Albino Pierro
di Pier Vincenzo Mengaldo *



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      Che Pierro non sia un residente, ma un esiliato dalla sua terra d'origine, e che, soprattutto, la poesia nel dialetto materno sia stata per lui una scoperta della maturità, non è un puro dato aneddotico, ma risponde alle motivazioni profonde di tale esperienza: che fin dalla prima e già perfettamente definita raccolta si presenta, letteralmente, come regresso alle origini esistenziali e discesa in un mondo sotterraneo. Ed è esperienza in tanto più autentica in quanto quel dialetto è del tutto scevro di tradizione letteraria, consentendo una presa diretta con una realtà tematica individuatissima, inconfondibile, e la realizzazione di possibilità inedite di monolinguismo lirico in uno strumento vergine. Come mostra la seconda strofa della lirica I 'nnammurète, la fenomenologia della parola dialettale si definisce agli occhi stessi del poeta nei termini di una seconda nascita, dal profondo, di una rivelazione. In Pierro si può cogliere dunque una estrema nettezza, quasi allo stato puro, il necessario paradosso (e la possibile impasse) di una parte dell'attuale poesia in dialetto, che da veicolo di messaggi socialmente aperti e comunicativi tende a farsi sempre più linguaggio gelosamente individuale, quasi endofasico. È indicativo in questo senso che gli aspetti più realistici, eventualmente folclorici, della rievocazione di Tursi e della Lucania siano affidati piuttosto alla poesia in lingua che a quella in dialetto, e in quest'ultima interessino in sostanza la fase di Metaponto e, più incisivamente, di Nd'u piccicarelle di Turse; invece le raccolte degli ultimi anni, fra le quali spicca Famme dorme, mostrano la progressiva tendenza a ridurre l'arco tematico entro il monologo lirico di un canzoniere amoroso. E dovunque sia rievocato il folclore lucano, prevalgono i connotati immemorialmente rituali, se non addirittura quelli barbarici e demoniaci.
      Poeta dell'intermittenza e della lacerazione esistenziale che si esprime in sussulti, lampi e gridi, Pierro rivisita la sua terra e la sua infanzia non tanto attraverso il ricordo cosciente quanto, precisamente, attraverso la discontinuità del sogno e dell'incubo ("Ci agghie carute come nda nu sonne"), identificandosi al limite nelle figure del morto e del revenant ("ci sùu com'u morte ca vènete appresse/ tèle e quèle a nu vive"). Il suo ritorno alle origini implica perciò una radicale pulsione all'annullamento mortale della coscienza, all'abbraccio coi trapassati e al regresso nel mondo immobile della natura o, anche più sintomaticamente, in quello sotto-umano dell'animalità, oggetto di frequentissimi transfert. Le arcaiche strutture antropologiche di un mondo remoto nello spazio e ancor più nel tempo, con la loro potenziale coralità, emergono, fuori di ogni consistenza veramente realistica, come simboli profondi e camera di dilatazione di una psicologia disgregata e attorta su di sé (ghiòmmere "groviglio" e sinonimi sono infatti parole-chiave del vocabolario pierriano), che aspira a uscire dal proprio stato tormentoso assimilandosi a ciò che è immobile. In ultima analisi "paese" e io coincidono (v. ad esempio Curtelle a lu sòue p. 27). La poesia di Pierro sta tutta nell'ossessiva monotonia con cui scava in pochi e radicatissimi temi, o grumi, esistenziali, lavorando su un repertorio limitato di motivi e immagini basici che, in rapporto a una secca semplificazione psicologica, tendono a disporsi secondo polarità e dicotomie sèmiche (buio e luce, immobilità e soprassalto, abisso e cielo, silenzio e grido e così via). Fondamentale il tema erotico, vissuto nella sua nudità primitiva e al di fuori di ogni nesso o temperamento sociale, come esperienza ossessionante e distruttiva; cfr. all'estremo ilvampirismo dell'ultima poesia qui antologizzata [Si tratta di Mbàreche me vo', tratta da Nu belle fatte]. La frantumazione esistenziale si riflette nello stile: che nonostante gli ammorbidimenti melici più recenti - fino a ritrovare, specie con Eccò 'a morte?, cadenze digiacomiane - resta di un espressionismo contratto e percussivo, o meglio giustappone a corrente alternata momenti "tonali" e momenti atonali, così come le assonanze e consonanze si avvidendano liberamente alle rime e le misure dei versi si restringono e dilatano sussultoriamente.



In Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1978, pp. 959-962.