Nella belletta
di
Gabriele D'Annunzio

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            Nella belletta i giunchi hanno l'odore
       delle persiche mézze e delle rose
       passe, del miele guasto e della morte.
            Or tutta la palude è come un fiore
5     lutulento che il sol d'agosto cuoce,
       con non so che dolcigna afa di morte.
            Ammutisce la rana, se m'appresso.
       Le bolle d'aria salgono in silenzio.

      [da Alcyone]



METRO: madrigale di due terzine, con rime o assonanze parallele, e un distico dissonante.

Fa parte di una corona di undici madrigali, tutti appartenenti all'Alcyone e svolgenti il tema della lenta agonia dell'estate. Lo spunto è offerto dall'osservazione di una palude che trasmette al poeta sensazioni di disfacimento e di morte. Lo stile, aulico ed evocativo, tende ad esprimere con un ritmo franto e martellante, l'ossessione di essere progressivamente ma irreversibilmente risucchiati nel fango di un inesorabile declino. In questo senso va inteso il richiamo a Dante nel titolo (VII canto dell'Inferno): la belletta è simbolo di distruzione e dannazione. Come osserva il Pazzaglia, questo è il madrigale che "con maggiore incisività dà il senso d'una natura immersa nella dissoluzione che precede la nuova metamorfosi delle cose. In comunione fisica con esse, in un'assenza totale, si direbbe, d'interiorità lirico-soggettiva, l'animo del poeta è tutt'uno con la vita delle sensazioni, e in queste si rapprende la vaga fascinazione di morte che diffondono intorno le cose avvizzite, col loro sentore di maturità sfatta".


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