un tentativo mal riuscito. Perciò Pierro è veramente il "primo" poeta di Tursi, un "siciliano", per così dire, con una coscienza critica e poetica moderna, e dunque assai attento alla forma, alla plasticità e corposità del nuovo mezzo espressivo (51), come si vede sin dalla seconda lirica della raccolta, 'A Ravatèna (ATDR, pp. 17-18), un testo di alta compostezza formale, che sublima in partecipe canto il pianto della materia. La Rabatana è la zona più alta di Tursi, la meno progredita, la più legata alle tradizioni antiche, ai tabù e alle pratiche superstizione. È un paese nel paese. Ed è il primo ricordo che risale alla mente del poeta. Dopo una prima parte descrittiva, di un paesaggio rivisitato in tutta la sua precarietà fisica:

Chi ci arrivè a la Ravatèna
si nghiànete 'a pitrizza,
ca pàrete na schèa appuntillèta
a na timpa sciullèta

(Per arrivarci alla Rabatana
si sale un pietrame,
che sembra una scala puntellata
su una parete crollata),


il momento sentimentale: il pensiero a quella gente costretta a vivere con gli animali in squallidi tuguri (52), e destinata a diventare rissosa e violenta:

e pure mo lle chiàmene "biduini"
cc'amore ca su' tristi e fène a sgrògnue,
a piscunète e a lème di curtèlle

(e ancora adesso li chiamano "beduini"
perché sono violenti e fanno a pugni,
a sassate e a colpi di coltello).


E nonosante tutto, i momenti di allegria non mancano in questo microcosmo di dolore. Un matrimonio ad esempio, che Pierro descrive con icastica precisione:

l'avèreva viré chille ca fène
i Ravitanèsi quanne c'è na zita:
vi ndippèrese i ricchie cchi nun sente
catarre mandulini e colp-scuri
scamizzi di uagnuni e d'urganètte
e battarie e troni di tammure

(lo dovreste vedere quel che fanno
i Rabatanesi quando si son nozze:
vi otturereste gli orecchi per non sentire
chitarre mandolini e mortaretti
strepiti di fanciulli e di organetti
e batterie e tuoni di tamburo),


dove l'effetto ritmico degli ultimi tre versi rende l'atmosfera un po' folle della festa gioiosa, quasi momento di liberazione dall'opprimente e atroce quotidianità. Infine, nelle ultime due strofe, il momento affettivo: l'immagine struggente della madre-Madonna, vagheggiata più che ricordata se ella lasciò ancora bimbo il poeta (53).
      Io credo che non sia eccessivo affermare che questa esperienza traumatica abbia prodotto in Pierro un'avidità d'amore inappagabile, un bisogno d'affetto inestinguibile e perciò sempre precluso. Allo stesso modo che, d'altro lato, il suo "esilio" l'ha indotto ad una ininterrotta ricerca del suo mondo perduto.
      Ma torniamo a 'A Ravatèna. Non c'è dubbio che con questa poesia siamo di fronte al punto più alto sin qui toccato da Pierro, anzi ad uno dei più sicuri e fermi di tutta la sua produzione poetica. Innanzi tutto perché v'è in essa una varietà d'aspetti quale mai o di rado si poteva registrare, per un solo componimento, nella poesia in lingua; e inoltre tutti, tali aspetti, sono resi magistralmente nella potenza emblematica del loro realismo: il paesaggio, così vero eppure quasi fantastico; il binomio amore-morte (che avrà tanta parte negli sviluppi della poesia di Pierro), sostenuto dalla figura casta e sfortunata della madre; e infine un interesse quasi sociologico per le genti di quel luogo (ma che più probabilmente è partecipazione cristiana, umana in genere, alla loro amara vicenda).
      Quanto agli elementi formali, notiamo che in tursitano sono assonanti o rimano termini come "sale" (verbo) e "sembra" (nghiànete / pàrete), "mortaretti" e "tamburi" (colp-scuri / tammure), "in braccio" e "palazzo" (mbrazza / paàzze). E vorrei ricordare, accanto agli inusitati gruppi consonantici iniziali (nghiànete, ndippèrese, mbrazze), la /t/ mantenuta con valore flessionale (pàrete, sàpete, tòrnete). E un'altra cosa va detta subito, che non risulta (non utilizzando una trascrizione eruditamente fonetica) dalla scrittura di Pierro: vale a dire l'indistinta pronuncia delle vocali finali (54). Quanto allo schema strofico e metrico del componimento, la sua struttura è liberissima, come sarà quasi sempre in questa seconda e feconda stagione della poesia pierriana. E per i singoli versi, che pur vanno dall'endecasillabo al novenario, dal settenario al quinario, non mi sembra che qui si riscontri quella "tendenziale soggezione ai modelli in lingua" di cui ha parlato in generale Mengaldo per la poesia dialettale del Novecento (55). Nella "necessità" delle parole di Pierro, infatti, non ha tanto valore il rispetto sillabico dei versi consacrati dalla tradizione, quanto il tracciato accentuativo, il movimento sintattico, la pregnanza semantica, che strutturano "naturalmente" il verso senza una volontà artificiosa da parte del poeta (56). Per rendere pienamente ragione di questa impressione sarebbe fondamentale la dizione del poeta stesso, che dava efficace risalto ai valori prosodici del suo dettato. Ma sarebbe ingiusto pensare (come più o meno esplicitamente pensano i lettori di Pierro) che il merito di questa intima novità all'interno di forme consuete vada assegnato pressoché integralmente agli attributi particolarissimi del nuovo linguaggio, alla loro potenza espressiva e valenza fonica, e poco o niente all'officina di Pierro. Con questo dialetto si possono infatti produrre cose molto modeste o addirittura pessime, come hanno mostrato loro malgrado alcuni baldi giovani tursitani nell'intento di emulare o diffondere le gesta dell'ormai illustre erede di Orazio.

analisi dell'operaanalisi dell'operaanalisi dell'opera       il passaggio al dialetto (2)il passaggio al dialetto (2)il passaggio al dialetto (2)