Conversazione con Pierro
di Antonio Motta *



Credo che in fondo alla tua poesia vi sia una grande perdita: l'infanzia, la natura. Penso a Leopardi, a Pavese.

D'accordo, è probabile che io sia rimasto un primitivo. In Leopardi mi ritrovo perché era un solitario come me; e io sono uno sradicato alla ricerca di una grande madre che per me è Tursi. Le mie radici sono rimaste lì. Pavese mi ha interessato per la sua problematica esistenziale, ma sento da me lontano il suo decadentismo, il suo mito.

Eppure con questa "grande madre" hai stretto da sempre un rapporto di amore e di odio, di fuga e di inabissamento.

Proprio così. Tursi è l'infanzia e i giochi, l'amore e la morte. Adesso ho paura di tornarci. Non potrei più viverci, La Tursi della mia poesia, quella che ho conosciuta, quella del mio dialetto, non c'è più.

Mi ricordi Pasolini: "Il dialetto e il mondo che lo esprimeva non esistono più, la gente non parla, non vuole e non può più parlare in dialetto".

In un certo senso sono d'accordo con lui. Solo che Pasolini cercava più che il dialetto, la poesia dialettale, l'anima popolare da cui era affascinato. Io sono un poeta e come tale mi sono sempre sforzato di operare una sublimazione del dialetto. Ma lo scrivo perché lo parlo da "quanne iere zinne".

Vuoi dire che sei un poeta colto, lontano dalla dialettalità popolare. Penso a Buttitta.

Vedi, per me Buttitta (ed io ammiro Buttitta) è un grande cantore popolare; un istintivo nell'ambito del folclore, della tradizione. Io vorrei essere il poeta del dialetto di Tursi. Certamente sono un poeta colto, ma nel senso che al poeta sono necessari la tecnica, l'artificio, il mestiere. Ma non ho mai inteso dare verniciatura dialettale all'italiano. In fondo per me si è trattato di dare voce e dignità letteraria ad un dialetto povero e periferico come la storia sociale dl popolo che lo parla. Mi sono dovuto perfino inventare la sua grafia, le cui varianti risulteranno in un volume che è in allestimento presso l'Università di Pisa. Se ci sono riuscito non lo so. Ma non sarà certo un caso se dopo il romanesco di Belli e il milanese di Porta, le concordanze sono toccate al tursitano.

Ma com è nata la scelta dialettale, caduta in un momento, gli anni '60, in cui il Mezzogiorno subisce macroscopici processi di acculturamento e di omologazioni linguistica e culturale che vedono la fine della civiltà contadina? Debbo pensare che il ricorso al dialetto è stato sollecitato da tali avventimenti?

No, tutto questo non mi ha interessato, nemmeno solleciato. La mia scelta è inconsapevole, istintiva. L'ideologia e la letteratura non c'entrano. Anzi non ho mai abbandonato la lingua. Scrivo in linqua quando ne sento il bisogno. Ma sia chiaro che tra lingua e dialetto, sul piano poetico, io non vedo alcuna differenza.

Ma ritorniamo alla tua poesia. Capisco che il regno dei morti è al riparo dalle sofferenze e dalle miserie degli uomin; è un mondo più duraturo e più eterno dei viventi. Mi riesce difficile capire la componente ossessivamente cupra presente nelle tue ultime raccolte da Eccò 'a morte? a Sti mascre.

Ti dirò. Io mi ci perdo nella morte perché non la capisco sul piano razionale. E' un assurdo. Sono ossessionato dalla morte. Ma non è la mia senilità che mi fa paura; la morte non l'ho scoperta a sessant'anni. L'ho scoperta all'età di dieci anni, nelle "iaramme", nella storia intima di Tursi, nel giovane delle canzoni, nel gatto de Il mio villaggio. Certo ora mi è più vicina, la sento come un fortissimo limite.

Allora quel "morte-accise" che ritorna frequente nei tuoi ultimi libri sei tu?

Sì, sono proprio io.

E l'amore?

Penso all'amore come a qualcosa che annulla la morte; coinvolgimento tempestoso che la spazza via.


* In Omaggio a Pierro, Lacaita Editore, Manduria 1982, pp. 27-29.

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