Nella belletta i giunchi hanno l'odore
delle persiche mézze e delle rose
passe, del miele guasto e della morte.
Or tutta la palude è come un fiore
5 lutulento che il sol d'agosto cuoce,
con non so che dolcigna afa di morte.
Ammutisce la rana, se m'appresso.
Le bolle d'aria salgono in silenzio.
Fa parte di una corona di undici madrigali, tutti appartenenti
all'Alcyone e svolgenti il tema della lenta agonia dell'estate.
Lo spunto è offerto dall'osservazione di una palude che trasmette al
poeta sensazioni di disfacimento e di morte. Lo stile, aulico ed
evocativo, tende ad esprimere con un ritmo franto e martellante,
l'ossessione di essere progressivamente ma irreversibilmente
risucchiati nel fango di un inesorabile declino. In questo senso
va inteso il richiamo a Dante nel titolo (VII canto dell'Inferno):
la belletta è simbolo di distruzione e dannazione.
Come osserva il Pazzaglia, questo è il madrigale che "con maggiore incisività dà il
senso d'una natura immersa nella dissoluzione che precede la nuova
metamorfosi delle cose. In comunione fisica con esse, in un'assenza
totale, si direbbe, d'interiorità lirico-soggettiva, l'animo del poeta
è tutt'uno con la vita delle sensazioni, e in queste si rapprende la
vaga fascinazione di morte che diffondono intorno le cose avvizzite,
col loro sentore di maturità sfatta".