Nell'ontogenesi della poesia di Albino Pierro due fattori hanno avuto un'importanza capitale. Da un lato la stessa sua vicenda storica, o per meglio dire quotidiana, che si è progressivamente configurata nella mente e nel sentimento del poeta come condizione perpetua d'esilio dalla propria terra lucana, paradiso perduto di più o meno verificabile felicità, lontano dal quale egli si sente calato nel bel mezzo di una realtà ostile e contraddittoria. Nella fattispecie questa realtà è Roma; ma in qualsiasi altra grande città Pierro avrebbe trovato le stesse laceranti contraddizioni della condizione esistenziale contemporanea: il distacco (non più da malattia borghese dell'artista, ma di comune esperienza) fra società e individuo, l'alienazione di questo in un mondo avaro d'amore e di fraternità, dove la solitudine e la morte sono insieme destino e assurdo termine, e dove il positivo pare soltanto demandabile a una mitica età dell'infanzia o a qualche altra soluzione astorica. Da questa condizione (stranamente, considerata la sua consueta finezza interpretativa) De Martino è riuscito a tirar fuori il prototipo del disadattato sociale. Egli ha infatti sostenuto che "Pierro è un immigrato, costretto a vivere in un mondo non suo, e che come tale egli sente il distacco dalla propria terra, ch'è anche un mutamento d'ambiente e di cultura" (1). Ma ciò che lascia perplessi, nell'analisi di De Martino, è proprio la parola-chiave del suo ragionamento, ossia la definizione di "immigrato" riferita a Pierro; la posizione del quale nei confronti della propria terra non è propriamente quella di un "immigrato" (definizione sociologica) bensì di un "esule" (definizione con valenza psicologica). Di un esule sui generis oltrettutto, in quanto, ben più che la lontananza dalla propria terra, egli sembra rimpiangere la fanciullezza ivi trascorsa e gli affetti ad essa legati. Amarezza per la terra lontana (o terra del ricordo, come Pierro avrà a definirla) sì dunque; ma soprattutto rimpianto per un tempo irrimediabilmente perduto, un tempo che solo attraverso le "liriche resurrezioni della memoria" può (o sembra) "arrestare il suo corso, isolarsi, rivelarsi per un istante allo stato puro" (2). Molti sono i luoghi in cui Pierro contrappone il tempo del paese a quello della città, ma basterà citarne uno che, nella sua netta concisione e azzeccata scelta dei valori-oggetti (cèe e mure), è testimonianza drammatica e convincente di una condizione di solitudine e di assenza:
L'agghie lassète u paise
ca mi davìte u respire d'u cèe
e mo nda sta citète
mi sbàttene nd'u musse schitte i muri
(Ho lasciato il paese
che mi dava il respiro del cielo
e ora in questa città
mi sbattono sul muso solo i muri)
(Le porte scritte nfaccia, Met., p. 77).
Accanto a questa condizione, e in posizione cronologicamente prioritaria, si pone quella che è da considerarsi come la più amara e frustrante esperienza affettiva del poeta: la prematura scomparsa della madre, sentita come violenza o trasgressione etica al punto che, nella visione poetica, se ne attende quasi un'emendazione:
le purtàrene ianca sup' 'a seggia
cchi mme nd'i fasce com'a na Maronna
cc'u Bambinelle mbrazze.
Chi le sàpete u tempe ch'è passète...
e nun tòrnete ancora a lu paàzze
(la portarono bianca su una sedia
con me in fasce come una Madonna
col Bambinello in braccio.
Chi lo sa mai il tempo ch'è passato...
e non ritorna ancora al suo palazzo) (3)
('A Ravatèna, ATDR, pp. 17-18).
Queste due estreme manifestazioni del "male" determinano e condizionano prepotentemente la poesia di Pierro. Alla prima è chiaramente riconducibile la tendenza al recupero memoriale del proprio mondo perduto (di cui tanti sono i momenti che ne vedremo a pià riprese il percorso), e alla seconda l'interrogazione sgomenta sull'al di là (come cercheremo di approfondire soprattutto in NPDT).
Ma con ciò siamo a un discorso già troppo definito, alla seconda e più importante stagione (quella dialettale) della poesia pierriana. È vero che Pierro, sin dal suo primo libro in lingua, Liriche (Palatina, Roma, 1946), sià oscillava fra cosmiche meditazioni e ricognizioni domestiche, ma certo un po' confusamente e per nulla presago degli sviluppi futuri dei temi appena sfiorati. Prima di giungere al meraviglioso dialetto tursitano Pierro ha dovuto (o voluto) svolgere un lungo tirocinio poetico in lingua danto alla luce, nell'arco di un quindicennio, ben otto raccolte i cui titoli, estremamente significativi, mostrano il definirsi di un preciso mondo poetico ed umano da un iniziale imprecisato impulso: Liriche (1946), Nuove liriche (1949), Mia madre passava (1955), Il paese sincero (1956), Il transito del vento (1957), Poesie (1958), Il mio villaggio (1959), Agavi e sassi (1960). A questo punto, quando Pierro sembrava destinato a rimanere nella storia delle nostre lettere come un poeta "medio", non inferiore a molti ma pure abbastanza lontano da altri, si verifica il passaggio al dialetto nativo di Tursi (Matera), la cui prima espressione, 'A terra d'u ricorde, del 1960, annulla per validità poetica e trasparenza tematica tutte le precedenti prove in lingua. Non è questo un giudizio affrettato e indimostrabile, se tutta la critica è concorde nel considerare la poesia in dialetto di Pierro superiore e più "vera" di quella in lingua. Già nella sua premessa a quel primo libro in dialetto, Giorgio Petrocchi (che ne curò anche le traduzioni) affermava: "Non conosco oggi, nei dialetti meridionali, poeta che possa eguagliare l'autore di 'Avìje tanne arrivète e di 'A cristarella nella valorizzazione degli elementi poetici insiti nelle parlate dell'Italia meridionale" (4). In tal modo Petrocchi proponeva un dato critico immediatamente accolto da fini lettori critici e filolofi come Folena, Bosco, Marti, Manacorda, ecc. Contini, dal canto suo, ha poi indicato in Pierro uno dei pochi nomi (accanto solo a Virgilio Giotti e Tonino Guerra) atti a esemplare la nostra poesia dialettale del Novecento (5). La lista degli estimatori della poesia pierriana (in ispecie o esclusivamente di quella dialettale) sarebbe ancora molto lunga, poiché in definitiva si può dire che nessuna voce si leva contro la generale e lusinghiera considerazione intorno alla poesia tursitana di Pierro e nessuna, d'altro lato, s'attenta a definire veramente "grande" la sua poesia in lingua. Dunque non ci sarebbe nessuno cui tirar gli orecchi in una pedante storia della critica, che qui ben volentieri si espunge nella sua coordinazione tradizionale, oltre che per l'inevitabile ripetizione di nozioni e giudizi, nella fiducia che i contributi più validi di tale "storia" si presenteranno opportunamente all'interno della nostra analisi, ora come reagenti ed ora come basi consolidate in questioni di poetica o in sede di caratterizzazioni stilistiche e tematiche.
Nessuna "fortuna" critica di un poeta è stata dunque così poco problematica quanto quella di Pierro, e i suoi termini generali, io credo, non saranno mai ribaltati audacemente da alcuno né clamorosamente sconfessati da chi ha contribuito a definirli: nessuna differenza tematica sostanziale fra la poesia in lingua e quella in dialetto, e maggiore coincidenza linguistica del dialetto, rispetto alla lingua, coi contenuti. Ma leggendo più attentamente i saggi e gli articoli su Pierro sorge, quantomeno, un sospetto: egli è davvero, nella considerazione critica, un poetica di contenuti prima o poi sapientemente espressi, o non piuttosto l'artefice, l'inventore d'una lingua talmente affascinante e "curiosa" cui non sono indifferenti, ma dalla quale sono anzi completamente suggestionati, persino raffinati lettori di poesia e dottissimi filologi? Un brevissimo inventario di giudizi sin qui espressi dalla critica ci dirà ch'essi tendono piuttosto a confluire nel secondo corno del nostro dilemma.
Già Petrocchi tradiva un compiacimento che era più da filologo che da lettore nel suo proposito di "far seguire ai tsti poetici un glossario del dialetto di Tursi arricchito dall'analisi dei termini"; e nonostante se ne dissuadesse al timore di "guastare la freschezza dell'esordio di Pierro poeta dialettale con un sovrappiù di pretensione accademica", si riprometteva di "disseppellire, di qui a dieci anni [...], le schede dialettologiche" per "dar vita ad un dottissimo excursus sul dialetto di Tursi, fonetica, morfologia, lessico, eccetera eccetera" (6). Lo stesso Petrocchi (ma ponderatamente, intendiamoci) tornava ad insistere nel 1966sui valori, per così dire, filologico-edonistici del dialetto di Pierro: "Per essere in grand parte inedito alla poesia, il dialetto lucano (quello di Tursi in particolare) potrebbe indurre i lettori d'altra terra ad una delibazione fonica, alla ricerca di suoni e contrasti inusitati; e non è detto che una suggestione del genere debba essere del tutto evitata, stante l'aggressione verbale che un dialetto difficile riesce a determinare" (7).
Anche Contini poneva poi l'accento sull'"aspetto fonico" del dialetto tursitano, definendolo "estremamente suggestivo e inedito" (8). Ma più tardi egli stesso, in un elogio entusiastico al poeta per la sua abilità di "formalizzazione dei dati fonici in istituti regolari", non si avvedeva della riduzione operata definendo il dialetto tursitano come un dialetto "il cui pregio unico è di essere senza storia" (9).
Due anni prima Antonio Pizzuto, presentando Famme dorme nel suo ostico lessico da riesumato classicismo, andava a scovare per quel dialetto alcuni accostamenti musicologici alquanto stiracchiati ma indicativi della forte impressione ricevutane: "Rapsodie, idilli squisiti, gli stabili contrappunti tanatologici, nascono in dialetto lucano come la nona di Beethoven in re minore. Questo è la loro tonalità, insostituibile mercé sua arcaica eleatica essenza: greve, solenne, da rude cantofermo alla Orlando di Lasso" (10).
L'impressione di una valutazione sofisticata, o quantomeno unidirezionale, dell'opera di Pierro non si rivelerà completamente infondata se si considera che persino, non dico il suo più acuto interprete, ma certo il suo più attento e partecipe lettore, Gennaro Savarese, giunge a dire (suggestivamente, ma più ad effetto che lucidamente) che nelle liriche dialettali "ciò che il poeta sente e celebra [...] non sono tanto i ricordi, i suoi cari scomparsi, gli amici, la vita remota del villaggio, quanto la forza e la grazia, la scabrosità e la dolcezza, delle parole di Tursi, esse vera anima di questa poesia, nella quale le cose veramente vivono di una nuova vita, fantastica e poetica" (11). E c'è di più: subito in apertura del saggio da cui stiamo citando, Savarese definiva l'interesse della poesia di Pierro come "tutt'altro che subalterno" (12), ossia con un inconscio e potenziale eufemismo che, rapportato all'altra sua affermazione, svela una contrapposizione di valore tra il "contenuto" e la "forma" della poesia pierriana. Né si può dire, in definitiva, che ciò sia completamente errato, dato che davvero, in fin dei conti, l'aspetto fonico del dialetto tursitano spesso eccede o rafforza la stessa semanticità dei costrutti. Ma porre mente soprattutto all'aspetto formale della poesia di Pierro significa prestarle un'attenzione in un certo senso ristretta: quasi un divertimento o una curiosità accademici. Io sono invece convinto che non si possa prescindere da una lettura "umana" di Pierro, e che se le sue soluzioni stilistiche e arditezze foniche interessano le categorie letterarie, i suoi toni emotivi e psicologici riguardano invece una problematica esistenziale certo personalissima ma non per questo preclusa ad una più generale comunicazione.
Per tutto questo, la mia ricerca non vuol essere altro che un modesto (ma onesto) contributo alla conoscenza di questa personalità umana prima che poetica, un tentativo di comprendere (in fondo Pierro cerca comprensione più che d'esser compreso) prima "perché" Pierro abbia scelto la strada della poesia, e poi "in che misura" egli abbia dato voce ed espressione artistica al mondo da lui rappresentato.
Una simile indagine impone un percorso cronologico, una lettura diacronica più che sincronica, evolutiva più che complementare, dell'itinerario linguistico di Pierro. Ciò stabilisce dunque il nostro punto di partenza nella sua poesia in lingua, che esamineremo subito ma più rapidamente proprio per gli esiti meno cospicui da essa raggiunti, i quali, alla luce della insostituibile ricerca dialettale, si configurano più come elementi di un "apprendistato" poetico che non come un periodo di compiuta poesia.