michel de montaigne

(Pas)saggi

Questa sezione raccoglie pensieri originali di Montaigne.
I numeri di pagina (collocati fra parentesi) si riferiscono all'edizione in due volumi degli "Oscar" Mondadori, Milano, 1970, a cura di Fausta Garavini (prima edizione Adelphi, Milano, 1966).

L'uomo è invero un soggetto meravigliosamente vano, vario e ondeggiante. E' difficile farsene un giudizio costante e uniforme. (10)

Tutte le passioni che si lasciano assaporare e digerire sono soltanto mediocri. (15)

Noi non siamo mai in noi, siamo sempre al di là. Il timore, il desiderio, la speranza, ci lanciano verso l'avvenire, e ci tolgono il sentimento e la considerazione di ciò che è, per intrattenerci su ciò che sarà, quando appunto noi non saremo più. (17)

Epicuro dispensa il suo saggio dal prevedere l'avvenire e dal preoccuparsene. (17)

Io eviterò, per quanto posso, che la mia morte dica cose che la mia vita non abbia detto in precedenza. (38)

[...] le memorie eccellenti si uniscono volentieri agli intelletti deboli. (41)

Non senza ragione si dice che chi non si sente abbastanza forte di memoria deve evitare di essere bugiardo. (42-43)

In verità il mentire è un maledetto vizio. Siamo uomini e legati gli uni agli altri solo per mezzo della parola. Se conoscessimo l'orrore e la portata di tale vizio, lo puniremmo col fuoco più giustamente di altri delitti. Trovo che di solito ci occupiamo di punir nei fanciulli, assai male a proposito, degli errori innocenti, e li castighiamo per delle azioni sconsiderate che non lasciano impronta né conseguenza. Solo la menzogna e, un po' al di sotto, la caparbietà, mi sembrano quelli ci cui si dovrebbe con ogni forza combattere la nascita e lo sviluppo. (44)

Se la menzogna, come la verità, avesse una sola faccia, saremmo in una condizione migliore. Di fatto prenderemmo per certo il contrario di quello che dicesse il bugiardo. Ma il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito. (44)

I pitagorici dicono che il bene è certo e finito, il male infinito e incerto. Mille strade disviano dal bersaglio, una vi conduce. (44)

[...] tutti i mezzi onesti per difendersi dai mali sono non soltanto permessi, ma lodevoli. E il gioco della fermezza si gioca principalmente col sopportare pazientemente le sventure alle quali non c'è rimedio. (56)

[...] in casa mia abolisco ogni cerimonia. Qualcuno se ne offende: che posso farci? E' meglio che offenda lui per una volta, piuttosto che offender me tutti i giorni; sarebbe una continua soggezione. (59)

Gli uomini (dice un'antica sentenza greca) sono tormentati dalle opinioni che hanno delle cose, non dalle cose stesse. (60)

Noi consideriamo la morte, la povertà e il dolore come nostri principali avversari.
Ora, quella morte che gli uni chiamano la più orribile fra le cose orribili, chi non sa che altri la chiamano l'unico rifugio dai tormenti di questa vita? il bene supremo della natura? il solo sostegno della nostra libertà? e comune e pronto rimedio a tutti i mali? e come alcuni l'attendono tremanti e spauriti, altri la sopportano più facilmente della vita. (61)

Ogni fede è abbastanza forte per farsi abbracciare a prezzo della vita. (64)

E in verità quello che diciamo di temere soprattutto nella morte è il dolore, suo abituale foriero.
Tuttavia [...] io constato per esperienza che è piuttosto l'insofferenza del pensiero della morte a renderci insofferenti del dolore, e che lo sentiamo doppiamente grave perché ci minaccia di morte. (68)

Quello che ci fa sopportare con così poca pazienza il dolore, è il non essere abituati a trovare la nostra principale soddisfazione nell'anima. (71)

Epicuro dice che l'esser ricco non è un sollievo dai fastidi, ma solo un cambiamento di fastidi. Invero non è l'indigenza, ma piuttosto l'abbondanza che produce l'avarizia. (79)

Ogni uomo danaroso è taccagno, a mio parere. (83)

Platone mette in quest'ordine i beni corporali o umani: la salute, la bellezza, la forza, la ricchezza. (83)

La fiducia nell'altrui bontà è non lieve testimonianza della propria. (85)

L'agiatezza e l'indigenza dipendono [...] dall'opinione di ciascuno; e la ricchezza, così come la gloria e la salute, non hanno maggior bellezza e piacere di quanta ne attribuisca loro chi le possiede. Ognuno sta bene o male secondo come pensa di stare. Non è contento chi è creduto tale, ma chi lo crede di sé. (85)

Le cose non sono tanto dolorose né difficili in se stesse: ma la nostra debolezza e viltà le rendono tali. (86)

Nessuno sta male per molto tempo se non per colpa sua. (86)

[...] gli uomini, per quanto la fortuna faccia loro buon viso, non si possono chiamare felici, finché non si sia visto come hanno passato l'ultimo giorno della vita, a causa dell'incertezza e variabilità delle cose umane, che con un leggerissimo movimento cambiano da una situazione a un'altra tutta diversa. (98-99)

Cicerone dice che filosofare non è altro che prepararsi alla morte. (102)

Checché se ne dica, anche nella virtù lo scopo ultimo della nostra mira è la voluttà. (102)

[...] di tutti i piaceri che conosciamo, già il semplice tentativo di conseguirli è piacevole. L'impresa risente della qualità della cosa. (103)

La morte è inevitabile. (104)

Ma via!, giovani e vecchi lasciano la vita allo stesso modo. (106)

Non c'è nulla di male nella vita per chi ha ben compreso che la privazione della vita non è male. (110)

Io sono per natura non melanconico, ma meditabondo. (111)

Tutto quello che può esser fatto domani, può esserlo oggi. (111)

Chi insegnasse agli uomini a morire, insegnerebbe loro a vivere. (114)

Che cosa resta a un vecchio del vigore della giovinezza e della sua vita passata? (116)

Come la nostra nascita ci ha portato la nascita di tutte le cose, così la nostra morte produrrà la morte di tutte le cose. Perciò è uguale follia piangere perché di qui a cent'anni non saremo in vita, come piangere perché non vivevamo cent'anni fa. (118)

Vivere a lungo e vivere poco sono resi tutt'uno dalla morte. (118)

[...] se avete vissuto un giorno, avete veduto tutto. Un giorno è uguale a tutti gli altri. Non c'è altra luce né altra notte. Questo sole, questa luna, queste stelle, questa disposizione sono gli stessi di cui hanno goduto i vostri avi, e che diletteranno i vostri pronipoti. (120)

[...] avete un bel vivere: non diminuirete affatto il tempo durante il quale sarete morto. (121)

La morte è da temere meno che niente, se ci fosse qualcosa di meno del niente. Essa non vi riguarda né da morto né da vivo: vivo, perché siete; morto, perché non siete più. (121)

L'utilità del vivere non è nella durata, ma nell'uso: qualcuno ha vissuto a lungo pur avendo vissuto poco; badateci finché ci siete. Dipende dalla vostra volontà, non dal numero degli anni, l'aver vissuto abbastanza. (122)