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Siamo giunti alla fine.
Nel salutare il cortese lettore, vorrei svolgere alcune osservazioni conclusive, partendo da un'affermazione non mia, che però condivido pienamente, nonostante qualche perplessità sulla climax del secondo enunciato: "Sono stati i poeti come De André che hanno salvato la poesia. L'hanno salvata restituendo proprio alla parola un senso, una tensione, una lacerazione, un'avventura, un ritmo, un silenzio, un destino, una grazia, una magia, un sogno" 77.
Questa grandiosa operazione, per quanto riguarda De André, poggia su due elementi, da sempre attivi nella sua opera. Da un lato l'abilità tecnica, che mi auguro sia sufficientemente emersa nell'analisi delle canzoni (e che nel tempo è andata viepiù evolvendosi, anche se qualche volta a scapito del livello comunicativo). Dall'altro, il fatto che la fonte prima della sua ispirazione sia sempre stata la realtà quotidiana, ch'egli ha saputo vivere con gioia e con amore, ma anche con pena e indignazione, a seconda dei temi e dei personaggi trattati. Ciò vale anche quando egli sembra guardare lontano, in particolare all'età medievale (come in Carlo Martello, Fila la lana, Geordie, per limitarci soltanto alle canzoni del "primo" periodo), perché amore, morte, potere, emarginazione sono fenomeni costanti, non soggetti a modifiche sostanziali nella quotidianità e nella storia. A tali fenomeni, e ai personaggi che magistralmente li esemplificano, De André ha saputo dare un'evidenza - per così dire - cartesiana, una forza espressiva inusitata, in virtù della quale quei personaggi, anche se quasi mai sono individuabili storicamente, possiedono una carica umana e una verità interiore che li rende vivi e riconoscibili, proprio col loro nome: tanto che a volte mi sorprendo a pensare di aver conosciuto davvero Michè, Piero, Marinella, o almeno di aver sentito realmente parlare di loro. Ma non meno "veri" e carichi di umana simpatia risultano quei personaggi (positivi o negativi che siano) indicati soltanto attraverso il proprio mestiere o il loro modo d'essere o un semplice gesto: dallo sventurato soldato della Ballata dell'eroe al fannullone della canzone omonima, dalla dolente novella Penelope di Fila la lana ai quattro indimenticabili pensionati de La città vecchia...
È forse in base a questa capacità - di far sembrare reali eventi e personaggi inventati, conferendo loro una sostanza concreta e un valore emblematico - che si distingue un vero poeta da un semplice narratore o cantastorie. L'arte di questi ultimi, persino la più onesta e riuscita, trova spesso il proprio limite nella descrizione oleografica e nel manierismo. E forse questa capacità è tale perché, come ha osservato Pascal, "quanto più si è spiritualmente dotati, tanto più accade di scoprire uomini originali. La gente comune non fa differenza tra un uomo e un altro" 78.
Ora, poiché la gente comune è più numerosa di quella originale, è esperienza consueta incontrare di rado, per non dire mai, "uomini originali": il che non significa straordinari, eccezionali, ma, appunto, "semplicemente" originali come Michè, come Piero, come Marinella o il fannullone. Ma se mi chiedo perché gli uomini e le donne di De André sono così originali, non so rispondere altro che questo: perché hanno scelto di scegliere: chi la morte, chi la pietà, chi l'amore, chi la libertà. Ed ecco cosa manca agli uomini comuni (quelli in carne ed ossa) per essere originali, per diventare - come direbbe Nietzsche - ciò che sono, per dimostrare innanzi tutto a se stessi la propria unicità di individui. Manca la capacità, o meglio la volontà di scegliere. Questa almeno è la norma. E per questo, così va il mondo...
Capovolgendo un abusato luogo comune, direi che la fantasia, nel caso di De André (come di tutti i grandi poeti), supera la realtà: e ciò avviene perché della realtà egli (come tutti i grandi poeti) ha saputo cogliere i tratti essenziali e, con essi, delineare figure emblematiche.
La fantasia, in fin dei conti, non è che la quintessenza della realtà: per il semplice fatto che non si può immaginare assolutamente nulla che non abbia almeno in parte un riscontro empirico.
Ma nel congedare il lettore, non vorrei lasciargli l'impressione ch'io intenda assegnare alla poesia in generale un valore assoluto e un ruolo imprescindibile. Quello che importa - come in fondo ha suggerito lo stesso De André parlando di artisti maggiori e minori, e non di arti più o meno importanti - è la poesia dei grandi poeti: altrimenti, tanto per dire, è meglio la sedia di un buon falegname…
Anche per questo non capisco l'ostinazione di alcuni o di molti a riconoscere in De André un (grande) poeta. La poesia, in fin dei conti, è una forma di conoscenza, o quantomeno di riflessione: nulla di più, e nulla di meno (caso mai, con caratteristiche che la differenziano, com'è ovvio, da altre forme di conoscenza). E in quanto tale, essa può anche essere considerata inadeguata o addirittura fuorviante: così, per fare un esempio illustre, la considerò appunto il grande Platone, soprattutto perché essa, a suo giudizio, allontanerebbe dalla vera conoscenza; la vera conoscenza, tuttavia, di un mondo (l'iperuranio) dichiarato non-vero, molti secoli dopo, da Nietzsche. Si tratta di questioni filosofiche importanti, che esulano però dall'argomento di questo libro e che pertanto non discuterò ulteriormente. Dirò invece che c'è un'accusa assai più recente, ma non meno decisa e radicale, rivolta alla poesia: è quella di Witold Gombrowicz, il quale ha affermato che "il mondo della poesia versificata è un
mondo fittizio e falsificato" 79. Mi sembra però corretto sottolineare che, in altra sede, Gombrovicz ha precisato: "Io affermo sempre e solo il mio gusto personale: lo dico senza volerlo imporre" 80.
Beh, è già qualcosa direi! E pregherei il lettore di tener presente che lo stesso discorso vale anche per quanto è stato affermato e sostenuto in questo libro.
 
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