Note

  1. B. Pascal, Pensieri, Einaudi, Torino 19743, p. 49.

  2. La citazione è riportata in M. Borsani / L. Maciacchini, Anima Salva, Tre lune, Mantova 1999, p. 18.

  3. Seneca, La dottrina morale, Laterza, Roma-Bari 1994, p. 47.

  4. In C.G. Romana, Amico fragile, Sperling & Kupfer, Milano 19993, p. 157.

  5. [omissis]

  6. P. Bruni. Fabrizio De André. Il cantico del sognatore mediterraneo, Il Coscile, Castrovillari 20012, p. 7.

  7. Fabrizio De André. Accordi eretici, a c. di R. Giuffrida e B. Bigoni, Euresis Edizioni, Milano 1997.

  8. M. Bulgakov, Il maestro e Margherita, Einaudi, Torino 1967, p. 27.

  9. Delle innumerevoli osservazioni svolte da De André su Gesù, al di fuori dei testi poetici, mi sembra estremamente significativa la seguente: "mi viene il dubbio che anche lui non fosse che un anarchico convinto di essere Dio; o forse, questa convinzione, gliel'hanno attribuita altri" [in C.G. Romana, op. cit., p. 61]

  10. F. Nietzsche, Umano, troppo umano, I, Adelphi, Milano 1965, pp. 162-163.

  11. [omissis]

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  21. [omissis]

  22. Il riferimento è ovviamente alla lirica provenzale, all'interno della quale si opponevano appunto un trobar clus - cioè un poetare oscuro, intessuto di immagini rare e espressioni concettose - e un trobar leu, cioè una poesia comprensibile a tutti, anche se non meno valida a livello artistico: il che dimostra (e l'avvertenza è utilissima anche per le canzoni di De André) che la resa poetica non ha nulla a che vedere con la difficoltà espressiva. Anzi, se vogliamo dar retta al grande moralista Vauvenargues, "la chiarezza adorna i pensieri profondi" [Vauvenargues, Riflessioni e massime, TEA, Milano 1989, p. 5].

  23. Cfr. nota 3.

  24. B. Buonomo, Le storie, la storia, Città del Sole, Napoli 2000, p. 17, nota 5.

  25. Intervistato da Riccardo Bertoncelli, alla domanda: "Lei non è d'accordo con chi vede una carriera sempre in ascesa, con le opere migliori nell'ultimo periodo?", Reverberi ha risposto ricorrendo a una divertente e chiarissima metafora: "Dipende da quello che uno chiede, alle canzoni come alla cucina: è meglio una pasta e fagioli fatta come si deve o un piatto esotico ed elaborato? Io scelgo la pasta e fagioli. Poi, forse, sotto un profilo intellettuale le ultime opere possono essere anche giudicate grandi. Però io so che quando ascolto Via del campo, piango. Per me, è quello il vero Fabrizio De André" [in Belin, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, a cura di R. Bertoncelli, Giunti, Firenze 2003, p. 83]. Via del campo esula dalla nostra analisi, per le ragioni spiegate appena più avanti, ma appartiene decisamente a quell'aura che caratterizza (primo 45 giri a parte) tutto il periodo Karim.

  26. L'interesse per la figura di Gesù e quindi per il cristianesimo - che costituirà un altro dei leit-motiv dell'opera di De André - nasce subito dopo il periodo qui preso in esame: a partire, cioè, dal brano Si chiamava Gesù, contenuto in Volume I (1967).

  27. [omissis]

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  35. [omissis]

  36. D. Fasoli, op. cit., p. 81.

  37. F. Savater, Dizionario filosofico, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 155.

  38. Seneca, op. cit., pp. 87-88.

  39. A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano 1969, p. 15.

  40. [omissis]

  41. "L'uomo non è altro che ciò che si fa" [J.P. Sartre, L'esistenzialismo è un umanismo, Mursia, Milano s.d., p. 51].

  42. Rivolgendosi direttamente a Villon, De André ha scritto: "io ti riconosco poeta della carità, per lo scandalo delle passioni sfrenate, per le risate scomposte a schermare inauditi dolori, per le inaccettabili sofferenze che sorgono dal tuo canto e toccano il cuore e la mente di chi ti legge, e ancora soprattutto per i tuoi lasciti" [Introduzione a F. Villon, Poesie, Felrinelli, Milano 1996, p. II]. Parole che mi sembrano valide anche per lui.

  43. A. Podestà, op. cit., p. 55.

  44. L. Viva, op. cit., p. 102.

  45. Di una "teoria della divinità dei re", con tanto di documentazione derivata da ogni epoca e da ogni parte del mondo, parla ad esempio James G. Frazer [J.G. Frazer, Il ramo d'oro, Boringhieri, Torino 1973, Vol. I, pp. 135-146]. Ma una teoria del genere risultava più o meno insostenibile già ai tempi di Carlo Martello (689-741), figlio naturale di Pipino di Héristal. Del resto Carlo Martello era in realtà "maestro di palazzo" degli ultimi re merovingi, i quali si dimostrarono così inetti da meritare l'appellativo di "re fannulloni". L'autorità del maestro di palazzo (una sorta di primo ministro attuale) andò così rafforzandosi progressivamente, mentre al sovrano non rimaneva che un potere formale. Tuttavia, per la verità storica, Carlo Martello non ebbe mai il titolo di re: fu il suo successore, Pipino il Breve, a deporre l'ultimo sovrano merovingio e a proclamarsi re dei Franchi nel 751, dando inizio alla dinastia dei pipinidi (appunto dal nome del suo fondatore, Pipino di Héristal).

  46. C.G. Romana, op. cit., p. 44.

  47. [omissis]

  48. [omissis]

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  78. P. Bruni, op. cit., p. 119.

  79. B. Pascal, op. cit., p. 24.

  80. W. Gombrovicz, Contro i poeti, Teoria, Roma-Napoli 1995, pp. 27-28.

  81. In P. Sanavio, Gombrovicz: la forma e il rito, Marsilio, Padova 1974, p. 60.


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