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Antonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931.
Di lui hanno scritto numerosi autori fra i quali A. Asor Rosa, che lo ospita nel suo "Dizionario della letteratura italiana del novecento", Carmine Di Biase nel volume "La letteratura come valore", Matteo d'Ambrosio nel volume "La poesia a Napoli dal 1940 al 1987", Gio Ferri nei volumi "La ragione poetica" e "Forme barocche della poesia contemporanea", Stefano Lanuzza nel volume "Lo sparviero sul pugno", Felice Piemontese nel volume "Autodizionario degli scrittori italiani" , Corrado Ruggiero nel volume "Verso dove", Alberto Cappi nel volume "In atto di poesia", Ettore Bonessio di Terzet nel volume "Genova-Napoli due capitali della poesia", oltre a L. Fontanella, M.Lunetta, G. Manacorda, Gian Battista Nazzaro, G. Raboni, C.Vitiello e molti altri.
NOTE CRITICHE
"... in Spagnuolo la inafferrabilità della cosa, secondo l'ipotesi della Kristeva, non è motivo di disperazione della coscienza, né di vittoria delle baccanti sulla parola inconscia. Poiché la parola è più che mai cosciente: perciò tanto violenta nella propria perdita, tanto rivoltosa nella disseminazione, da non decidersi di cedere nemmeno nell'incomunicazione. Anzi fa della incomunicazione, della esaltazione di un destino e di una desolazione il motivo di una scenografia mitica, in cui l'ogetto vive totalmente, fino in fondo, la propria drammaturgia. Una recita vitale, sull'orlo di una fine che non verrà finchè ci sarà parola, finchè la parola saprà resistere non ripercorrendo il tempo dissipato, bensì reinventando fuori di ogni tempo la propria materica astanza...". [da Gio Ferri, La ragione poetica, Mursia 1994] "... Questa inequivocabile realtà retorico-metrica crea uno straordinario stato di straniazione e di iniziazione a una forma non ancora formata, ancorché progettata, che è, materialisticamente (nella materia verbale densissima), niente affatto onirica, bensì predisposta ad una stratificazione semantico-archetipa. Che non ricorre nemmeno al mito, ma alla pura formulazione sensitivo-concettuale. Un perfetto esempio di presenza organica allo schema preconcettuale. In cui tutto è chiaro, sebbene non ancora dicibile. ... In questo caratteristico stilema si insinuano sorprendentemente interiori frequenze addirittura dada-surrealistiche: cosicché anche l'idea psicoanalitica di cui dice Asor Rosa trova ovviamente il suo posto ma non nel senso, credo non tanto dell'inconscio e dell'onirico, quanto di un predisposto programma di aggregazione assurda e insieme cosmico-olistica...". [da Gio Ferri, Luoghi della parola, in "Porto Franco", Aprile-Giugno 1996] "... Si tratta di aggregati linguistici particolarmente sofferti e posti in uno stato di irreversibilità perenne rispetto alla fluidità delle ricordanze. È il rifiuto, risentito e dissonante, di un linguaggio divenuto ormai oggetto di manipolazione ideologica prima ancora che scientifica fino a gettarsi nell'abisso creato dalla diffusione di una generica idea di progresso... È il rifiuto insomma della fiera dei sogni creata dal mercato della scienza e del fascino che essa esercita attraverso i suoi mille abbagli sull'immaginario dell'uomo ... Ciò che allora propone Spagnuolo col suo gettarsi tra le cose è una topografia dell'uomo moderno, la configurazione, attraverso la rinomazione di tutto quanto gli appartiene in emotività e stupori, del suo essere al mondo come radice vivente, misura della vita". [da G. Battista Nazzaro, Profilo critico di Antonio Spagnuolo, in "Oltranza" N° 1, 1993] "... per l'originalità di un discorso che è narrativo e meditativo, visionario e puntualmente descrittivo, con perfetta armonia di toni e misure. Hai inventato una forma assolutamente nuova, di fascinoso splendore..." - [Giorgio Bàrberi Squarotti, per "Pausa di sghembo" N° 3, dicembre 1994] "... Nel senso dell'onirico e dell'inconscio che si muove tra eros e thanatos, sul topos della malattia, sulla linea di fondo dell'attuale gratuità del linguaggio, che risponde poi alla gratuità della parola, quando sono messi in discussione tutti i valori e, quindi, la parola che li esprime. In questa linea è la partecipazione dell'autore alla complessa realtà contemporanea, con senso di angoscia, che, anche se vista attraverso un'analisi, occupa pena e dolore. Essa resta ferma all'oggi e non postula un oltre, e tuttavia ne avverte la nostalgia e l'esigenza, nella stessa nudità delle forme ellittiche non facilmente decodificabili, in disarmonia con il reale. Come la vita stessa e le povere umane aspirazioni, dietro l'apparente eleganza del gioco ossia della casualità stessa dell'esistere. Èil sentimento della distanza delle cose e dell'essere, l'impossibilità cioè di vera partecipazione, in cui l'io stesso si sente vittima del gioco stesso dell'esistenza, e a sua volta giocabile, nell'illusione di risolvere tutto con la parola scritta al di fuori del reale". [da Carmine Di Biase, La letteratura come valore, Liguori 1993] "... Tutto ciò per sottolineare il valore prelogico della poesia di Spagnuolo, la natura di un linguaggio che non mira in alcun modo alla sintassi, ovvero, se si preferisce, rimane al polo opposto dai processi aggreganti che sono tipici della comune espressività, e invece è come se perseguisse la scommessa di misurarsi con quanto c'è di albicante, di preconscio, di disaggregato, di informale nella nostra esperienza mentale. A servirci di un paradosso diremmo quasi che qui la parola interviene a manifestare ciò che sta anteriormente alla parola, il pensato allo stato ancora amorfo, i materiali mentali prima che si coordinino, i reagenti insomma della nostra esperienza intima sorpresi allo stato prenatale e quasi fetale, prima comunque che siano subordinati a quella che per convenzione chiamiamo coscienza e invece vagano ancora al fondo del nostro Es alla ricerca di un coagulo". [da Mario Pomilio, prefazione al volume Candida, Guida 1985] "... L'attività poetica di Antonio Spagnuolo si è frequentemente mossa tra una professionale consuetudine con il lessico scientifico e l'abilità di usufruirlo e di estenderlo a sensi ampi, totali, che alludono ad una condizione, che non è soltanto fisica, dell'uomo immerso nella storia, nella sua storia... La poesia è legata all'inconscio, coincide con l'Eros ed in esso si identifica per quella forza necessaria ad interrompere il sopraggiungere di Tanatos. È questa l'utopia del testo, che può trasformare gli strabici segnali della realtà in chimere inaspettate. Poesia della vita e della morte è questa ancor più che poesia dell'amore, un amore anche fisico che ne avvolge il tormento in una dizione sapiente e, forse, pacificatrice...". [da Giuliano Manacorda, I Limoni. La poesia italiana nel 1993, Caramanica, aprile 1994] "... Il percorso di Antonio Spagnuolo va con il suo rapido precipitare da una chiamata di correo nella quale tutti potemmo sentirci colpevoli di esistere per le paure le angosce i silenzi i segreti che ci dannano, alla propria personale sofferenza. ... Il pronome e l'aggettivo della prima persona sono continuamente espressi e rafforzati dalla presenza della seconda persona. Il dolore, la delusione, gli sprechi del vivere, la visione ormai lontana della giovinezza, i presagi del lutto segnano, a quanto di continuo appare, queste ceneri della vita - forse irrimediabilmente almeno sinché non rinasca il gusto della trasgressione". [da Giuliano Manacorda, prefazione all'antologia Disordinate convivenze, Ed. L'Assedio della poesia, 1996] " ... C'è in effetti, nella pronuncia poetica di Spagnuolo, una continua oscillazione - ma preferirei chiamarla tensione, conflittualità costitutiva - tra un modello, diciamo, di rigorosa affabilità raziocinante e, perchè no?, metafisica (che può richiamare, tanto per intenderci, grandi esempi dell'altro Novecento come Rebora o Sbarbaro), e un modello più corrente, più novecentesco, nel senso meno inusuale del termine, cui potrebbe bene adattarsi la formula simbolistico-ermetica della poetica della parola... Il difficile equilibrio tra i due estremi (anzi tra le due serie di estremi) si mantiene, nella realtà della verbalizzazione, saldo e produttivo quanto che proprio il conflitto che precede l'equilibrio e ne costituisce il serbatoio, l'entroterra vitale, finisce con l'entrare in questa poesia - garantendone oltre e al di là della compattezza formale, l'unità di senso - come oggetto segreto e profondo, come metafora delle metafore". [Giovanni Raboni prefazione al volume Graffito controluce, 1980] "... la passione carnale si consuma nella esaltazione spaziale della materia in cui la pietra si fa aria, cielo, acqua, corrente, metamorfosi fluente. Piega piegandosi e spiegandosi. Invocazione, esclamazione, rovello percorrono senza intervalli il rivolt/arsi (rivolta e arsura) tra le pieghe di una ricerca di sublimazione, che suona - opportunamente - enfatica quanto basti a (s)coprire l'indifferenza di una contemporaneità senza luogo e senza mito. ... La valenza onirica è in buona parte il fondamento della sua poesia ... quella luminescente poesia della cripta, poesia 'criptica' come si suol dire, ... quindi luce e sensibilità sinaptica alla luce. Trasmissione della luce". [Gio Ferri, Forme barocche nella poesia contemporanea] "... Qui, nel tema erotico, già così ricco di risvolti esistenziali in Candida, s'innesta, per precipui scambi, anche il tema del disgregarsi della gioia di vivere. Lo Spagnuolo parte dal presupposto che, inizialmente almeno, l'elemento orgiastico debba manifestarsi come forma vitale di consapevolezza nella ricerca del piacere; e che questa vada intesa proprio come segno della consapevolezza dell'esserci e del fare in propulsione amorosa. Ma tenendo conto che l'attività erotica è un'attività di per sé diabolica, come insegnava a suo tempo Bataille, perchè creata sostanzialmente dall'uomo in coincidenza della morte; Antonio Spagnuolo, che del diabolico mostra orrore, finisce per tributare valore poetico non più alla gioia propulsiva del piacere che scava nel linguaggio infernale, ma alla dissoluzione della vita e, di conseguenza, al compianto di sé... Viene ad identificarsi insomma con il lottare, di frammento in frammento, per liberare, in sconnessioni temporali e in disperse disarmonie ritmiche, il disumano contesto socioculturale che ci costringe all'ossessionante ricerca della necessità di vivere". [G. Battista Nazzaro, Dibattito col poeta, 1997] "... Oggi le poesie intelligenti sono spesso prive di vita, sono meri giochi pseudocreativi, effettivamente di matrice barocca, come nota G. Ferri ed altri prima di lui. Le sue poesie, almeno queste inedite in mio possesso, non mi pare siano tali. Sono vive, induttive, hanno atmosfera, ereditano ed ampliano , passando con coscienza nei torpori avanguardistici, l'insegnamento simbolista ed ermetico (non così negativo, come si dice da più parti). Così una passione viva, lessicalmente ricca e sorprendente, allo stesso tempo avita e nuova, emana dai suoi versi, sempre alti, intelligenti, forti. Credo che il giudizio si compia sul discorso dell'analogia. Lì si crea il limite tra barocco e neobarocco e postmoderno, che è in verità, secondo me, altro dal decadentismo come solitamente si considera, e cioè altro dal barocco, dal manierismo, dal surrealismo, e così via: lì dove l'analogia è gratuita, come dice Finzi, e dove è tono. Insomma la sua poesia rientra in quella letteratura che ho chiamato postcontemporanea e che è una risposta scientifica, e non semplicemente tecnologica, alla modernità". [Roberto Bertoldo, Ivrea 30-06-1997] "… e ciò per chiarire quel che ho provato di fronte a queste tue poesie, che mi sono parse vere in ogni senso, anzitutto poetico, senza una parola che strida nei confronti del sentimento che le muove, un sentimento sincero, profondo, sofferto …". [Giuliano Manacorda, per il volume Io ti inseguirò, 16-05-1999 |