Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
5 per noi quando la breve luce cade,
resta un'eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento
e poi confonderemo le migliaia
10 tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.
[trad. di Enzo Mandruzzato]
TESTO ORIGINALE
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, / rumores senum seveiorum / omnes unius aestimemus assis. / soles occidere et redire possunt: / nobis cum semel occidit brevis lux, /nox est perpetua una dormienda. / da mi basia milledeinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, dinde centum / dein, cum milia multa fecerimus, / conturbamimus illa, ne sciamus, / aut nequis malus invidere possit, / cum tantumsciat esse basiorum.
Dietro la semplicità e la spigiliatezza dei versi iniziali, che invitano Lesbia a vivere ed amare, traspare la malinconica consapevolezza della fugacità della vita, espressa dall'immagine della "breve luce" che cede a "una eterna notte".
Tale senso di precarietà è però ben presto esorcizzato, con entusiasmo adolescenziale, dall'invito a moltiplicare i baci, a gioire del breve ma intenso periodo dell'amore, affinché nessun maleficio possa intaccarlo e distruggerlo.